Papa Francesco in Romania, tre anni dopo

In una Romania che oggi vive con una guerra al confine, si ricordano i tre anni dalla storica visita di Papa Francesco

Una nonna romena che mostrava il nipote a Papa Francesco durante la tappa da Iasi del viaggio in Romania
Foto: Vatican News
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Tre anni fa, Papa Francesco concludeva il viaggio in Romania con una beatificazione celebrata a Blaj, la piccola Roma, dopo aver celebrato tutte le anime della nazione nel cuore dell’Europa. Tre anni dopo, il ricordo di quella visita è ancora vivo, tanto che nei luoghi toccati da Papa Francesco si moltiplicano le iniziative a seguito della visita.

“La visita di Papa Francesco in Romania – afferma Adina Lovin, incaricato d’affari ad interim dell’Ambasciata di Romania presso la Santa Sede – è stata una visita che ha emozionato tutto il Paese: il Santo Padre è stato accolto con vera gioia e affetto dai fedeli di diverse confessioni e religioni, non solo dai cattolici, dai rappresentanti delle autorità, dalla Chiesa ortodossa romena (di maggioranza), come si può vedere dall’ampia partecipazione della gente nei diversi momenti del programma della visita”.

È stato un viaggio in cui il Papa “ha potuto abbracciare l’intero Paese, conoscere da vicino la spiritualità del popolo romeno proveniente dalla sua origine latina e l’attaccamento ai valori cristiani, la vocazione ecumenica del nostro Paese, il suo ruolo di ponte tra Oriente e Occidente e la sua posizione oggi nell’Unione Europea. Non è un caso che la visita di papa Francesco sia avvenuta durante la prima presidenza di turno della Romania alla guida del Consiglio dell’Unione Europea”.

Tornando dalla Romania, più volte Papa Francesco ha ricordato l’immagine della nonna con il nipote in braccio nella folla a Iasi, tanto che il Santo Padre la ha celebrata facendo stampare la foto in un ricordo della visita. È una immagine – dice Adina Lovin – che “esprime quel legame autentico che esiste in Romania tra i nipoti e i nonni, che continuano a svolgere un ruolo importante nella crescita, nell’educazione e nella trasmissione della fede delle nuove generazioni”. Ma Lovin ricorda anche “l’emozione che ho provato ascoltando Papa Francesco citare dal nostro poeta nazionale Mihai Eminescu (“Cosa ti auguro, dolce Romania”), che mi è sembrato un gesto profondo di conoscenza e apprezzamento della cultura del Popolo romeno”.

Il legame tra Papa Francesco e la Romania non si è spezzato. Nel mezzo della crisi della pandemia, il Papa ha donato alla Romania cinque ventilatori polmonari per l’ospedale di Suceava.

Oggi, con l’Ucraina alle porte e il rischio di uno scontro ecumenico, è interessante notare invece i frutti positivi del dialogo ecumenico in Romania, un dialogo – dice Lovin – “fraterno e aperto”, che ha “trovato risultati concreti anche sul campo. La buona convivenza tra le due confessioni si basa, da un lato, sul fatto che in Romania la comunità cattolica è rispettata e gode di tutti i diritti costituzionali previsti per le confessioni religiose”. Inoltre, per fare un altro esempio concreto, in Italia e in altri paesi cattolici con grandi comunità romene il dialogo ecumenico ha aiutato molto nell’integrazione dei romeni, con la Chiesa Cattolica che con grande generosità ha messo a disposizione dei fratelli ortodossi le sue chiese per lo svolgimento delle funzioni religiose. E così “il legame tra le due Chiese e la dedizione che entrambe mostrano al dialogo ecumenico è senza dubbio un modello e un esempio concreto di buona convivenza per l’intera regione, un modello che potrebbe essere promosso nei paesi limitrofi della Romania dell’Est e Sud-Est dell'Europa”.

La Romania ha 650 chilometri di confine con l’Ucraina, l’Isola dei Serpenti, ormai tristemente famosa, dista solo 45 chilometri dal Delta del Danubio. Più di 1 milione di rifugiati ucraini sono entrati in Romania, di cui 86.000 hanno deciso di rimanere. Quasi 40.000 di loro sono bambini.

