Riconciliazione per l’Europa, ricordare le richieste di perdono dopo la II Guerra Mondiale

Una mostra e una giornata di studio per ricordare la Lettera dei vescovi polacchi per riconciliarsi con i confratelli tedeschi

Il Manoscritto
Foto: Cristian Giannari
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In una Europa che a dispetto dell’ UE sembra sempre più divisa sui temi fondamentali assume un significato speciale la mostra che l’Istituto di Cultura Polacco  offre alla città di Roma come occasione di riflessione: Riconciliazione per l’Europa, che illustra la riconciliazione tra polacchi e tedeschi dopo la II Guerra Mondiale. 

Rileggiamo la storia.  Quando nel 1945, i leader delle Grandi Potenze, decisero la divisione della Germania e delle aree di influenza sovietica e statunitense sull’ Europa ci fu uno spostamento dei tedeschi dall'Europa centrale e orientale mentre gli stati a est furono subordinati all'Unione Sovietica. La Polonia perse il 17% della sua popolazione e il 45% del suo territorio, che fu incorporato nell'URSS e ricevette alcuni territori orientali del Terzo Reich, le storiche province di Slesia, Pomerania occidentale e Prussia orientale oltre al territorio della Città Libera di Danzica.

Il confine stabilito tra la Polonia e la Germania divenne il motivo principale delle tensioni nelle relazioni post-belliche tra i due paesi. Venti anni difficilissimi. Ma al Concilio i vescovi polacchi e tedeschi erano insieme in Vaticano e così i vescovi cattolici polacchi scrissero una lettera ai vescovi tedeschi, con una frase: “In questo spirito molto cristiano, ma anche molto umano, noi tendiamo le nostre mani a voi seduti qui sui banchi di questo Concilio, mentre esso sta per concludersi, e perdoniamo e chiediamo perdono. E se voi, vescovi e padri conciliari tedeschi, tenderete le vostre mani fraternamente, allora e solo allora potremo celebrare il nostro Millennio nel modo più cristiano e con una coscienza tranquilla". 

Un gesto storico voluto dall'arcivescovo Bolesław Kominek di Wrocław, autore di molti testi su questo argomento.

Seguendo da vicino il Concilio - ha spiegato il vaticanista e cronista del Concilio Gianfranco Svidercoschi,- ho capito l’influsso della lettera. Fu un fatto epocale perché per la prima volta la Chiesa cattolica chiedeva pubblicamente perdono. E’ stata una presa di coscienza, promossa da Mons.Kominek, che ha ispirato profondamente gli anni a venire. Lo stesso Papa Wojtyla ha caratterizzato il suo pontificato, nel solco di quel perdono, con una serie di richieste di mea culpa per gli errori commessi nella storia dalla Chiesa”. 

Scritto da Mons. Kominek, a Fiuggi, l’8 ottobre il testo fu inviato in bozza al primate Wyszyński e anticipato ad alcuni vescovi tedeschi per sondare la loro reazione: “Fu uno sforzo notevole per aprire ad una riconciliazione e cooperazione tra due paesi fulcro di controversie politiche e territoriali.- ha detto Svidercoschi-  Un tentativo di pacificazione che partiva da lontano, dagli anni del nazismo, di Hitler, della seconda guerra mondiale e del comunismo. Il documento, in effetti, era un invito rivolto ai tedeschi a partecipare alla commemorazione del Millennio cristiano polacco, che sarebbe caduto nell'anno 1966, ma il messaggio contenuto guardava ben più lontano e apriva le porte alla riconciliazione e al superamento dell’astio tra le due nazioni”.

“La lettera ha aperto la strada ad un cambiamento epocale - spiega lo storico Andrzej Grajewski – e senza questo messaggio probabilmente l’allora arcivescovo Karol Wojtyla non sarebbe diventato Papa”.

Una considerazione che sottolinea ancor più il rilievo del Messaggio contenuto nella lettera del 1965. 

In occasione dei 50 anni della Lettera ad ottobre del 2015 si svolsero delle giornate di studio e commemorazione in Vaticano con una mostra sull’evento che segna la storia delle due nazioni. 

Il manoscritto della lettera è stato ritrovato al Pontificio Istituto Polacco di Roma dove è conservato,  e il valore riconosciuto negli anni successivi hanno indotto la Polonia a candidare il prezioso documento per il conferimento al Messaggio dei vescovi polacchi ai vescovi tedeschi” del Marchio del patrimonio europeo, il riconoscimento della Comunità Europea assegnato a siti, beni culturali e testimonianze del patrimonio immateriale con una riconosciuta rilevanza simbolica, storica e culturale.

“La Lettera è ancora poco nota anche in Polonia – sottolinea Wojciech Kucharski, curatore della mostra – e sono pochi coloro che sono veramente consapevoli del valore del messaggio contenuto al suo interno. Abbiamo ancora una lunga strada da fare; mi auguro che l’incontro di oggi possa rappresentare una tappa importante per la sua conoscenza”.

Allestita negli spazi dell’Istituto Polacco di Roma, diretto da Łukasz Paprotny, la mostra sarà aperta al pubblico fino al 29 novembre.  L’evento è patrocinato da Janusz Kotański, Ambasciatore della Polonia presso la Santa Sede.

La mostra è stata allestita grazie all’impegno del Centro storico Memoria e Futuro nato nel 2007 a Breslavia. 

La sede del Centro è già storia. Si tratta di un vecchio deposito nella città che tornò ad essere polacca dopo la fine della II Guerra Mondiale. 

Fabbrica, luogo di lavoro e oggi spazio per mostre, laboratori didattici, eventi culturali e progetti artistici con l’obiettivo di far conoscere alle giovani generazioni le storie dei loro nonni.

Il cuore del Centro è rappresentato dalla mostra permanente "Wrocław 1945–2016" che illustra il ritorno dei polacchi a Breslavia dopo la seconda guerra mondiale, il riassetto della città e la riconquista, nel 1980, della sua identità. 

Numerosi i progetti di diffusione e informazione, promossi dal Centro, come borse di studio, dibattiti, campagne promozionali, sociali e informative, attività editoriali e organizzazione di mostre come “Riconciliazione per l’Europa”. 

 

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