Riforma della curia: il punto dell’arcivescovo Tomasi

L'arcivecscovo Silvano Maria Tomasi, segretario delegato del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace
Foto: CNA Archive
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Sarà attivo dall’1 gennaio, ma ancora si sta lavorando alla sua definizione. Il nuovo dicastero per il Servizio allo Sviluppo Umano Integrale si sta formando riunione dopo riunione, con la necessità di dare una forma unitaria a quelle che erano le priorità di quattro diversi pontifici consigli: Giustizia e Pace, Pastorale dei Migranti e degli Itineranti, Operatori Sanitari e Cor Unum. L’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, segretario delegato di Giustizia e Pace, è tra coloro che partecipano alle riunioni, e in esclusiva con ACI Stampa racconta quali sono i criteri con i quali si sta lavorando al nuovo dicastero.

Perché c’era necessità di un nuovo dicastero?

La risposta del Concilio Vaticano II aveva sul dialogo della Chiesa con il mondo aveva portato all’articolazione di diversi pontifici consigli. Questi rispondevano a problemi urgenti ed attuali: la sanità, ovvero il diritto alla salute; la pace e lo sviluppo; la mobilità umana; e la Carità del Papa. Una risposta efficace. Ma, dopo 50 anni di esperienza e di servizio, la globalizzazione ha portato ad una nuova riflessione. Come parlare di pace se non parliamo di rifugiati? Come parlare di sviluppo se non si parla anche di diritto alla salute, al cibo?

C’era dunque bisogno di una nuova strutturazione?

Sì, specialmente dopo la pubblicazione dell’enciclica Laudato Si, la quale mette l’accento sulla interconnessione dei problemi di oggi. Il Papa ha sentito il bisogno di accorpare i temi. Non si tratta di un merging di tipo economico. Si tratta semplicemente di accorpare questi quattro pontifici consigli (Giustiza e Pace, Migranti, Pastorale Sanitaria, Cor Unum) in uno, in modo da riassumere e rendere più efficace la risposta ai singoli settori. È, si potrebbe dire, la resa concreata dell’immagine del “poliedro” che Papa Francesco ama utilizzare: tutti mantengono la loro identità, ma tutti sono legati dallo stesso programma.

Un programma che si sostanzia nel nome del nuovo dicastero. Un nome che arriva dopo mesi di discussione: si è parlato di Carità, Giustizia e Pace, poi Giustizia, Pace e Migranti, poi Giustizia, Pace e Carità. Perché alla fine si è scelto il nome di Servizio per lo Sviluppo Umano integrale?

Perché non c’è nessun Pontificio Consiglio che assorbe gli altri. È una entità nuova, un servizio nuovo che deve funzionare come unitarietà. Il dicastero non viene diviso settore per settore, ma verrà organizzato in funziona di una risposta nei vari campi.

Con una eccezione: il Papa ha preso per sé la gestione ad tempus dell’ufficio dei migranti...

È una eccezione che è nella storia della Chiesa, perché già in passato i Papi sono stati per un certo periodo anche prefetti di alcuni dicasteri. Certo, qui si parla di un ufficio all’interno di un dicastero. Ma si dovrà definire in conversazione con il Papa il modo in cui questo ufficio verrà organizzato, e come poi sarà integrato nel dicastero.

È stata questa una decisione del Papa?

Sì, il Papa ha deciso spontaneamente di mostrare una particolare attenzione sul tema, con sorpresa della struttura normale della Curia. D’altronde, il tema è importante, e con la scelta il Papa ha voluto dare un seguito concreto ai due grandi gesti del Pontificato, il viaggio a Lampedusa e il viaggio a Lesbos. Ora si dovrà pensare a come rispondere all’emergenza immigrati: si parla di 250 milioni di migranti, 65 milioni di persone forzatamente obbligate a lasciare le loro case, di cui 25 milioni obbligate a lasciare il loro Paese.

Come si sta costituendo il dicastero?

Stiamo incontrando le persone che formeranno il dicastero, e abbiamo chiesto ad ognuno dei pontifici consigli coinvolti una lista di priorità che avevano fissato per il 2017, che stiamo armonizzando. Nelle riunioni, stiamo anche cercando di comprendere quale tipo di organizzazione interna del dicastero appare più efficace per dare una risposta unitaria ai problemi. Cerchiamo anche il consiglio di persone esperte in modo da facilitare la costruzione di un dicastero efficace. È molto complicato perché si tratta di mettere assieme forse una settantina di persone. Nessuna perderà il posto.

Quali gli obiettivi del nuovo dicastero? Avrà anche il compito di avamposto diplomatico sui grandi temi?

È chiaro che le relazioni con gli Stati sono una responsabilità della seconda sezione della Segreteria di Stato. La funzione del nuovo dicastero è studiare i problemi, proporre delle soluzioni, essere di servizio alle conferenze episcopali e di consulenza agli uffici della Curia su temi di sviluppo, diritti umani, povertà, con una particolare attenzione verso i più vulnerabili.

Il dicastero avrà un ufficio per ognuno dei temi di cui si occupavano i Pontifici Consigli da cui è formato?

No, perché il nostro obiettivo è quello di dare una risposta unica e condivisa. Ci sarà il Prefetto, che è già stato individuato nel Cardinale Peter Turkson, attualmente presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e poi un segretario e poi uno o più sottosegretari. Non pensiamo a dei dipartimenti tematici, ma piuttosto a come integrare il lavoro e dare una risposta sui temi il più possibile interdipendente.

Le conferenze episcopali gestiscono la loro “curia” sul modello della Curia romana. Trasformeranno anche loro gli uffici da “Giustizia e Pace”, migranti a un solo ufficio per lo Sviluppo Umano Integrale?

Si tratta di un punto importante, ma la decisione sarà presa dalle conferenze episcopali. Ci sarà modo di continuare il buon rapporto e le Chiese locali, ma con quale ufficio continueremo il rapporto verrà deciso con le conferenze episcopali stesse. Immagino che progressivamente ci si adeguerà. Mi pare che il CELAM abbia già provveduto ad avere un ufficio che assorbe tutti questi temi – migranti, diritti umani, lotta alla povertà.

Dove avrà sede il nuovo dicastero? Sarà in un unico luogo?

Stiamo ancora cercando la soluzione per il luogo dove sarà ubicato. Di certo, tutti gli uffici saranno in un unico luogo, per permettere quel lavoro comune di cui parlavamo.

Attualmente, Caritas Internationalis – secondo i nuovi statuti – si relaziona direttamente a Cor Unum. Con il nuovo dicastero, dovrà cambiare lo Statuto?

Caritas Internationalis diventa giuridicamente legata al nuovo dicastero. Certo, bisognerà rivedere alcuni di questi statuti e documenti che erano stati preparati in funzione dell’esistenza di strutture distinte. Ma già lavoriamo e collaboriamo con Caritas Internationalis. Non solo: nel rispetto delle autonomie necessarie per l’efficacia del servizio, ci si parla, ci si coordina anche perché le organizzazioni che fanno servizi tipo in risposta alle varie necessità della comunità umana sono legate a questo nuovo dicastero. E si sta pensando a un Forum Organizzazioni cattoliche non governative, ma anche in quel caso siamo in una fase di discussione interlocutoria.

Ti potrebbe interessare