Venerdì Santo. La Croce, l'amore, i giovani

Papa Francesco presiede la Liturgia della Passione
Foto: Daniel Ibanez CNA
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Papa Francesco ha presieduto in San Pietro la celebrazione della Passione del Signore in occasione del Venerdì Santo. Al termine della lettura del Vangelo il Predicatore della Casa Pontificia, Padre Raniero Cantalamessa, ha tenuto l’omelia.

Il testo del religioso parte dalla testimonianza oculare della Passione da parte dell’Evangelista Giovanni. 

Qual è - si domanda Padre Cantalamessa - il significato della Croce. In essa Dio si rivela per ciò che realmente è: “agape, amore oblativo, e soltanto sulla croce diviene manifesto fin dove si spinge questa infinita capacità di auto-donazione di Dio”.

Giovanni ai piedi della Croce era un giovane. E Cantalamessa ricorda che il Sinodo a loro dedicato dalla Chiesa è destinato a “metterli al centro della propria preoccupazione pastorale”. Giovanni da giovane si innamorò di Cristo. “Ci si sforzerà, in questo anno - ha proseguito il Predicatore - di scoprire insieme con loro, che cosa Cristo si aspetta dai giovani, cosa essi possono dare alla Chiesa e alla società. La cosa più importante, però, è un’altra: è far conoscere ai giovani ciò che Gesù ha da dare ad essi. Giovanni lo scoprì stando con Lui: gioia piena e vita in abbondanza”.

Anche oggi è possibile incontrare Gesù “perché egli è risorto; è una persona viva, non un personaggio. Tutto è possibile dopo questo incontro personale; nulla senza cambierà veramente nella vita”.

Ricordando poi la Prima Lettera di Giovanni, Padre Cantalamessa mette in guardia i giovani. Bisogna rifiutare l’egoismo, bisogna “non amare il mondo come esso è diventato sotto il dominio di Satana e del peccato”, non bisogna adattarsi al conformismo.

Cantalamessa invita i giovani a prendere “la direzione opposta”, ad “andare contro corrente! La direzione opposta, per noi, non è un luogo, è una persona, è Gesù nostro amico e redentore. Un compito è in particolare affidato a voi: salvare l’amore umano dalla deriva tragica nella quale è finito: l’amore che non è più dono di sé, ma solo possesso - spesso violento e tirannico - dell’altro”.

“Dio - ha sottolineato concludendo il religioso francescano - non ci fa solo la carità di amarci; ci desidera, in tutta la Bibbia si rivela come sposo innamorato e geloso.  Non si tratta dunque di rinunciare alle gioie dell’amore, all’attrazione e all’eros, ma di sapere unire all’eros l’agape, al desiderio dell’altro, la capacità di donarsi all’altro. È una capacità che non si inventa in un giorno. È necessario prepararsi a far dono totale di se stessi a un’altra creatura nel matrimonio, o a Dio nella vita consacrata, cominciando a far dono del proprio tempo, del proprio sorriso e della propria giovinezza in famiglia, nella parrocchia, nel volontariato”.

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