Trenta anni di Pastor Bonus, in attesa della nuova riforma

La copertina della Costituzione Apostolica Pastor Bonus di San Giovanni Paolo II
Foto: PD
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La Costituzione Apostolica Pastor Bonus veniva promulgata il 28 giugno 1988. Aveva ridisegnato la Curia Romana, ed è stata la bussola attraverso la quale ci si è orientati per trenta anni per comprendere funzioni e compiti di ciascun dicastero. Oggi, sta per andare in pensione. Ma è necessario guardare alla storia per comprenderne la portata e l’importanza. E per guardare al futuro.

Un progetto in evoluzione

Perché la Curia romana altro non è che l’evoluzione di una serie di uffici che si sviluppano intorno al Papa prima di tutto nella su funzione di vescovo di Roma. Così, a poco a poco nella diocesi di Roma una serie di compiti e titoli che diventeranno cruciali.

Nel Primo Millennio, la cerchia dei collaboratori del Papa si allarga a poco a poco, includendo anche clero regionale, titolari delle Chiese e del clero Palatino, cioè addetto al Palazzo e alla chiesa del Papa, quella lateranense. Quando questi uffici hanno un numero più o meno grande di persone, si costituiscono in collegi.

E questo già aveva creato i primi elementi di una Curia. Da subito, il capo della Curia è indiscussamente è il Papa, sebbene non ci siano, nei primi secoli, dicasteri nel senso posteriore e moderno della parola. Da tener presente che la Chiesa romana, che pure è preposta alla Chiesa universale, ottiene in quei tempi beni materiali sempre più grandi, provenienti da donazioni e acquisti di terreni, fino a costituirsi in un Stato il cui sovrano era il Papa, che con i beni materiali manteneva i sudditi e la Curia, ma faceva anche le opere di carità.

Con il tempo, poi, ci si rivolgeva sempre più al vescovo di Roma da tutte le Regioni dell’Europa per affari ecclesiastici e anche per questioni politiche, e per le risposte i Papi si servivano di collaboratori esperti, come i Cappellani Papae che erano consiglieri speciali, mentre trattavano personalmente le cose più importanti, servendosi sempre più di collaboratori esperti come i Cardinali.

Si formarono così, nella Curia papale, organismi sempre più stabili per trattare i vari affari, nati intorno ad esigenze concrete. È il motivo per cui le Congregazione, che nella Pastor Bonus sono i dicasteri più importanti, sono cronologicamente gli ultimi a nascere, mentre tra i primi uffici ci sono i Tribunali, perché le materie giuridiche, disciplinari, organizzative e anche economiche presentavano necessità di interventi continui, mentre per le questioni dottrinali si utilizzavano soprattutto i Concili.

La riforma Sistina

Insomma, alla prima Riforma della Curia, promulgata da Sisto V nel 1588 con la Costituzione apostolica “Immensa Aeterna Dei”, la Curia romana si presenta con una serie di uffici (la Cancelleria, la Camera Apostolica, la Dataria Apostolica e la Camera Secreta, sorta dopo lo scisma di occidentale per gestire i sempre più difficili rapporti della Chiesa con gli Stati) e di tribunali (la Penitenzieria, la Rota, la Signatura) e con le segreterie dei brevi e delle lettere latine.

Sisto V decide di istituire 15 Congregazioni di Cardinali.

Otto riguardano la vita interna della Chiesa: la Congregatio Pro Sancta Inquisizione, istituita già nel 1542; la Congregatio Pro Signature Gratiae, per la Concessione delle grazie in via amministrativa; la Congregatio Pro Erectione Ecclesiarum et Provisionibus Concistorialibus, che tratta tutte le questioni su diocesi e provvigione decise nei concistori segreti; la Congregatio pro sacris ritibus et cerimoniis, che tratta di tutti i riti, incluse le canonizzazioni; la Congregatio pro Indice Librorum Prohibitorum; Congregatio pro executione et interpretatione Concilii Tridentini, già fondata nel 1564; Congregatio pro Consultationibus Regularium; Congregatio pro consultationibus episcoporum et aliorum prelatorum.

Due sono Congregazioni di tipo culturale: la Congregatio pro Universitate Studii Romani; la Congregatio pro typographia Vaticana.

Le restanti cinque riguardavano la gestione “civile” dello Stato vaticano: la Congregatio pro ubertate annonae Status ecclesiastici, per l’approvvigionamento di Roma e di tutto lo Stato Pontificio; Congregatio pro classe paranda et servanda ad Status Ecclesiastici defensionem; la Congregatio pro Status Ecclesiastici gravaminibus sublendas, per la riscossione delle tasse; la Congregatio pro viis, pontibus et acquis curandis, che prevede sei cardinali preposti a curare il bene pubblico di energia, ponti ed acqua – una congregazione profetica in tempi di Laudato Si; e la Congregatio pro consultationibus negociorum Status Ecclesiastici, che è una istanza di appello civile per le questioni dello Stato.

