Sculture preziose, l'oreficeria sacra del Lazio in mostra a San Pietro

BOTTEGA ORAFA MERIDIONALE, primo quarto secolo XIII Busto reliquiario di Santa Maria Salome Argento sbalzato, inciso, dorato; smalti Veroli, Museo del Tesoro del Duomo
Foto: © Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Lazio
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Le chiamano “arti minori”, ma di piccolo c’è solo la dimensione. Oreficeria e  argenteria hanno donato al mondo capolavori assoluti grazie ad artisti rinomatissimi. Basta pensare a Benvenuto Cellini o Nicola da Guardiagrele. Opere che troppo spesso rimangono negli armadi delle sagrestie, esposti solo per le feste patronali. Sculture preziose, come ricorda il titolo della mostra che i Musei Vaticani e la Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici del Lazio hanno allestito nel Braccio di Carlo Magno e che sarà visibile fino al 30 giugno 2015. 

Oreficeria sacra nel Lazio dal XIII al XVIII secolo, memorie della fede che la Chiesa custodisce, lasciti inestimabili di civiltà e di storia. Un “museo diffuso” che diventa orgoglio del territorio. Ad andar per paesi, come cercatrici d’altri tempi, Anna Imponente e Benedetta Montevecchi della Soprintendenza dei Beni Artistici ed Etnoantropologici del Lazio. Un vero “tesoro” di antiche preziose sculture in argento, bronzo e rame dorati con gemme incastonate, opere sconosciute custodite nelle sacrestie o conservate nelle raccolte diocesane oltre che nelle Abbazie di Casamari e di Montecassino, in alcuni istituti religiosi e comuni del Lazio, sono testimonianze di fede costituite dagli straordinari capolavori di grandi artefici dovuti alla munificenza di committenti religiosi e laici.

La cosa che più colpisce ammirando questi ori e questi argenti è che la competenza non sempre era nobile. Spesso erano gli stessi paesi, con raccolte di fondi, a cercare un grande artista, che magari aveva già lavorato per il Papa o per qualche cardinale, per commissionare un reliquiario del santo patrono. Nascevano statue, reliquiari antropomorfi, ostensori, croci processionali, vasi sacri e suppellettili la cui decorazione privilegia il rilievo e la microscultura figurativa che coprono un arco temporale dal XIII al XVIII secolo.

Le opere in mostra sono 120 e la selezione privilegia oggetti di fattura talmente pregiata che sono in molti casi capolavori assoluti nel loro genere.

Simbolo della mostra la straordinaria statua equestre di S. Ambrogio martire in argento fuso e cesellato proveniente dalla Concattedrale di Ferentino, uno dei più importanti capolavori dell’oreficeria seicentesca. Una vera statua che richiama il Marco Aurelio del Campidoglio, all’epoca, da poco collocato al centro della piazza michelangiolesca.

Una “Italia profonda” a pochi passi da Roma, capitale di arte e di bellezze che spesso schiaccia e nasconde storia, arte e religiosità della regione che le fa da corona.

La mostra del resto è il coronamento di un lavoro di ricerca e documentazione fatto da Benedetta Montevecchi e premiato anche da ritrovamenti inediti. Il nucleo più antico e consistente appartiene alla Cattedrale di Veroli inespugnabile rifugio anche per le oreficerie dell’Abbazia di Casamari con i reliquiari di santa Maria Salome e dei santi Giovanni e Paolo, di un primitivismo duecentesco che sa di moderno. E si scorre il tempo per arrivare ad una preziosa Fuga in Egitto di metà del XIV secolo del Museo di Gaeta, o al busto di San Biagio a Cantalupo in Sabina. Un patrimonio degli enti ecclesiastici, spesso celato al riparo e al chiuso delle sacrestie, sopravvissuto alle spoliazioni di cui è stato facile preda. Terremoti, bottini delle truppe di Ladislao di Durazzo re di Napoli e di Carlo V, fino ai saccheggi dei Francesi nel 1790, ai disastri bellici, come per il Tesoro dell’Abbazia di Montecassino, ai furti, soprattutto negli anni Ottanta del secolo scorso, non sono riusciti a disperdere del tutto questa ricchezza.

Anche per questo non è sempre stato facile ottener gli oggetti in prestito per la mostra. Parroci, abati e vescovi come la popolazione sono gelosi di quei capolavori che sono nati spesso grazie a grandi sacrifici.  Anche i nomi dei santi aprima vista sembrerebbero da considerarsi “minori”,  come Gratiliano o Felicita, Teofani,  Lituardo, e tanti altri.

E’ quasi commovente accorgersi di quanta bellezza abiti ancora i luoghi nascosti dell’Italia, ma la presenza in Piazza San Pietro di questa ricchezza di fede e di arte offre una occasione speciale per cercare poi di rivedere queste opere nel loro ambiente naturale, magari durante la festa di un patrono, montato su una macchina barocca, contornato di fiori e festoni, come si vede in mostra in due suggestivi filmati.

L’ingresso alla mostra è gratuito ed è visibile dal lunedì al venerdì dalle ore 9,30 alle 17,30 il mercoledì dalle 13,30 alle 17,30 e il sabato dalle 10 alle 17, chiusa la domenica e le festività vaticane.

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