Summorum Pontificum, Papa Francesco impone la stretta

Il Papa spiega ai vescovi che il desiderio di unità di San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI è stato spesso gravemente disatteso

Una celebrazione secondo l’uso del Missale Romanum del 1962
Foto: Daniel Ibanez CNA
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 “Per promuovere la concordia e l’unità della Chiesa, con paterna sollecitudine verso coloro che in alcune regioni aderirono alle forme liturgiche antecedenti alla riforma voluta dal Concilio Vaticano II, i miei Venerati Predecessori, san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, hanno concesso e regolato la facoltà di utilizzare il Messale Romano edito da san Giovanni XXIII nell’anno 1962” facilitando “la comunione ecclesiale a quei cattolici che si sentono vincolati ad alcune precedenti forme liturgiche» e non ad altri”. Così Papa Francesco nel Motu proprio Traditionis Custodes con cui riforma il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

Proseguendo – spiega il Papa – nella verifica della applicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum, viene stabilito che “i libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano”.

Spetta – ha deciso il Papa – al vescovo diocesano autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi di cui ha giurisdizione seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica.

Nelle diocesi dove uno o più gruppi celebrano secondo il Messale antecedente alla riforma del 1970 il Vescovo dovrà accertare che tali gruppi non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici; dovrà indicare uno o più luoghi dove i fedeli aderenti a questi gruppi possano radunarsi per la celebrazione eucaristica (non però nelle chiese parrocchiali e senza erigere nuove parrocchie personali) e stabilire nel luogo indicato i giorni in cui sono consentite le celebrazioni eucaristiche con l’uso del Messale Romano promulgato da san Giovanni XXIII nel 1962. Le Letture dovranno essere proclamate in lingua locale. Dovrà poi essere nominato un sacerdote che, come delegato del vescovo, sia incaricato delle celebrazioni e della cura pastorale di tali gruppi di fedeli.  Si dovrà poi procedere nelle parrocchie personali canonicamente erette a beneficio di questi fedeli, a una congrua verifica in ordine alla effettiva utilità per la crescita spirituale, e valutare se mantenerle o meno. Non si dovranno infine autorizzare la costituzione di nuovi gruppi.

Francesco stabilisce poi che i sacerdoti ordinati dopo la pubblicazione di questo Motu proprio, che intendono celebrare con il Missale Romanum del 1962, devono inoltrare formale richiesta al Vescovo diocesano il quale prima di concedere l’autorizzazione consulterà la Sede Apostolica.

I presbiteri che già celebrano secondo il Missale Romanum del 1962, richiederanno al Vescovo diocesano l’autorizzazione per continuare ad avvalersi della facoltà.

Saranno la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e quella per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica ad esercitare l’autorità della Santa Sede, vigilando sull’osservanza delle nuove disposizioni.

Insieme al Motu proprio, Papa Francesco ha aggiunto una lettera esplicativa inviata ai Vescovi di tutto il mondo.

“Il Motu proprio Summorum Pontificum del 2007 intese introdurre in materia – osserva il Papa - un regolamento giuridico più chiaro. A distanza di tredici anni l’intento pastorale dei miei Predecessori, i quali avevano inteso fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente, è stato spesso gravemente disatteso. Una possibilità offerta da san Giovanni Paolo II e con magnanimità ancora maggiore da Benedetto XVI al fine di ricomporre l’unità del corpo ecclesiale nel rispetto delle varie sensibilità liturgiche è stata usata per aumentare le distanze, indurire le differenze, costruire contrapposizioni che feriscono la Chiesa e ne frenano il cammino, esponendola al rischio di divisioni”.

Come “Benedetto XVI, anch’io – sottolinea Francesco - stigmatizzo che in molti luoghi non si celebri in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura venga inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale porta spesso a deformazioni al limite del sopportabile. Ma non di meno mi rattrista un uso strumentale del Missale Romanum del 1962, sempre di più caratterizzato da un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la vera Chiesa”.

“Chi volesse celebrare con devozione secondo l’antecedente forma liturgica – aggiunge il Papa - non stenterà a trovare nel Messale Romano riformato secondo la mente del Concilio Vaticano II tutti gli elementi del Rito Romano, in particolare il canone romano, che costituisce uno degli elementi più caratterizzanti. Un’ultima ragione voglio aggiungere a fondamento della mia scelta: è sempre più evidente nelle parole e negli atteggiamenti di molti la stretta relazione tra la scelta delle celebrazioni secondo i libri liturgici precedenti al Concilio Vaticano II e il rifiuto della Chiesa e delle sue istituzioni in nome di quella che essi giudicano la vera Chiesa. Si tratta di un comportamento che contraddice la comunione, alimentando la spinta alla divisione”.

Dopo il Concilio di Trento – ricorda infine il Papa – “San Pio V abrogò tutti i riti che non potessero vantare una comprovata antichità, stabilendo per tutta la Chiesa latina un unico Missale Romanum”.

Con il Motu proprio Traditionis Custodes Papa Francesco ha dunque riformato il precedente Summorum Pontificum di Benedetto XVI, pubblicato nel 2007.

Nel testo Papa Benedetto XVI ribadiva che il Messale di Paolo VI sarebbe rimasto la base dalla forma ordinaria della celebrazione della Messa ma consentiva a determinate condizioni la celebrazione secondo il Messale di Giovanni XXIII del 1962.

Benedetto XVI, - che ha rinunciato al pontificato il 28 febbraio 2013 – ha più volte ribadito che il Summorum Pontificum non ha sminuito le riforme liturgiche del Concilio Vaticano II.

La decisione di Papa Francesco di riformare in senso restrittivo il Summorum Pontificum era stata ventilata ai Vescovi italiani nel dibattito a porte chiuse dell’ultima Assemblea Generale della CEI, nel maggio scorso.

Immediate si erano levate alcune voci critiche circa le possibili restrizioni. Il Cardinale Joseph Zen Ze-kiun, Vescovo emerito di Hong Kong, aveva osservato che il Summorum Pontificum “ci unisce ai nostri fratelli e sorelle di tutte le età, ai santi e ai martiri di tutti i tempi, a coloro che hanno combattuto per la loro fede e che hanno trovato in essa un nutrimento spirituale inesauribile".

Anche il Cardinale Sarah, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, aveva osservato che “seguendo il motu proprio Summorum Pontificum, nonostante le difficoltà e la resistenza, la Chiesa ha intrapreso un percorso di riforma liturgica e spirituale, che, sebbene lenta, è irreversibile".

Lo scorso anno la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva poi chiesto ai vescovi di riferire alla Santa Sede attraverso un questionario circa l’applicazione del Summorum Pontificum nelle rispettive diocesi.

"Tredici anni dopo la pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum emesso da Papa Benedetto XVI, Sua Santità Papa Francesco desidera essere informato sull'attuale applicazione del suddetto documento", scriveva il Cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ai vescovi di tutto il mondo chiedendo di far pervenire le loro risposte entro il 31 luglio 2020.

 

 

 

 

Articolo aggiornato alle ore 13.30 del 16-07-2021

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