Papa Francesco ridisegna la Chiesa in India

Il Cardinale Alencherry apre un recente sinodo siro-malabarese
Foto: PD
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Il Papa ridisegna la Chiesa in India, istituendo due nuove eparchie della Chiesa siro-malabarese e allargando i confini di altre due. Con una lettera ai vescovi dell’India, Papa Francesco prosegue così il cammino intrapreso già dai suoi predecessori, dando maggiore struttura a una delle due Chiese particolari dell’India che mantiene i riti orientali.

I cattolici in India sono 17 milioni, l’1,5 per cento della popolazione, e sono suddivisi 30 arcidiocesi, 131 diocesi e 1 esarcato apostolico. Delle 162 circoscrizioni ecclesiastiche, 129 sono di rito latino, 25 di rito siro-malabarese e otto di rito siro-malankarese.

Si tratta di una sorta di geografia colorata, che rispetta la varietà dell’India e anche un po’ della sua tumultuosa storia religiosa.

In particolare, la Chiesa Siro-Malabarese è una Chiesa sui iuris, fondata nel 1665 dopo essersi separata dalla Chiesa ortodossa siriaca, e diffusa soprattutto sulle coste del Malabar, che dal 1954 fanno parte del Kerala. Per tradizione, la Chiesa siro-malabarese nasce con la predicazione dell’apostolo Tommaso. Legata alla Chiesa nestoriana da antichissimi rapporti, l’arrivo dei portoghesi di Vasco da Gama cambiò le cose, il sinodo di Diamper del 1599 sottoscrisse la professione di fede cattolica al Concilio di Trento.

Le cose dopo non furono semplici, ci fu persino uno scisma interno, e solo nel 1923 Pio XI diede una gerarchia propria alla Chiesa siro-malabarese, mentre i riti vengono de-latinizzati a partire dal 1934, fino a quando nel 1957 Pio XII approva la nuova liturgia siro-malabarese. Sarà poi solo nel 2011 che la Chiesa cattolica siro-malabarese si riunirà in sinodo con tutti i suoi rappresentanti, eleggendo l’arcivescovo George Alencherry come responsabile maggiore. Questi è stato poi creato cardinale da Benedetto XVI nel concistoro del 18 febbraio 2012.

C’è tutta questa storia dietro la decisione del Papa di erigere l’eparchia di Shamshabad e Hosur e allargare i confini delle eparchie di Ramanathapuram e Thuckalay. E il Papa lo spiega in una lunga lettera in nove punti, in cui colpisce la necessità del Pontefice di chiedere di accogliere la decisione “con spirito generoso e sereno”, anche se potrà essere “motivo di apprensione per alcuni”. Il Papa spiega anche che “l’estensione degli spazi pastorali della Chiesa siro malabarese non sia in alcun modo percepita come una crescita di spazi di potere e di dominio, ma come una chiamata a vivere una comunione più profonda, che non può mai essere intesa come uniformità”.

Nella lettera, Papa Francesco spiega la sua decisione con la necessità di preservare la varietas ecclesiarum, con un particolare riferimento all’India, dove il cristianesimo si è sviluppato fino a configurare “tre distinte Chiese sui iuris, che corrispondono ad espressioni ecclesiali della medesima fede celebrata in riti diversi corrispondenti alle tre tradizioni liturgiche, spirituali, teologiche e disciplinari”.

Non è un caso che la scelta avvenga in questo anno. Fu 100 anni fa che Benedetto XV diede “impulso al ripristino, dove necessario, delle tradizioni cattoliche orientali”, e tra l’altro si festeggiano anche i 100 anni del Pontificio Istituto Orientale, che Papa Francesco visiterà mercoledì prossimo.

Ma sono anche 30 anni dalla lettera che Giovanni Paolo II scrisse ai vescovi dell’India, sottolineando la necessità “di manifestare l’unità e di evitare ogni apparenza di divisione”, ma preservando le diversità. E sono cinquanta anni che la Chiesa siro malabarese si era estesa con le eparchie missionarie. Eparchie che non erano parte delle diocesi latine, e ora hanno giurisdizione esclusiva su quei territori, sia sui fedeli latini che siro malabaresi.

È parte di un processo generale che il Papa individua nella necessità di una “fruttuosa ed armoniosa collaborazione tra i vescovi cattolici di diverse Chiese sui iuris nello stesso territorio” è sempre più stringente “in un mondo in cui un gran numero di cristiani è costretto a emigrare”, cosa che rende “sempre più abituali” le giursdizioni sovrapposte.

Sulla base dell’esperienza delle eparchie missionarie, il Papa sottolinea che ormai “anche in India le giurisdizioni sovrapposte non dovrebbero essere considerate un problema”, ricorda che già Giovanni Paolo II aveva eretto l’eparchia di Kaylan, e poi nel 2012 era stata eretta l’eparchi di Faridaba nella regione di Delhi e nel 2015 erano stati estesi i confini dell’eparchia di Mandya, e poi anche una eparchia e un esarcato che si prende cura dei fedeli siro-malankaresi.

Insomma, conclude il Papa, questi esempi “dimostrano che, pur non senza problemi, avere più vescovi nello stesso territorio non compromette la missione della Chiesa”.

E così, sulla scorta di un percorso cominciato già con Benedetto XVI, il Papa ha autorizzato “la Congregazione delle Chiese Orientali a provvedere alla cura pastorale dei fedeli siro-malabaresi in tutta l’India, attraverso l’erezione di due Eparchie e l’estensione dei confini di due già esistenti”.

Il Papa ci tiene a precisare che “la vita della Chiesa non va sconvolta dai provvedimenti in questione”, e che questo non significa che i siro-malabaresi che, privi di un rito proprio, hanno trovato accoglienza nelle circoscrizioni latine debbana “lasciare comunità dove hanno trovato accoglienza, a volte per diverse generazioni”, perché tra l’altro i fedeli, qualunque sia il posto in cui trovano accoglienza o praticano il loro rito, sono “membri della parrocchia siro-malabaresi dove hanno domicilio, ma possono allo stesso tempo rimanere pienamente coinvolti nella vita e nelle attività della parrocchia di rito latino”, come ha stabilito una istruzione della Congregazione delle Chiese Orientali.

Papa Francesco sottolinea poi che “la presenza di diversi vescovi delle varie Chiese sui iuris nello stesso territorio potrà essere motivo sicuramente di bellissima e vivificante comunione e testimonianza”. Il Papa quindi esorta tutte le Chiese a testimoniare la fede con coraggio (la situazione in India è difficilissima, ci sono molte persecuzioni di cristiani), e chiede alla Chiesa siro malabarese di continuare “il prezioso lavoro dei loro sacerdoti e religiosi in contesti latini e nella disponibilità verso quei fedeli siro-malabaresi che, pur scegliendo di frequentare le parrocchie latine, chiedono qualche assistenza alla Chiesa di origine”.

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