Papa Francesco, Stepinac e la famiglia nell’agenda con i vescovi croati

I vescovi di Croazia durante l'incontro con Papa Francesco nel corso della loro visita ad limina, 13 novembre 2018
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Un Papa “aperto ai progressi” sul processo di dialogo con la Chiesa ortodossa anche sul Cardinale Alojzije Stepinac. E un Papa che in particolare raccomanda e supporta l’idea di istituire un catecumenato per gli sposi e che sostiene un forte impegno pastorale. Il Cardinale Josip Bozanic, arcivescovo di Zagabria, parla con ACI Stampa della visita ad limina dei vescovi croati.

Veterano delle visite ad limina (ne ha fatte altre due con Giovanni Paolo II e una con Benedetto XVI), il cardinale Bozanic parla con ACI Stampa anche delle sfide della Chiesa in Croazia, la rinascita della fede e le ferite della guerra.

Eminenza, che punto è il processo di canonizzazione del suo predecessore, il Cardinale Alojzije Stepinac?

Possiamo dire che il processo canonico di fronte alla Congregazione delle Cause dei Santi è arrivato fino alla fine. Il miracolo attribuito all’intercessione del beato è stato esaminato dai medici e poi dalla Commissione dei Teologi che ha dato un voto positivo. Si aspetta solo un ultimo passaggio: l’approvazione della Commissione dei Cardinali. A questo punto, il Santo Padre ha voluto dare l’occasione di parlare in maniera più approfondita dell’operato del Cardinale Stepinac prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’obiettivo di Papa Francesco era di aprire un tavolo dove la Chiesa Cattolica potesse spiegare in maniera approfondita le ragioni per cui il Cardinale è considerato santo, e dove la Chiesa ortodossa serba potesse spiegare il suo punto di vista. La commissione è stata molto bene accettata dalla Chiesa Ortodossa Serba, e i lavori si sono conclusi con una dichiarazione in cui si dice che la canonizzazione spetta al Santo Padre. Tutto, ora, è nelle mani del Papa.

Di cosa avete parlato durante l’incontro con Papa Francesco, che è stato il culmine della vostra visita ad limina?

Si trattava in primo luogo di un incontro tra i vescovi e il loro Capo, il Pietro dei nostri giorni. Papa Francesco non ha voluto imporre argomenti. Ha piuttosto aperto una discussione, lasciando libero ognuno di dire quello che pensava, facendo domande o offrendo contributi.

E di cosa avete parlato?

Abbiamo parlato della situazione pastorale della Croazia, e in particolare delle famigli e dei giovani. Sono stati questi due i temi maggiormente al centro dell’incontro. Papa Francesco ha in particolare sottolineato l’importanza di stabilire un catecumenato per i futuri sposi. È una sottolineatura che mi ha fatto piacere, perché il matrimonio è la preparazione della vita, e si deve fare una preparazione non solo intellettuale, ma su tutti gli aspetti della formazione.

Quale è la situazione pastorale in generale?

A settembre abbiamo avuto un incontro nazionale delle famiglie di tutta la Croazia, al termine di un itinerario di tre anni. Anche la famiglia soffre della secolarizzazione, sebbene non in modo radicale. Ma, ad esempio, si può notare che i divorzi crescono. Nonostante questo, i giovani considerano ancora la famiglia un valore umano molto importante. È qui che la Chiesa deve sviluppare maggiormente il suo impegno. I giovani devono essere preparati al matrimonio non solo con un corso di sei mesi o un anno prima della celebrazione delle nozze, ma con un percorso di discernimento vocazionale.

Recentemente, l’arcivescovo Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, è stato in visita in Croazia. Quale è stato il tema della visita?

L’arcivescovo Gallagher ci ha fatto visita per celebrare i venti anni della firma degli accordi tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia. Si tratta di quattro accordi – su questioni giuridiche, educazione e cultura, ordinariato militare e questioni economiche -, che sono stati firmati tra il 1996 e il 1998. In una lectio che ha tenuto nell’Università Cattolica di Zagabria, l’arcivescovo Gallagher ha parlato dell’importanza degli accordi, che non rappresentano la concessione di privilegi, ma regolano piuttosto le competenze e la collaborazione di Chiesa e Stato nelle loro reciproche autonomie. L’arcivescovo Gallagher ha anche incontrato le autorità politiche, ed è stato nella città di Đakovo, dove ha celebrato Messa in occasione del decimo anniversario della istituzione della provincia ecclesiastica di Đakovo-Osijek, nella Croazia orientale. Lo scorso anno, anche il Cardinale Parolin ci è venuto a fare visita a Zagabria. Manca solo la visita di Papa Francesco, che aspettiamo sempre.

In generale, quale è la situazione della Chiesa di Zagabria?

La Chiesa di Zagabria, come la Chiesa di Croazia, vive quelle sfide che oggi vivono anche altri Paesi di Europa. Ma dobbiamo essere grati dei frutti che si vedono tra la gente. In modo particolare, sottolineo il lavoro che viene fatto con i giovani. A inizio settembre ho guidato un pellegrinaggio di giovani dalla Città di Zagabria al Santuario Nazionale di Maria Bistrica: hanno partecipato circa 30 mila pellegrini, e tra questi 3 mila giovani, guidati dall’ufficio diocesano per la gioventù.

Quali sono le altre iniziative?

Ci sono tante iniziative che hanno grande risposta da parte delle persone. Il 10 febbraio del 2018 abbiamo concluso il Sinodo diocesano, la cui prima sessione si era tenuta l’8 dicembre 2016. Erano anni che non si faceva il Sinodo, dato che durante il comunismo era difficilissimo celebrarne uno. Questo Sinodo ha mostrato che c’è grande aspettativa e apertura nei confronti della Chiesa. In modo speciale, devo sottolineare l’impegno dei laici, il loro entusiasmo anche nel seguire le catechesi.

Come vanno le vocazioni?

A settembre, sono entrati nella provincia ecclesiastica del seminario maggiore 34 ragazzi, dopo un percorso di discernimento durato due anni. Si può dire che negli ultimi anni c’è stata una piccola, leggera crescita nella vocazione al sacerdozio.

Quanto sono presenti le ferite del comunismo?

Sono presenti soprattutto nella seconda generazione, una generazione diversa rispetto a quella uscita dal comunismo. Sono meno ideologizzati dal punto di vista generazionale, ma proprio per questo sono più inclini alla secolarizzazione, perché hanno vissuto nella società di ideologia comunista. La generazione che viveva nei tempi del comunismo veniva invece da un ambiente cristiano cattolico, e aveva ricevuto una formazione all’interno delle famiglie.

E le ferite del conflitto più recente come sono presenti?

Dipende dalla zona della Croazia in cui le persone vivevano. C’erano coloro che erano alla frontiera della Serbia, e hanno davvero vissuto la guerra sulla loro pelle, perdendo famigliari. Loro sono quelli più colpiti. Mentre in molti hanno vissuto il conflitto indirettamente, magari per l’arrivo di profughi nelle loro terre. Ma per loro è più facile dimenticare del conflitto. 

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