Sindone, ecco perché la datazione è da rifare

Emanuela Marinelli spiega nel dettaglio l'ammissione degli errori fatti dai laboratori stessi

La ormai famosa foto dei risultati dell'esame del Radio carbonio nel 1988
Foto: pd
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Proseguiamo il nostro colloquio con la sindonologa Emanuela Marinelli che ci illustra come si è arrivati alla certezza che la datazione con il metodo del radiocarbonio sulla Sindone del 1988 è falsata.

Un mese fa a Catania una conferenza ha messo in luce che è tutto da rifare. Quali sono le novità?

I laboratori che datarono la Sindone nel 1988 con il metodo del radiocarbonio hanno prodotto risultati differenti, non riconducibili allo stesso fenomeno. Il loro articolo fu pubblicato su Nature il 16 febbraio 1989. La documentazione rilasciata dal British Museum nel 2017 al Dott. Tristan Casabianca dipinge un quadro molto più complesso di quanto presentato nell’articolo su Nature: per es. Arizona realizzò otto misurazioni e queste misurazioni grezze mostrano eterogeneità.

L’analisi statistica dei dati grezzi, eseguita dal gruppo di lavoro coordinato dal Prof. Benedetto Torrisi, docente di Statistica all’Università di Catania, con il Dott. Giuseppe Pernagallo, il Dott. Tristan Casabianca e la sottoscritta, pubblicata su Archaeometry, rivista dell’Università di Oxford, il 22 marzo di quest’anno (Radiocarbon dating of the Turin Shroud: new evidence from raw data),  conferma in modo inequivocabile la disomogeneità dei conteggi del 14C usati per la datazione, probabilmente a causa di un contaminante non rimosso dalle operazioni di pulizia preliminari, un problema difficile da risolvere nella radio-datazione dei tessuti, oggi ben conosciuto e che non era considerato abbastanza importante nel 1988, come ha confermato anche il Prof. Paolo Di Lazzaro, fisico dell’ENEA di Frascati.  Il campione analizzato, scelto da un unico punto molto inquinato e che è stato rammendato, a causa delle sue peculiari caratteristiche non rappresentava l'intero lenzuolo. Torrisi e Pernagallo hanno sottolineato che le forti disomogeneità tra i tre laboratori e all’interno dei laboratori sono campanelli d’allarme che confermano la non rappresentatività statistica dei frammenti di tessuto utilizzati nella campionatura.

Già nel 2012 i test statistici condotti dal Prof. Marco Riani, statistico dell’università di Parma, sui dati pubblicati da Nature rivelavano che le datazioni fornite dai tre diversi laboratori erano significativamente diverse.

 I test statistici confermano non solo che già sui dati ufficiali i dubbi sull’aggregabilità erano più che legittimi, ma rinforza tale tesi, apportando forte evidenza di disomogeneità per quanto riguarda i dati grezzi nonché per le datazioni fornite dal solo laboratorio di Arizona.

Le conclusioni sono state così sintetizzate dal prof. Torrisi:

Non abbiamo più dubbi, la forte eterogeneità dei dati conduce ad affermare che la datazione espressa su Nature non sia quella corretta.

Lo schema campionario non fornisce una rappresentatività statistica del telo. L’eterogeneità tra le misure fornite dai diversi laboratori dipende dal punto in cui i pezzetti di tessuto sono stati tagliati.

I dati grezzi mostrano chiaramente le disomogeneità dei risultati tra i tre laboratori.

Svariati test parametrici e non parametrici dimostrano che problemi di omogeneità dei dati permangono sia sui dati pubblicati nel 1989 che sui dati grezzi.

Per poter incrementare e approfondire le conoscenze, sarebbe auspicabile una nuova campagna di studi multidisciplinari, che dovrebbe avere lo scopo di raccogliere il maggior numero di dati in modo da costituire una mappa completa delle caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche dell’intera Sindone, da mettere a disposizione degli studiosi, in modo che possano lavorare e confrontarsi su dati certi ed attendibili.

Una nuova datazione pertanto è necessaria.

“Mi stupisce”, ha affermato il Dott. Di Lazzaro, “come l'esperta in statistica del British Museum che ha lavorato sui dati non si sia accorta che c'era qualcosa che non andava”. Ma forse c’è una spiegazione plausibile. “Bisogna considerare”, continua Di Lazzaro, “che nel 1988 la tecnica dello spettrometro di massa con acceleratore era la tecnica più nuova, era nella sua infanzia. Ancora si stava imparando come usarla”. Ora di fronte alla scelta di richiedere un altro campione, ammettendo a quel punto che la tecnica non era riuscita nell’intento e affermare l’insuccesso della tecnica stessa, evidentemente si è decisa la strada più semplice! Immaginate cosa sarebbe successo ad ammettere che quella tecnologia non era adatta.

Ma ormai occorre guardare avanti e il Dott. Di Lazzaro lancia una nuova possibilità. Nonostante l’analisi al radiocarbonio oggi, dopo trent’anni, si è evoluta, pur di preservare l’integrità del telo, si potrebbe tentare una strada alternativa. Sotto il profilo chimico il contaminante recente presente nel telo sarebbe assente in quel cumulo di fili carbonizzati a causa dell’incendio di Chambéry del 1532, prelevati nel 2002 in diversi punti del Telo e conservati presso la Curia di Torino. Essendo stati bruciati, sono «protetti da possibili inquinamenti successivi al 1532, e così la loro misurazione potrebbe dare informazioni molto indicative». Quindi si potrebbe ripartire da lì, provando a datare quei reperti che provengono da tutte le aree bruciate della Sindone.

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