P. Spadaro: Georgia e Azerbaijan e la politica di misericordia

P. Antonio Spadaro in Georgia
Foto: Facebook Antonio Spadaro SJ
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‘Siamo tutti fratelli’ è il motto della visita che Papa Francesco farà in Azerbaigian nell’ambito del viaggio che, dal 30 settembre al 2 ottobre, lo porterà anche in Georgia a completamento di un itinerario nella regione caucasica che ha già visto il pontefice pellegrino in Armenia lo scorso giugno. Il motto, spiegano gli organizzatori, trae ispirazione da una citazione evangelica di san Matteo e dall’insegnamento della Chiesa cattolica, continuamente ribadito da papa Francesco, che tutti gli esseri umani sono parte di un’unica famiglia e sono chiamati a vivere in fraternità e amicizia.

Invece ‘Pax vobis’ è il motto della visita in Georgia, che, come ha dichiarato mons. Giuseppe Pasotto, vescovo di Tblisi e amministratore apostolico per il Caucaso dei cattolici di rito latino, come obiettivo l’aspirazione alla pace. Infatti queste tre regioni del Caucaso, Armenia, Georgia e Azerbaigian, sono terre continuamente minacciate nella pace, specialmente desta preoccupazione la situazione di conflitto tra Armenia e Azerbaigian per la regione del Nagorno Karabakh. Ma ci sono anche le questioni rimaste aperte per i territori di Abcazia e Ossezia del Sud dove, dopo gli scontri etno-territoriali negli anni ’90, non si è ancora giunti ad un vero negoziato di pace.

Per l’occasione abbiamo incontrato il direttore di ‘Civiltà Cattolica’ chiedendogli di spiegarci come si esprime la misericordia di Papa Francesco in politica: “Il contenuto della misericordia significa sostanzialmente che nessuna relazione può essere considerata fallita. Questo vale tanto all’interno dei rapporti interpersonali, quanto tra Stati. Avere presente la misericordia nelle relazioni tra Stati significa comprendere che c’è sempre l’opportunità di abbattere i muri e costruire ponti”.

Il prossimo viaggio in Georgia ha come slogan ‘Pax Vobis’: cosa vuole affermare il Papa?

“La dimensione della pace costituirà il cuore di questa visita in una zona come il Caucaso meridionale, che è stato luogo di grandi conflitti feroci. La visita del Papa ha un significato terapeutico, che tende a riconciliare una terra che ha vissuto tensioni molto forti”.

Però è sempre una visita in due parti?

“Una visita appunto in due parti: la prima in Armenia a giugno scorso; eppoi, visto che c’erano tensioni tra gli Stati caucasici, è sembrato opportuno dividere questa visita in due momenti, che però fanno parte realmente di un unico percorso all’interno delle tre Nazioni caucasiche: Armenia, Georgia e Azerbaigian”.

E tra questi tre Stati c’è la questione del Nagorno Karabach?

“Il Nagorno Karabach è un territorio conteso, che è esattamente l’espressione di una queste tensioni tra il popolo azero e quello armeno. Chiaramente sono tensioni che nascono da un passato vissuto sotto l’Unione Sovietica, che tuttora si fa sentire per la combinazione dei confini che sono stati creati artificialmente. Con questo viaggio il papa non intende entrare in questioni politiche, però certamente è consapevole della tensione e con la sua presenza vuole dare un segno di pacificazione. Del resto, aveva espresso i contenuti nella visita in Armenia”.     

Ma come tradurre in politica il principio della misericordia?

“Concretamente la misericordia come categoria politica in estrema sintesi significa: non considerare mai niente e nessuno come definitivamente ‘perduto’ nei rapporti tra nazioni, popoli e Stati. Questo è il nucleo del suo significato politico”.

Utopia o visione del reale?

“Papa Francesco sa bene che la pace ‘pura’ non esiste e che l’uomo deve sempre affrontare i conflitti; magari ‘accarezzandoli’, come egli ha più volte affermato. Il conflitto è ineliminabile nella dinamica dei rapporti umani, e dunque anche in quelli internazionali. Ma sa anche che la Misericordia cambia il mondo”.

Papa Francesco si è rivelato decisivo in alcune questioni dello scenario internazionale. Come fa le sue scelte?

“La misericordia si delinea politicamente in libertà fluida di movimento, in non accettazione di schieramenti rigidi. Tutto questo mette in moto logiche imprevedibili, proprie di una visione poliedrica. La logica qui è flessibile, elastica, in fondo espressione di un pragmatismo positivo. La sua è una geopolitica non deterministica, che scruta i segni oscuri dei tempi non per rassegnarvisi, ma per intenderli e, per quanto possibile, sovvertirli”.

Che cos’è la pace per Papa Francesco?

“Costruire la pace, per Papa Francesco, significa agire sui quadranti più delicati della politica internazionale in nome degli ‘scarti’, dei più deboli. Le iniziative di pace, in un mondo che vive una drammatica ‘terza guerra mondiale a pezzi’, oltre 30 pezzi nel globo, devono essere sempre collegate ai due grandi temi sociali che preoccupano maggiormente il papa: la pace sociale e l'inclusione sociale dei poveri. Riprendendo la ‘Populorum progressio’ del beato Paolo VI, egli esprime la convinzione che ‘una pace che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza’, come ha scritto nell’esortazione ‘Evangelii Gaudium’”.

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