Si tratta di una riforma che ha come fondamento il Primato Pontificio, e che non è integrale e generale, ma solo parziale, perché rimangono in vita tutti gli organismi e le istituzioni della Curia non compresi nella Immensa Aeterni Dei.

È una riforma, in sintesi, che riadatta organismi già esistenti, che non ha ancora chiara la distinzione che si svilupperà solo in seguito tra Congregazioni Tribunali ed Uffici, che l’autorità delegata o vicaria è detenuta solo dai cardinali.

La Riforma Piana di Pio X

Ci vogliono tre secoli prima che si faccia una seconda riforma, frutto anche di cambiamenti che sono avvenuti nel mondo, a causa dei movimenti eretici e scismatici, ma anche dalla secolarizzazione e dalle correnti anti-romane, e infine l’occupazione dello Stato pontificio.

Insomma, la Riforma Piana di Pio X, nel 1908, non arriva dal nulla. Alcune congregazioni si sono sviluppate, altre sono state create ex novo come la Congregatio de Propaganda Fide, creata nel 1568 da Pio V in due rami, per le terre transmarine e per le terre distaccatesi dalla Chiesa cattolica in Europa, e completata da Gregorio XIII con una Congregazione per le Chiese scismatiche orientali.

Curioso il fatto che la nuova Congregazione non veniva inglobata nella Riforma Sistina, pur acquisendo sempre più importanza. Succede anche oggi, con molti degli organismi creati nel percorso di riforma di Papa Francesco che non sono stati inclusi nella Pastor Bonus, e che tuttora appaiono come scollegate dal panorama generale della Curia, sebbene funzionanti e oggetto di un rapporto di progressi di Cardinali.

Si arriva alla Riforma Piana soprattutto perché, dopo l’occupazione dello Stato Pontificio, i dicasteri che si occupavano dei beni e delle attività della vita della Chiesa, nonché quelli di natura ecclesiastica ma con rapporti con il potere temporale cessano praticamente le attività, mentre nasce l’esigenza di provvedere alle necessità economiche e finanziarie della Chiesa.

Sono tra i presupposti che portano Pio X a pensare ad una riforma non parziale come quella di Sisto V, ma integrale. La Costituzione Sapienti Consilio abolisce infatti tutto ciò che non vi sia menzionato.

La riforma esclude tutti gli organismi non direttamente ecclesiastici, e afferma per la prima volta in maniera formale le categoria nelle quali sono inquadrati in seguito i dicasteri della Curia Romana: Congregazioni, tribunali e uffici, con le loro funzioni dottrinali, disciplinari, giudiziarie amministrative. La Sapienti Consilio stabilisce anche che tutti i collaboratori curiali sono nominati direttamente dal Papa, anche se solo le nomine dei massimi dirigenti sono pontificie, mentre la scelta dei posti inferiori è lasciata ai dirigenti del rispettivo dicastero.

Soprattutto, la Sapienti Consilio disciplina, con norme generali e speciali, il lavoro dei singoli dicasteri. Poco è lasciato all’arbitrio dei Moderatori dei Singoli dicasteri.

La riforma di Paolo VI

Se ci sono voluti tre secoli, una rivoluzione e vari sommovimenti per arrivare alla Riforma Piana di Pio X, ci vogliono solo 50 anni per la terza riforma della Curia, quella di Paolo VI. Ma in questi cinquanta anni è successo qualcosa che ha cambiato del tutto le carte: il Concilio Vaticano II. Anche i cambiamenti del mondo, velocissimi rispetto al passato, e velocizzati anche da due guerre mondiali che tutto distruggono e tutto fanno ricostruire.

Le indicazioni vengono dal Concilio, e Paolo VI le accetta, mantenendo tutto ciò che è valido della tradizione precedente. Tutte le riforme di Paolo VI vanno intese proprio come una innovazione nella tradizione, una internazionalizzazione nella romanità, un passo avanti per meglio comprendere e riaffermare quella che è sempre Stata la Chiesa cattolica.

Cosa succede con la Regimini Ecclesiae Universae di Paolo VI? Si creano, attorno ai dicasteri tradizionali, consigli e segretariati con la funzione di studio e animazione, e dell’ufficio di Statistica; la durata delle nomine per un quinquennio negli organismi collegiali; l’estensione della collaborazione ai fedeli laici; la decentralizzazione, con deleghe ai vescovi di facoltà particolari, e l’autorizzazione data alla Segnatura Apostolica di erigere tribunali fuori Roma; viene creata la Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede e l’ufficio dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica nelle sezioni ordinaria e straordinaria, ch succedono alla Camera Apostolica, che risuscita solo per il periodo di vacanza della Sede Apostolica.

