Polonia e Santa Sede, cento anni dopo

L’anniversario della restaurazione dei rapporti diplomatici permette di ripercorrere la storia della Polonia. Nazione “sempre fedele”, nonostante le difficoltà

Il vicepremier Piotr Gliński in Vaticano, davanti la tomba di San Giovanni Paolo II, durante la sua visita dello scorso 7 giugno
Foto: Foto: Ambasciata di Polonia presso la Santa Sede
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Per i cento anni della restaurazione delle relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Polonia, una statua di Pio XI è stata svelata nel cortile della nunziatura di Varsavia. Prima di essere eletto Papa, Pio XI fu infatti il primo inviato papale nella ricostituita Polonia. Dovette avere a che fare con una difficile situazione, nuovi nazionalismi e conflitti e una nazione che faceva del cattolicesimo vanto nazionale. Una nazione che era riuscita appena a riconquistare una indipendenza dopo anni che era stata cancellata dalla mappa geografica.

La storia è stata raccontata dall’ambasciatore di Polonia presso la Santa Sede Janusz Kotanski, in un convegno organizzato dall’ambasciata lo scorso novembre su “1918. Anno dell’indipendenza” e i cui atti sono disponibili in una pubblicazione online sul sito dell’ambasciata stessa.

La Polonia, o per meglio dire il Commonwealth polacco – lituano, scomparve dalla mappa geografica a seguito tre partizioni realizzate da Russia, Austria e Prussia nel 1772, 1793 e 1795. Fu soprattutto la Costituzione del 3 maggio 1791, “la prima costituzione del nostro continente”, a provocare la reazione russa e la sconfitta della Polonia. Ma non solo: soccombettero sotto l’avanzata degli zar anche lituani, bielorussi, ucraini, ebrei, tartari, armeni.

Per i Polacchi ci fu una breve parentesi di libertà, sotto Napoleone, che durò solo fino al Congresso di Vienna del 1815, quando fu creato un nuovo regno di Polonia in unione personale con lo zar russo. Era un regno condannato al fallimento. L’insurrezione di polacchi e lituani del 1830 portò ad un conflitto sanguinoso, da decine di migliaia di morti.

“Il Regno di Polonia cessò di esistere, ma non cadde lo spirito della nazione”, sottolinea Kotanski,. Che poi aggiunge: “Un grande supporto per i nostri connazionali nell’era delle partizioni fu la fede e la Chiesa”, perché questa “ha permesso di preservare la lingua, di coltivare l’identità nazionale e la memoria storica”. Si rafforza qui quel legame tra cattolicesimo ed identità polacca che ritornerà a più riprese e sarà decisivo anche negli anni della Cortina di ferro.

Diversa la situazione in Lituania, Bielorussia e Ucraina, dove “non era permesso utilizzare la lingua nazionale”, e non era possibile nemmeno né costruire nuove chiese, né rinnovare le vecchie. Anche in quel caso, però “un forte impulso venne dalla Chiesa”.

Le congregazioni religiose erano molto attive, la fede delle persone si notava nei grandi pellegrinaggi ai santuari di Ostra Brama e Jasna Gora.

Il maresciallo Jozef Pilsudski, socialista ma devoto a Nostra Signora di Ostra Brama e difensore dei diritti della Chiesa nello Stato zarista, comincia a ergersi come personaggio all’inizio del XX secolo, quando ci sono grandi cambiamenti politici e sociali nelle terre polacche e in tutta Europa.

Fu un periodo in cui si risvegliò la coscienza nazionale di bielorussi, lettoni, ucraini, ma anche le nazioni dei Balcani, i popoli della Transcaucasia. Tutti videro nella caduta degli zar una grande opportunità. E, alla conferenza di pace di Versailles, la Polonia negozierà la ricostituzione.

La Santa Sede mantiene una politica concordataria con i nuovi Stati. “Il Vaticano – dice Kotanski – diventerà presto uno degli alleati più desiderosi della rinascita della polonia nella lotta contro il ‘comunismo empio’, come scrisse Papa Pio XI”.

La ricostituzione della nazione non è stata poco dolorosa. I sovietici attaccarono quasi subito la Polonia, fino alla battaglia del 1920 sulla Vistola, il miracolo della Vistola che Pio XI volle riprodotto a Castel Gandolfo e che conduce alla definitiva sconfitta dei sovietici. Una vittoria amara, perché la Russia Sovietica non ha mai adempiuto agli obblighi stipulati nella pace di Riga, ma salvò l’Europa dal totalitarismo comunista.

“Quando nel 1939 – racconta Kotanski - la Seconda Repubblica Polacca sarebbe caduta sotto i colpi della Germania di Hitler e della Russia sovietica, questi paesi avrebbero perso la loro indipendenza. E quando la Polonia diventerà indipendente, nel 1990, sarà anche un esempio e un aiuto che le bandiere nazionali saranno presto esposte a Vilnius, Riga e Tallinn”.

La morale, per Kotanski, è che “la solidarietà europea non può solo servire all'arricchimento dei singoli Stati e dei loro interessi egoistici. Democrazia, tolleranza e libertà, basate sui valori cristiani, sono l'unica via per l'Europa e il mondo. Altrimenti, saremo condannati alla ripetizione terribile e dolorosa dalla storia. Se l'Europa è fedele alle sue radici, che includono l'eredità della civiltà giudaico-cristiana, la filosofia greca e il diritto romano, le sue nazioni saranno ancora in grado di svilupparsi e, senza dimenticare il passato, contribuiranno a un futuro migliore insieme”.

 

(3 – continua)

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