Il cardinale chiede “un percorso di conversione anche per coloro che agiscono sulla scena internazionale”, perché nonostante i vari segni di guerra “da diverse regioni del pianeta continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia”, e questo chiede di “instaurare un nuovo stile”.
Il cardinale Parolin non esita a definire il contesto attuale “critico”, e delinea un cahiers de doleances riguardo “decisioni politiche che trovano sostegno solo sulla forza delle armi o alla volontà di potenza che ispira il linguaggio e le manifestazioni sullo scenario internazionale”, notando che oggi l’ordine internazionale è cambiato, lasciando intendere che le Nazioni Unite fondate 80 anni fa ormai è stato superato, e “di questo dobbiamo prendere atto, e non solo come spettatori, magari con qualche nostalgia del mondo che fu, ma per essere pronti ad operare come protagonisti”.
Parolin parla di assetti mondiali “fragili”, in cui le tensioni “crescono anche dove le situazioni sembravano riconciliate”, mentre gli squilibri mondiali aumentano. “Paradossalmente – afferma il Segretario di Stato vaticano - la stessa dimensione della sicurezza, ormai invocata per ogni azione che va dalla prevenzione al riarmo, necessita di un approccio non più limitato alla sola questione militare e del terrorismo, ma aperto a garantire la sicurezza alimentare, sanitaria, educativa, ambientale, energetica. E questo senza dimenticare la sicurezza in materia religiosa che va assicurata di fronte alla violenza esercitata verso chi crede con l’utilizzo delle armi, della discriminazione, dell’isolamento; o con la strumentalizzazione della fede, la privatizzazione della pratica religiosa e finanche l’indifferenza verso ogni dimensione trascendente”.
E ancora, il cardinale denuncia la messa in discussione di “principi come l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, l regole che disciplinano la stessa guerra”, al punto che viene relativizzato “tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale per ambiti come il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale, gli scambi e i transiti commerciali”.
Ed è per questo che ci vuole una dottrina nuova, perché “se di fronte al nuovo ordine internazionale determinatosi nel XVI secolo, la Scuola di Salamanca da cui nasce il moderno diritto internazionale, aggiornava la visione della “guerra” sistematizzata da Tommaso d’Aquino – da Agostino d’Ippona in poi era uno degli ambiti su cui la Chiesa rifletteva – così oggi appaiono necessarie argomentazioni capaci di superare i limiti e le barriere che, prima di essere materiali, sono spesso quelli dell’animo”.
Il cardinale Parolin ha guardato agli appelli di pace dei Papi dell’ultimo secolo, da Benedetto XV a Papa Francesco, e ha sottolineato che la diplomazia “non può limitarsi a tutelare il singolo vantaggio o l’esigenza individuale, ma è chiamata a concorrere nell’edificare il bene comune, che resta obiettivo primario del vivere sociale in ogni comunità, quella statale e quella internazionale. Non si tratta di sommare il benessere dei singoli, ma di raggiungere «quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente»”.
Il cardinale Parolin ha affermato che “di fronte alla violazione dei principi cogenti del diritto internazionale e delle regole base del vivere comune nella società degli Stati, della conflittualità proposta quale unico metodo per governare le relazioni internazionali, va superato quel senso di impotenza che si trasforma in angoscia di fronte ad un uso della forza che distrugge le aspirazioni di popoli, rende più gravi le disparità e pianifica equilibri ingiusti”.
E per questo, ha aggiunto, coscienza e ragione “non potranno ancora tollerare le violazioni della sovranità nelle forme più diverse, lo spostamento forzato di interi popoli, il cambiamento della composizione etnica di territori, la sottrazione dei mezzi necessari per lo svolgimento di attività economica o la limitazione della libertà”.
Il capo della diplomazia vaticana lamenta che “sembra ormai dimenticato il diritto degli Stati a garantire la loro sicurezza”, e persino quel sistema legale che si era costruito e che aveva dato una stabilità, perché le regole sono disattese o disapplicate, e questo “non è soltanto un modo di condurre le ostilità o il desiderio di chiudere i conflitti, quanto piuttosto la realizzazione di quel principio del fait accompli che si manifesta nella volontà di governanti e governati”.
Insomma, “lo svolgersi dei rapporti internazionali è sottoposto a continui mutamenti e quanti in essi operano sanno bene che la riuscita dei processi per determinare una pace vera, come pure la costruzione di Istituzioni in grado di governare le situazioni per prevenire e risolvere i conflitti, sono frutto di una leale collaborazione realizzata in buona fede e nel rispetto reciproco”.
Il compito dei nuovi accademici ecclesiastici, dunque, è quello di trovare una nuova forma di pensiero per superare i drammi internazionali. Ma quale è la storia di questa istituzione?
Fondata nel 1701, durante il pontificato di Pio VI, la Pontificia Accademia Ecclesiastica era inizialmente destinata alla formazione di nobili ecclesiastici che erano a Roma per perfezionarsi in studi teologici e giuridici.
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Con il tempo, l’Accademia è diventata la fucina dei diplomatici pontifici, anche se questa non era l’intenzione originaria. Fu Pio IX nel 1850 a definire questo cambiamento, ispirandosi ad analoghe istituzioni francesi e inglesi, anche se all’inizio era più una scuola di pubblica amministrazione. Ma la pubblica amministrazione venne a mancare con la caduta degli Stati pontifici nel 1870, e così resto solo la carriera diplomatica.
Il programma di studi interni del 1876 toccava anche temi come produzioe, lavoro, commercio, credito, sistemi fiscali ed economia finanziaria, e anticipava in qualche modo i contenuti della Rerum Novarum di Leone XIII, che è dal 1891.
Fu proprio Leone XIII ad apportare le novità più significative, con un regolamento del 1899 che dispose un concorso per l’accesso alla carriera diplomatica, e un altro che si occupava della formazione teologica.
Dal 1898 al 1903 fu presidente Rafael Merry del Val, che definì il nuovo programma accademico, che da una parte modernizzò la preparazione dei diplomatici e dall’altra non trascurava la formazione sacerdotale.
Nel 1919, il Papa decise che i giovani diplomatici non sarebbero andati in pensione se non avessero passato un periodo di uno o due anni a Roma prima.
Nel 1969, Paolo VI pubblicò il motu proprio Sollicitudo omnium ecclesiarum, che ribadiva il dovere del Papa di essere adeguatamente presente in tutte le regioni della terra e che, per questo, dovesse avere degli “ambasciatori”.