Papa Francesco in Marocco, il cristianesimo non è una dottrina ma un incontro

Il Papa e il padre Jean Pierre di Tibherine
Foto: Alan Holdren / Aci Group
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Le chiamano  le “sorelle di Dio”. Sono le suore che da anni si occupano del Centre rural des services sociaux a Tamara una cittadina di circa 300.000 abitanti a sud di Rabat.

Di fatto si tratta di una grande periferia di Rabat dove tre suore spagnole della congregazione delle Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli si prendono cura dei poveri tra i poveri. Il “Centre rural des service sociaux” è specializzato nella cura delle ustioni di bambini e adulti. In un paese dove ancora si cucina con fuochi per terra le ustioni sono all’ordine del giorno.

Ovviamente le suore si occupano anche della educazione dei piccoli assistiti una testimonianza cristiana in un paese  islamico. Le suore lavorano al fianco delle infermiere musulmane che dicono: “Preghiamo lo stesso Dio, abbiamo gli stessi valori e possiamo vivere insieme in pace”.

Nella sua visita il Papa ha salutato i piccoli malati, ascoltato un coro, guardato i disegni dei bambini.

Poi si è recato nella cattedrale di San Pietro a Rabat  che si trova al centro della città. Un edificio del 1919 vagamente art decò consacrato durante il Protettorato francese del Marocco cui sono state aggiunte due torri di stile islamico.

Ad accogliere il Papa i religiosi del Marocco che hanno raccontato le loro esperienze e soprattutto l’impegno pastorale e sociale sottolineando il buon rapporto con l’ Islam e le autorità. Un piccolo gregge con 4 vescovi e meno di 300 tra religiosi e sacerdoti e seminaristi che si occupano di circa 23 mila cattolici, lo 0,07 della popolazione. Molto dunque è il lavoro sociale con gli islamici in circa centri caritativi e sociali.

Primo fra tutti padre Jean Pierre  il solo sopravvissuto della strage di Tibherine in Algeria. Il Papa è andato a rendergli omaggio baciando la mano all’anziano monaco.

Il Papa ricorda che la “missione di battezzati, di sacerdoti, di consacrati, non è determinata particolarmente dal numero o dalla quantità di spazi che si occupano, ma dalla capacità che si ha di generare e suscitare cambiamento, stupore e compassione”, e che “le vie della missione non passano attraverso il proselitismo -e citando Benedetto XVI dice- la Chiesa cresce per attrazione non per proselitismo che porta sempre a un vicolo cieco, ma attraverso il nostro modo di essere con Gesù e con gli altri”.

E del resto “essere cristiano non è aderire a una dottrina, né a un tempio, né a un gruppo etnico. Essere cristiano è un incontro. Siamo cristiani perché siamo stati amati e incontrati e non frutti di proselitismo”.

Il Papa spiega che “Il cristiano, in queste terre, impara ad essere sacramento vivo del dialogo che Dio vuole intavolare con ciascun uomo e donna, in qualunque condizione viva. Un dialogo che, pertanto, siamo invitati a realizzare alla maniera di Gesù, mite e umile di cuore, con un amore fervente e disinteressato, senza calcoli e senza limiti, nel rispetto della libertà delle persone”. E ricorda Francesco di Assisi e Charles de Foucault e sottolinea come il Padre Nostro sia  preghiera per tutti soprattutto in missione: “La preghiera di intercessione del missionario anche per quel popolo, che in una certa misura gli era stato affidato, non da amministrare ma da amare, lo portava a pregare questa preghiera con un tono e un gusto speciali.”

Una preghiera del dialogo perché spiega il Papa: “ Non con la violenza, non con l’odio, né con la supremazia etnica, religiosa, economica, ma con la forza della compassione riversata sulla Croce per tutti gli uomini. Questa è l’esperienza vissuta dalla maggior parte di voi”.

Papa Francesco ringrazia per l’ “ecumenismo della carità” e aggiunge: “Che possa essere anche una via di dialogo e di cooperazione con i nostri fratelli e sorelle musulmani e con tutte le persone di buona volontà”.  Poi un grazie alla decana, suor Ersilia: “Attraverso di te, cara Sorella, rivolgo un cordiale saluto alle sorelle e ai fratelli anziani che, a motivo del loro stato di salute, non sono presenti fisicamente ma sono uniti a noi mediante la preghiera”. E infine invita tutti a “continuare ad essere segno vivo di quella fraternità alla quale il Padre ci ha chiamato, senza volontarismi e rassegnazione, ma come credenti che sanno che il Signore sempre ci precede e apre spazi di speranza dove qualcosa o qualcuno sembrava perduto”.

Questa mattina il Papa prima di recarsi in visita privata al Centre Rural des Services Sociaux, ha salutato il personale della Nunziatura Apostolica e consegnato in dono al Nunzio Vito Rallo uno stemma del pontificato realizzato in mosaico. Prima del pranzo con i vescovi del Marocco e il seguito, il Papa benedice i locali della Nunziatura, che è stata recentemente ristrutturata ed ampliata.

 

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