Sant’Agnese, San Giorgio, Isaia: i simboli cristiani all’ONU di New York

La statua di Sant'Agnese proveniente dalla cattedrale di Nagasaki, presso l'edificio delle Nazioni Unite a New York
Foto: Wikimedia Commons
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La statua di Sant’Agnese è al centro di una mostra permanente sul disarmo. Quella di San Giorgio che sconfigge il drago all’ingresso, sulla sinistra. L’iscrizione del passo di Isaia 2,4 appena fuori. Benvenuti all’edificio delle Nazioni Unite di New York, dove la diplomazia sembra sovrastare ogni fede. E, nonostante tutto, restano dei simboli cristiani, quasi nascosti, a testimoniare una vocazione per il bene comune che parte proprio dal cristianesimo.

Il pezzo più significativo è sicuramente la statua di Sant’Agnese. Tiene in braccio un agnello, e proveniva direttamente dalla cattedrale di Urakami, a Nagasaki. La cattedrale rimase distrutta dall’esplosione nucleare del 9 agosto 1945, ma la statua rimase più o meno intatta, e fu trovata tra le rovine della cattedrale completamente distrutta dagli effetti della bomba, esplosa solo a mezzo chilometro di distanza.

La statua è stata portata a New York ed è il pezzo centrale di una mostra permanente alle Nazioni Unite dedicata al disarmo nucleare. La statua è completamente rovinata sul retro, e le striature lasciano intravedere la direzione che ha preso l’onda di calore che ha fatto seguito all’esplosione. 

La presenza di un pezzo proveniente da Nagasaki ha un particolare significato per il popolo cristiano. Sebbene tutti ricordino soprattutto la bomba sganciata a Hiroshima, la bomba su Nagasaki ebbe l’effetto di distruggere una comunità cattolica, la più fiorente del Giappone, che si era sviluppata nella città dai tempi della persecuzione del “silenzio” raccontato dal regista Martin Scorsese in un suo recente film.

La statua di Sant’Agnese è in uno dei corridoi che porta al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E il Consiglio presenta, sul muro principale, un grande dipinto di Per Krohg, un artista norvegese.

Grande cinque metri per nove, diviso in sezioni orizzontali che vanno dai colori scuri della terza sezione a colori più accesi. Il significato è ovvio: i colori più leggeri suggeriscono pace, progresso e verità, mentre quelli oscuri dipingono uno scenario infernale, da cui emerge una fenice che va verso la luce. Il messaggio del dipinto rappresenta la promessa di pace futura e libertà individuale, e il messaggio generale è che tecnologia, giustizia e pace, unite dalla famiglia nucleare (madre, padre figlio) e dall’ordine promosso dalle Nazioni Unite, sono forze che fanno progredire l’umanità.

Ed è notevole che al centro del quadro ci sia proprio una famiglia tradizionale. Al di là di tutti i messaggi sulle magnifiche e progressive sorti del mondo, è la famiglia naturale al centro del quadro. Un riconoscimento, quello dato alla famiglia, che è sempre più difficile trovare nei documenti delle Nazioni Unite, e che invece è presente sin dall’inizio. Recenti ricerche hanno stabilito che il pannello centrale è pressoché identico a un dipinto che Krohg ha completato nel 1940, all’inizio dell’occupazione nazista in Norvegia, che mostrava una famiglia melancolica ed era intitolato La Pace, l’Artista e la sua Famiglia, e che viene letto come la reazione di Krohg all’occupazione nazista.

C’è, insomma, molto di più dietro un quadro che sembra difendere proprio quella famiglia che nei grandi organismi internazionali viene spesso annacquata, come testimoniano i molti interventi in sua difesa da parte degli Osservatori Permanenti della Santa Sede alle Nazioni Unite.

Quindi, va notata la statua di San Giorgio che uccide il drago, appena fuori dalle Nazioni Unite. È stata donata dall’Unione Sovietica nel 1990, ed è intitolata “il Bene Sconfigge il Male”. L’artista che l’ha composta è Zurab Tsereteli.

Il dono è altamente simbolico, e fa parte del disgelo del dopo Guerra Fredda. In particolare, la scultura è stata composta con frammenti dei missili nucleari sovietici e degli Stati Uniti, distrutti dopo il trattato di non proliferazione del 1987. Il dragone rappresenta la guerra, e in particolare la guerra nucleare, e San Michele lo uccide. Colpisce che c’è bisogno di una iconografia cristiana per simboleggiare la fine della guerra.

Infine, c’è la frase di Isaia, che è su un muro proprio di fronte al Palazzo di Vetro, in una area che è, in fondo, parte della passeggiata delle Nazioni Unite. E ancora, è la Bibbia a raccontare quello che la diplomazia internazionale dovrebbe fare.

Il passaggio, in inglese, è quello di Isaia 2,4:

“Egli giudicherà tra nazione e nazione

e sarà l'arbitro fra molti popoli;

ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d'aratro,

e le loro lance, in falci;

una nazione non alzerà più la spada contro un'altra,

e non impareranno più la guerra”.

Perché, in fondo, è Dio il bene supremo di tutto. Al di là della volontà degli uomini e del progresso, tanto magnificato alle Nazioni Unite.

 

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