Due novità: la Congregazione per le Chiese Orientali, che Pio X teneva unita sotto Propaganda Fide, che Benedetto XV aveva voluto organismo indipendente, che Pio XI aveva allargato nelle sue competenze, e che ora viene caratterizzata con la nuova realtà dell’ecumenismo; e la Segreteria Status, che si era già sviluppata nella Riforma Piana e che ora diventa un organo centrale.

Tanto che Chiese orientali e Segreteria di Stato sono al primo posto, e precedono le stesse Congregazioni.

La Pastor Bonus

Ed è qui che si arriva alla Pastor Bonus di San Giovanni Paolo II. Perché nemmeno Paolo VI considerava la sua riforma definitiva, e infatti, appena cinque anni dopo la promulgazione della riforma, istituì una apposita commissione che doveva esaminarne gli effetti e valutare eventuali modifiche.

La Pastor Bonus è, dunque, il completamento di un lungo percorso. Già l’incipit evidenzia che il documento valorizza la parte pastorale. Le caratteristiche della Pastor Bonus sono l’esaltazione dei principi del Concilio Vaticano II. Viene sottolineato che il ministero di Pietro è servizio di comunione, che la comunione ecclesiale è fondamentale, che questa comunione va vissuta nelle Chiese particolari e con le Chiese particolari, che Pietro è presente in ogni Chiesa e in ogni comunità ecclesiale.

E ancora, la Curia è servizio della comunione gerarchica ecclesiale, e vengono esaltate le esigenze della comunione ecclesiale come partecipazione dei fedeli alla missione della Curia e della Curia alla missione dei fedeli.

Viene anche istituito un ufficio centrale del lavoro, perché vi sono laici che lavorano nella Curia.

Cambia anche il ruolo del Collegio dei Cardinali. Prima i Cardinali, riuniti in Concistori, trattavano le questioni più importanti, con la Pastor Bonus l’instaurazione di plenarie delle Congregazione riduce l’attenzione e l’attività dei Cardinali membri dei dicasteri, e questo è dovuto al fatto che è difficile per i cardinali essere sempre presenti a Roma, perché il Collegio era stato nel frattempo fortemente internazionalizzato.

La Pastor Bonus ha anche un annesso sulle visite ad limina, che vengono inserite nel ministero e nella vita della Curia. Ma l’annesso è soprattutto dottrinale, perché chiede che le visite ad limina si svolgano in collegialità.

Era una riforma da fare in cammino, quella della Pastor Bonus. Tanto che padre Jean Beyer, in un saggio contenuto ne “La Curia Romana nella Costituzione Apostolica Pastor Bonus” (LEV; 1990) sottolineava che “la Pastor Bonus ha importanti linee fondamentali; è presente in queste una dinamica teologico-pastorale che, strada facendo, si esprimerà sempre meglio nelle strutture attuali, ma anche in strutture da creare in vista di questa comunione ‘simultaneamente collegiale e primaziale’ che deve servire a esprimere”.

La riforma di Papa Francesco

Trenta anni dopo, si riparte da qui. Ma la Praedicate Evangelium (titolo provvisorio) di Papa Francesco rappresenta una ristrutturazione o un aggiustamento? Guardando la storia, sembra di essere ritornati al tempo della riforma sistina, con la giustapposizione di organismi ad altri organismi, e una definizione vaga delle competenze data dall’aggettivo generico “Dicastero”, ora applicato anche all’iniziale Segreteria della Comunicazione.

E l’idea di un ritorno è dato anche dall’istituzione di un Consiglio dei Cardinali. Da tempo, si parlava di una rinnovata presenza dei cardinali nel governo della Chiesa, e una proposta di riforma sotto Giovanni Paolo II e poi sotto Benedetto XVI parlava di un “Consiglio” di cardinali risiedenti a Roma, riuniti sotto un presidente che il Papa potesse convocare per le questioni urgenti. Papa Francesco ha preso il suggerimento, arrivato anche nelle Congregazioni Generali pre-conclave, e lo ha reso un organismo internazionale, che si riunisce a cadenza bimestrale – non legato, quindi, alla presenza a Roma.

Così, c’è quasi l’idea di voler iniziare un percorso nuovo, che però non può prescindere da tutto il lavoro che è stato fatto precedentemente, che ha bisogno di linee guida dottrinali che non sono mai mancate nelle riforme precedenti.

A trenta anni dalla Pastor Bonus, Papa Francesco tiene un concistoro con cui internazionalizza ulteriormente il Collegio dei Cardinali, e espande l’ordine dei Cardinali vescovi in qualche modo slegandolo dall’ufficio del vescovo suburbicario di Roma. È un mondo nuovo o solo un rinnovamento necessario?

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