“Di fronte a queste sfide – sottolinea Adina Lovin - abbiamo assistito alla nascita di una vera e propria infrastruttura di aiuto umanitario dedicata all’Ucraina, che comprende le autorità statali, la società civile e, naturalmente, le confessioni religiose presenti in Romania. Nell’hub umanitario di Suceava, ad esempio, sono stati ricevuti finora 36 trasporti umanitari, per un totale di 172 camion, molti degli aiuti provenendo dall’Italia. Circa 160 organizzazioni non governative nazionali stanno lavorando in prima linea, ai valichi di frontiera, lungo la strada per l’ingresso in Romania, insieme a oltre 2.000 volontari che offrono servizi di vario tipo e aiuti umanitari ai rifugiati ucraini che entrano in Romania”.

Particolarmente importante è lo sforzo congiunto delle chiese e organizzazioni ecclesiastiche, inclusa la Chiesa Cattolica o le strutture locali dell’Ordine di Malta, mostrando che “i cattolici romeni sono presenti insieme agli ortodossi, ma anche ai cittadini di altre confessioni in questo ammirabile sforzo comune che possiamo chiamare ecumenismo in azione. E il fatto che tutti questi segmenti della nostra società lavorino insieme con dedizione ed efficienza per aiutare i nostri vicini bisognosi è anche il risultato degli ottimi rapporti tra la Chiesa ortodossa romena e la Chiesa cattolica, tra lo Stato romeno e la Santa Sede”.

Romania e Santa Sede hanno festeggiato lo scorso anno i cento anni di relazioni diplomatiche, mentre quest’anno si celebrano i 95anni del Concordato del 1927. La Chiesa Greco Cattolica Romena ha contribuito all’unità nazionale, e per questo

il 5 maggio 2022, il Presidente della Romania, Klaus Iohannis le ha conferito la medaglia del “Centenario della Grande Unione della Romania” per il suo contributo alla creazione dell’unità nazionale e dello Stato romeno moderno.

Durante il comunismo, le relazioni furono interrotte, la Chiesa Cattolica perseguitata, tanto che Papa Francesco ha presieduto a Blaj la beatificazione di sette vescovi martiri. Le relazioni sono riprese nel 1990, e in quell’anno la Romania ha ripristinato anche i diritti della Chiesa Greco Cattolica Romena.

Aggiunge Lovin: “La massima espressione delle relazioni bilaterali tra Romania e Santa Sede è stata rappresentata dai due viaggi apostolici in Romania di San Giovanni Paolo II nel 1999 e di Papa Francesco nel 2019, che sono stati messaggio di speranza, pace, dialogo e concordia”.

Lovin auspica un ulteriore sviluppo nelle “ottime relazioni tra Romania e Santa Sede”, nota che ci sono “tutte le premesse favorevoli” perché il dialogo tra Chiesa Cattolica e Ortodossa prosegua, sottolinea che “i sentimenti di vera gioia e di apertura con cui Papa Francesco è stato accolto in Romania, l’entusiasmo della gente, l’ammirazione che i romeni hanno per Papa Francesco, per la sua attività pastorale al servizio della pace e del dialogo tra Chiese e religioni, per il suo profondo impegno nella promozione della riconciliazione e della solidarietà tra le persone, in un mondo segnato dai conflitti, dalla crisi economica e dalla crisi dei valori, sono presenti tutt’oggi e rimarranno nella memoria emotiva del popolo romeno”. A testimonianza del continuo sviluppo dei rapporti bilaterali, il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, si recherà proprio in questi giorni in Romania, a Cluj, Blaj e a Sighetu Marmatiei (al confine con l’Ucraina) per i festeggiamenti del terzo anniversario della visita di Papa Francesco. Li, l’Università Babes-Bolyai di Cluj gli conferirà il titolo di Dottore Honoris Causa, ma sarà anche occasione per il Cardinale di conoscere sul campo la grande attività di accoglienza e assistenza ai profughi ucraini svolta dalle diverse strutture, tra cui quelle della Chiesa Cattolica, molto attive nel territorio.

Conclude Lovin: “‘Camminiamo insieme’ è stato il motto della visita apostolica di Papa Francesco, come espressione del desiderio del Santo Padre di promuovere l’unità a livello umano, sociale, spirituale, di fede cristiana tra cattolici, ortodossi, riformati e il dialogo del cristianesimo con le altre religioni. Penso che questo bellissimo auspicio sia ancora oggi più che mai attuale, in un nuovo contesto, segnato dai duri anni della pandemia, ma anche dalla guerra in Ucraina”.

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