Processo Palazzo di Londra, l’interrogatorio di Di Ruzza

L’ex direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria vaticana chiarisce la sua posizione, spiega la ratio delle decisioni dell’autorità, ricorda che i suoi interlocutori sono sempre stati i vertici della Segreteria di Stato

Una udienza del processo del Palazzo di Londra in Vaticano
Foto: Vatican Media / ACI Group
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L’Autorità di Informazione Finanziaria ha sempre agito secondo le sue prerogative, supportando la Segreteria di Stato quando questa ha fatto richiesta di valutare la ristrutturazione dell’investimento sul palazzo di Londra, e anche sottolineato la fattibilità di un prestito dell’Istituto delle Opere di Religione alla Segreteria di Stato per poter rimodulare l’oneroso mutuo acceso per la gestione dell’immobile. Ma non ha mai superato le sue prerogative, mai è entrato in conflitto di interessi, e soprattutto mai ha approvato formalmente una decisione, che poteva spettare solo all’organo di governo.

Tommaso Di Ruzza, direttore dell’Autorità di Informazione Finanziaria vaticana dal 2016 al 2021, ha spiegato nei dettagli il ruolo dell’Autorità di Informazione finanziaria durante la 13esima udienza del processo sulla gestione di fondi della Segreteria di Stato vaticana. Un processo che ruota intorno all’acquisto di un immobile di lusso a Londra, un investimento della Segreteria di Stato finito al centro di un complicato schema finanziario, ma anche accuse diverse di peculato rivolte al Cardinale Angelo Becciu per aver destinato dei fondi quando era sostituto della Segreetria di Stato vaticana.

L’interrogatorio di Di Ruzza permette di chiarire diversi aspetti dell’operazione. Cruciale il tema del rifinanziamento del prestito chiesto all’Istituto delle Opere di Religione. Lo IOR prima aveva acconsentito alla richiesta, poi aveva improvvisamente aveva deciso di non destinare più l’immobile. La segnalazione che ha portato al processo è partito proprio da una denuncia dello IOR.

Ma lo IOR, ha spiegato Di Ruzza, poteva fare prestiti. L’unico vincolo era quello di non fare prestiti come un istituto di credito, cosa che lo IOR non è. Il prestito di un istituto di credito, ha spiegato Di Ruzza, si basa su due pilastri: la raccolta di fondi al pubblico e la concessione di credito per conto proprio. Lo IOR, però, non è una banca, non fa raccolta di fondi al pubblico, non è aperto all’esterno, non ha filiali fuori dal Vaticano.

Lo IOR è autorizzato a concedere prestiti dal 2015, ma è un prestito che deve essere fatto a garanzia, in modo da preservare anche la peculiarità dell’istituto. Vengono da qui anche le modalità particolari in cui è stato descritta l’anticipazione di credito (lo IOR aveva parlato anche di uno scoperto di conto, una modalità già usata per una altra operazione con la Segreteria di Stato nel 2017). Si tratta, in fondo, anche di tutelare i rapporti con l’Unione Europea, perché se lo IOR entrasse nella cornice di un istituto di credito cambierebbero necessariamente i rapporti internazionali.

Si trattava comunque di estinguere il mutuo acceso per finanziare l’acquisto dell’immobile di Londra, per una quantità di 150 milioni, mentre quello che si chiedeva allo IOR era un surrogato di mutuo, con un interesse dell’1 / 2 per cento l’anno. Insomma, un prestito dello IOR avrebbe portato un considerevole risparmio alle casse della Santa Sede, come tra l’altro delineato anche dal memoriale consegnato dall’arcivescovo Edgar Pena Parra, sostituto della Segreteria di Stato vaticana.

È stato chiesto anche se si è mai pensato di denunciare le operazioni. Di Ruzza ha spiegato che la decisione spettava alla Segreteria di Stato, che le opzioni erano quella di denunciare (ma c’era il rischio di un giudizio sfavorevole nei tribunali londinese) o quella di ristrutturare l’investimento, che la prima ristrutturazione lasciava dubbi perché si trattava di andare a pagare un immobile che già la Santa Sede possedeva. Invece, la strada indicata è stata quella di risolvere il contratto con il broker Gianluigi Torzi, che aveva in gestione le azioni dell’immobile con diritto di voto, e quindi la negoziazione è stata per l’uscita del contratto. “Dovevo denunciare chi? Il sostituto?”, ha chiesto Di Ruzza, notando come tutte le decisioni fossero prese direttamente dalla Segreteria di Stato, e che l’Autorità di Informazione Finanziaria si limitava a dare un supporto, verificando la fattibilità.

Non c’è stata mai denuncia, comunque, perché non ci sono stati i profili per mettere in luce una cosiddetta “attività di transazione sospetta”, che è il profilo per cui l’AIF (ora ASIF) fa una segnalazione al promotore di Giustizia vaticano, come ha fatto in diverse altre occasioni. Piuttosto, va segnalato che l’Autorità ha fatto sapere che avrebbe continuato a monitorare il flusso del denaro, anche dopo il pagamento delle due fatture a Gianluigi Torzi.

Ha spiegato Di Ruzza che, dopo aver avuto notizia delle fatture, “abbiamo chiesto informazioni per seguire il flusso delle movimentazioni. Subito dopo furono attivati enti interni (APSA, IOR) e il 9 agosto 2019 il corpo della Gendarmeria per avere informazioni non investigative, non finanziarie, ma amministrative”.

Le informazioni erano state chieste anche alle UIF estere coinvolte. La Gendarmeria, tuttavia, non ha mai dato riscontro. “Durante il 2019 – ha detto Di Ruzza - ci furono 14 incontri tra AIF, Gendarmi e Promotori, e rappresentai la richiesta dell’AIF anche ai Gendarmi. Non c’è mai stata risposta e l’1 ottobre ne abbiamo scoperto il motivo”. In pratica, le indagini del processo hanno anche bloccato ogni possibile sviluppo investigativo di una operazione finanziaria di cui era stata già delineata fattibilità e sostenibilità.

“I vertici dello IOR erano a conoscenza che l’AIF stesse effettuando approfondimenti. Ci tengo a precisare a tutti i livelli era noto che si stessero svolgendo approfondimenti”, ha sottolineato l’ex direttore dell’AIF.

Prima dell’interrogatorio, Di Ruzza ha fornito una dichiarazione spontanea in cui ha confermato quanto detto negli interrogatori in fase istruttoria, con alcune precisazioni doverose perché, al momento dell’interrogatorio, Di Ruzza non aveva totale conoscenza degli atti. Ad esempio, alcune dichiarazioni erano dovute al fatto che a Di Ruzza non fosse stato reso noto che l’architetto Luciano Capaldo e monsignor Mauro Carlino Carlino “avessero ricevuto dal Sostituto S.E. Mons. Peña Parra l’incarico di occuparsi della transazione con il dott. Gianluigi Torzi, agendo in stretto contatto con lo Studio Mishcon de Reya”, lo studio legale della Segreteria di Stato vaticana. Un dettaglio, questo, spiegato bene da monsignor Carlino nella sua testimonianza.

Si ricomincia ora il 5 maggio, con l’interrogatorio al Cardinale Becciu, per poi proseguire secondo un calendario che è stato definito fino a giugno.

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