Sinodo 2018, dalla Terrasanta: “Guardare anche ai giovani di fede non cattolica”

Un ritratto dell'arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme
Foto: Abouna.org
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Al Sinodo 2018 si è parlato molto di accompagnare i giovani, di stare loro vicino, e anche di guardare ai giovani che sono in realtà fuori dalla Chiesa. Ma ci sono anche i giovani che hanno fede, ma non è quella cattolica. E su questo, i giovani del Medio Oriente hanno una “esperienza imbattibile”.

Lo dice ad ACI Stampa, prima dell’ultima riunione del Sinodo, l’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, che ha giurisdizione sui fedeli cattolici di rito latino di Israele, Palestina, Giordania e Cipro.

Eccellenza, cosa ha portato dei giovani del Medio Oriente al Sinodo?

Ho portato con me le loro domande, le loro attese, che sono attese di giustizia, di pane, causate da tanti problemi sociali. Ma ho portato anche la loro speranza.

Il Patriarcato Latino ha la gestione di quattro nazioni. Come si gestiscono queste quattro realtà?

Sono realtà completamente diverse. Per comprenderle bisogna partire dal basso, ascoltare i responsabili, e poi visitare, ascoltare, parlare e trovare gli elementi comuni. E gli elementi comuni sono naturalmente Gerusalemme, e poi l’amore verso Cristo, e l’attenzione ai temi sociali, ai poveri.

E quanto sono diversi i giovani da nazione a nazione?

Non solo tra nazione e nazione, anche tra città. I giovani sono diversi anche tra Nazareth e Gerusalemme, per esempio. Ma allo stesso tempo, i giovani sono uguali in tutto il mondo: sono pieni di vita, hanno un po’ di rabbia, tante attese, ma hanno anche molta freschezza, molta ingenuità. Ed è una ingenuità di cui abbiamo bisogno soprattutto noi in Medio Oriente, che siamo tanto ingessati…

Ingessati in che modo?

Ingessati dalle tradizioni. Siamo una terra piena di tradizioni, che sono bellissime e sono una ricchezza. Ma abbiamo bisogno anche dell’ingenuità dei giovani, in fondo.

Durante il Sinodo, si è parlato molto di accompagnamento dei giovani, di stare loro vicini. Ma c’è qualche messaggio che secondo lei andrebbe approfondito?

Vero, dobbiamo accompagnare i giovani. Ma accompagnare a cosa? È chiaro che li dobbiamo accompagnare all’incontro con Cristo. È una espressione bellissima. Ma va tradotta nella realtà quotidiana. È chiaro che il Sinodo non può entrare in tutti i dettagli. Spetterà poi a noi fare delle conclusioni e metterle in pratica.

Alcuni vescovi hanno lamentato che dal Sinodo mancava un accento forte sulla santità, mentre i giovani hanno voglia di santità. Condivide?

Ci sono stati al Sinodo interventi molto forti sulla santità, non direi che non se ne è parlato. È vero, comunque, che i giovani hanno sete di trascendenza. Abbiamo parlato di tantissimi problemi sociali, forse dovremmo dare più accento alla questione della trascendenza. Non si viene da noi per risolvere i problemi della povertà. Si viene da noi per incontrare Gesù.

Cosa possono insegnare i giovani del Medio Oriente ai giovani occidentali?

Si è parlato molto dei giovani, e del rapporto con quelli che sono lontani. Si è parlato invece poco del fatto che ci sono giovani che hanno fede, ma non la nostra. È una esperienza che facciamo quotidianamente in Medio Oriente, dove viviamo sempre in contatto con il mondo islamico e il mondo ebraico, e questa sarà una realtà sempre più presente in Occidente, nella scuola, nel nostro lavoro, nell’università. Saremo chiamati sempre più a fare i conti con altre realtà religiose diverse dalla nostra, che interrogano sulla nostra fede in maniera diversa da come sia soliti fare. E saremo chiamati ad accogliere sempre più questa realtà. Su questo, noi in Medio Oriente abbiamo una esperienza che è imbattibile.

Anche perché, i giovani riescono a parlare lì dove le religioni a volte non riescono…

Le religioni non si parlano. I religiosi si parlano, i credenti si parlano, le persone si parlano. Non le fedi. Se si parla della fede, non ci si incontra mai. Si parte dalle persone, dall’incontro, e di questo hanno grande esperienza i giovani, che parlano certo dei loro amori, ma in fondo parlano anche di Dio, e parlando di Dio fanno nascere un confronto.

Da uomo di Occidente che vive da tempo in Medio Oriente, quali sono le differenze più forti nel modo di vivere la fede?

C’è una differenza di religiosità tra Oriente e Occidente. In Occidente è chiara la differenza tra sfera laica, sfera sociale e sfera religiosa. In Oriente, la religiosità coincide con l’identità. La frequenza religiosa, le liturgie, la partecipazione alle celebrazioni sono un modo di esprimere la propria identità. In ambedue le realtà, in Oriente e in Occidente, c’è la necessità di passare da una religiosità ricevuto e identitaria ad una religiosità come esperienza.

Si parla spesso dei giovani che interrogano gli adulti, e chiedono da loro risposte. Ma cosa devono fare i giovani?

Da sempre i giovani vogliono risposte dagli adulti, ma anche gli adulti hanno molte attese sui giovani. Credo dobbiamo ricordare ai giovani che non sono arrivati. Non si resta giovani. Il loro scopo è diventare adulti. Adulti responsabili che facciano meglio di quello che abbiamo fatto noi.

Ci troviamo però di fronte a una crisi di fede. Dove si è fallito in questi anni?

Il problema resta sempre la necessità di passare dalla religiosità ricevuta alla fede che è esperienza. Lo abbiamo detto nelle discussioni del Sinodo, citando Paolo VI: i giovani non vogliono sentire maestri, ma testimoni, e se vogliono maestri è perché sono testimoni. Abbiamo bisogno di partire da lì.

Il sinodo sarà un successo se?

Non deve avere successo, deve avere frutto. E frutti ci saranno nei tempi lunghi. Non arrivano mai il giorno dopo.

Siete molti padri sinodali alla prima esperienza. Cosa vede per il futuro della Chiesa?

Vedo una Chiesa giovane, con tante idee, semplici, ma chiare. E credo ci sia motivo di sperare nel futuro.

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