Papa Francesco in Marocco, dal centro di Rabat fino alle periferie

Suor Gloria Carrellero, del centro di Temara, mostra il canto che i bambni intoneranno a Papa Francesco
Foto: AG / ACI Group
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Si arriva a Temara attraverso strade polverose, mentre intorno non ci sono solo macchne, ma anche carretti trainati da cavalli nei casi migliori, e più spesso da asini. Ed è in questa cittadina di 300 mila persone, 20 chilometri a Sud di Rabat, lontano dall’oceano, che sono arrivate le Figlie della Carità ad aiutare la popolazione. E vi arriverà anche Papa Francesco, il 31 marzo, per una visita privata.

Lì, nel Centre Rural des Service Sociaux”, tre Sorelle della Carità e, con molti collaboratori, danno linfa ad un centro che ha una particolare specializzazione per la cura degli ustionati, ereditata da padre Couturier, il gesuita che per primo fu in quei posti. Ma non solo. C’è un centro di sostegno scolastico per bambini da 3 a 15 anni, che lì mangiano a colazione, pranzo e merenda. Ci si prende cura dei malati psichiatrici, che per il 70 per cento sono minori. Si sostengono le mamme più povere, dando loro latte in polvere e pannolini; si aiutano donne a trovare un lavoro, organizzando corsi di cucito.

È un mondo diverso da quello di Rabat, sperduto nel nulla, eppure punto di riferimento essenziale nella zona, guidato da Suor Gloria Carrellero, vincenziana di Barcellona arrivata a Rabat nel 1990. “Per noi, sapere della visita del Papa è stato come un sogno”, ha detto ad ACI Stampa mentre i bambini del centro preparavano un canto per il Papa. Si intitola “Bienvenido”, e verrà cantato in lingua araba. Due bambini regaleranno a Papa Francesco due fiori, uno giallo e uno bianco.

Nel mezzo di imponenti misure di sicurezza, disabituate a tanto clamore, le suore dirigono i lavori di messa a punto del centro: un operaio rivernicia il cancello, un giardiniere dà gli ultimi ritocchi. Tutto viene tirato a lucido per questa visita di Papa Francesco.

Come viene tirata a lucido la città di Rabat. Già dalla mattina del 20 marzo, l’aria antistante la Torre di Hassan, la spianata della moschea, dove Papa Francesco incontrerà il re e poi la cittadinanza marocchina. Tutto deve essere perfetto per un incontro cui Re Mohammed VI tiene molto, tanto che passerà con Papa Francesco quasi l’intero primo giorno di viaggio, portandolo fino alla scuola degli imam.

Spuntano anche le bandiere della Santa Sede, che vanno a decorare tutto il viale che Papa Francesco percorrerà arrivando dall’aeroporto. A casa dei francescani, nella Chiesa di San Francesco di Assisi, c’è fermento. Padre Manuel Corullon, il custode, è anche responsabile liturgico della Messa, e mostra un calice bellissimo, che sarà usato per la prima volta da Papa Francesco. L’altare della chiesa è stato preso e posto nello stadio: sarà lì che celebrerà il Papa, insieme a tutti i vescovi dela CERNA, e troverà in sacrestia un quadro dell’incontro tra Papa Franccesco e il sultano..

E si tira a lucido anche la cattedrale di San Pietro, nel centro storico, dove viene steso un tappeto rosso per Papa Francesco, e i giovani della parrocchia continuano ad andare avanti e indietro per preparai. Ci sarà, alla Messa, anche un gruppo della scuola ecumenica Mowafaqa

Uno dei sacerdoti nota che davvero in Marocco tutti possono vivere la propria fede, e qualcun altro, fa notare che non viene più condannata l’apostasia dall’Islam, anche se poi il vero problema è, per quanti si convertono, il ripudio subito da parte delle famiglie.

 In generale, c’è entusiasmo, tra i marocchini, per questa vista. Ma anche indifferenza, nei quartieri più poveri o quelli della medina, lì dove sono altri gli incontri che cambiano la vita. È un mondo in cui c’è forte povertà e un analfabetismo che arriva ancora al 26 per cento. Ma dove c’è anche una Costituzione che riconosce agli ebrei un ruolo nella società-

È un mondo che non può essere descritto solo come arabo, ma come andaluso, perché ha origine proprio nell’Andalusia dominata dagli arabi, con ancora forti influssi romani che si ritrovano nelle rovine ed anche in alcune costruzioni.

È un mondo che ha anche forti legami con la Chiesa cattolica. Alcuni storici marocchini ritengono che il monaco Gerberto de Aurillac, che sarebbe poi diventato Papa Silvestro II (999-1033) abbia studiato a Fez, e da lì portato i numeri arabi in Europa. E poi c’è la storia di Hassan Al Wazzan (1488-1548), detto Leone l'Africano, famoso diplomatico andaluso-marocchino ed esploratore del XVI secolo, catturato e consegnato a Papa Leone X, che ne fece un figlio adottivi e che si convertì al cristianesimo sotto il nome di Jean Leon de Medici.

E in Marocco passò anche Angelo Giuseppe Roncalli, quando era nunzio in Francia, che fu in Marocco nel 1950, per un viaggio che toccò Algeri, Tizi Ouzou, Tunisi, Ippona, Costantina, Saint Arnaud, Oran, Fez, Casablanca, Rabat. Il viaggio fu un po’ in incognito, e Roncalli passò in Marocco da privato cittadino, senza troppo avvisare. E pare che l’allora arcivescovo di Rabat Louis-Amedé Lefevbre si lamentò di non essere stato avvisato. E chee, quando Roncalli divenne Papa Giovanni XXIII, mandò una nota all’arcivescovo scusandosi per non avere avuto l’educazione di avvisare. “Della nota si racconta, ma nessuno la ha mai vista – dice padre Corullon – dovrebbe però essere ancora negli archivi della Cattedrale”.

È anche questo mondo di storie che aspetta Papa Francesco a Rabat.

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