Advertisement

Migrazioni, a Vilnius si parla di Cina e Mediterraneo

Un migrante nel Mediterraneo |  | CCEE Un migrante nel Mediterraneo | | CCEE

“Le opere a volte parlano della fede, per cui sicuramente è importante farsi presente con un annuncio cristiano che passi attraverso una prossimità che si fa concreta, non è soltanto teorica ma che si sporca le mani andando incontro agli altri e mettendosi in gioco.

Chiaramente questo poi richiede un’apertura, un desiderio, un buttarsi anche dentro una realtà che è molto diversa sicuramente dal contesto occidentale ed europeo”, lo dice fra’ Matteo, francescano della parrocchia dell’Ascensione al Pino incaricato insieme a Fra’ Roberto della pastorale dei cinesi a Prato (Italia) rivolgendosi in un video ai direttori nazionali per la pastorale dei migranti delle Conferenze episcopali riuniti a Vilnius da martedì e fino ad oggi  affrontano la pastorale dei cinesi in Europa, e aggiunge Fra’ Roberto “noi abbiamo anche tentato la via dell’annuncio per strada, attraverso la preghiera di strada, l’evangelizzazione di strada, la consegna di volantini di presentazione della nostra fede etc.. però poi vediamo che non è quella forma lì che tocca il cuore dell’uomo.

È il rapporto personale: tu vai a trovare un malato in ospedale e lo segui, oppure per un anno ti dedichi ai ragazzi facendogli il doposcuola, si crea un rapporto d’amicizia e allora lì può passare anche la trasmissione della fede e non tanto attraverso annunci in piazza”. L’integrazione di una comunità come quella cinese, spesso percepita come ‘ermetica’ rispetto alla comunità locale, passa per i frati di Prato innanzitutto attraverso la “presenza e la condivisione dello stile di vita e dello spazio”, è “esprimere una prossimità anche parlando la loro stessa lingua”. Aggiunge fra’ Roberto “il parlare la loro lingua ti apre tante porte, ti apre le porte del cuore delle persone quando sentono che parli la loro lingua cambia la loro percezione”.

 L’immigrazione cinese non è certo recente, ma ha raggiunto una dimensione sempre più consistente nel corso degli ultimi decenni. A differenza di altre immigrazioni essa ha una dimensione prevalentemente familiare e si muove all’interno di una diaspora composta da numerose comunità stabilmente presenti sul territorio europeo. A Prato, l’accompagnamento pastorale della comunità dei cinesi si articola attraverso diverse attività, quale un “centro ascolto”, il servizio presso l’ospedale cittadino, presso l’ambulatorio del ‘Centro Giovannini’ e il doposcuola.

La parrocchia dell’Ascensione al Pino, sede da quindici anni della cappellania cattolica cinese, è formata da due frati italiani e due frati cinesi.  Per maggiore informazioni: http://ascensionealpino.blogspot.com

Advertisement

Nella stessa sessione sono stati diffusi anche i dati dell’ UNHCR che “confermano che uno su tre delle persone che hanno attraversato il Mediterraneo erano in fuga da guerre e conflitti dimenticati, da persecuzioni e disastri e la necessità di rafforzare le forme di protezione internazionale”. Questo è stato il commento di Mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrante italiana presente a Vilnius.

Sono infatti provenienti dalla Siria, dall'Afghanistan e dall'Eritrea le 137.000 persone che hanno attraversato il Mediterraneo nei primi  sei mesi del 2015. In Italia il maggior numero delle 60.000 persone arrivate sulle nostre coste provenivano da Eritrea, Somalia, Nigeria: paesi che “sottolineano ancora di più la persecuzione politica e religiosa, soprattutto di Boko Aram”.

L'UNCHR sottolinea anche – aggiunge mons. Perego - la crescita dei morti nel Mediterraneo nel 2015 rispetto al 2014: segno di come avevamo ragione di avvertire tragicamente come l'abbandono dell'operazione Mare nostrum avrebbe aumentato le vittime in mare. Si spera che il rafforzamento delle operazioni in mare avute ultimamente possano portare a tutelare anzitutto il percorso e la vita delle persone in fuga”.

Il direttore Migrantes conclude con “la preoccupazione che la richiesta europea di rafforzare l'identificazione delle persone che sbarcano sulle coste italiane o greche non si traduca in procedimenti sommari che portino ad accelerare le espulsioni e non a salvaguardare e rafforzare forme e strumenti di protezione  internazionale, soprattutto per le vittime di persecuzioni politiche e religiose  o in fuga da disastri ambientali che  non permettono di rimanere nella propria terra”