Armenia, il nunzio Bettencourt: “Ho portato il saluto e la solidarietà del Papa”

Quattro giorni in Armenia per l’arcivescovo José Bettencourt, nunzio in Georgia ed Armenia. Un modo per portare la solidarietà del Papa e rimanere vicino alla Chiesa locale

Il nunzio Bettencourt incontra un gruppo di rifugiati dal Nagorno Karabakh, 6 dicembre 2020
Foto: Nunziatura apostolica in Georgia e Armenia
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Quattro giorni in Armenia per il nunzio Bettencourt, per visitare le attività cristiane, parlare con il Catholicos della Chiesa Apostolica Armena, ma anche con il presidente e il ministro degli Esteri, e dare speranza ai profughi del Nagorno Karabakh. All’indomani del conflitto con l’Azerbaijan, concluso con un doloroso accordo che cede molti territori a Baku e mette a rischio lo storico patrimonio culturale cristiano nella regione che in armeno è chiamata Artsakh, l’arcivescovo José Bettencourt, nunzio in Georgia e Armenia, con sede a Tbilisi, ha portato il saluto e la solidarietà del Papa ad una popolazione ancora scioccata.

E, in fondo, la Santa Sede è sempre stata vicina al popolo armeno. Proprio durante i cinque giorni di viaggio del nunzio, l’arcivescovo Khajag Barsamian, delegato della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede, ha incontrato il Pontificio Consiglio della Cultura la scorsa settimana, e con il Cardinale Ravasi e l’arcivescovo Tighe ha parlato proprio della preservazione del patrimonio cristiano in Artsakh.

Ma quali sono state, nel dettaglio, le tappe del nunzio? ACI Stampa ne ha parlato direttamente con l’arcivescovo Bettencourt.

Perché era importante che il nunzio fosse presente in Armenia?

È dovere di ogni Nunzio visitare le Chiese particolari e i Paesi che gli sono affidati. Solitamente visitavo l’Armenia una o due volte al mese. Ma in questo ultimo periodo, ed esattamente dal marzo passato, non ho potuto recarmi nel Paese a causa delle frontiere chiuse tra la Georgia e l’Armenia per l’emergenza sanitaria. L’Armenia è uno dei Paesi che più sono stati colpiti dalla pandemia. Per me è stato un grande sacrificio non potermi incontrare con questi fratelli durante i mesi passati, ma ne ero totalmente impossibilitato. Alla prima occasione che ho avuto, pertanto, mi sono recato in Armenia, soprattutto all’indomani della fine delle ostilità armate, per portare il saluto e la solidarietà del Santo Padre.

Durante la sua visita, ha anche incontrato i rifugiati dal Nagorno Karabakh. Quale è la situazione attuale?

Sin dal primo giorno, arrivando all’ospedale cattolico di Ashtotsk e a Spitak presso le Suore di Madre Teresa, mi sono imbattuto in questa triste realtà dei rifugiati, dei feriti e dei caduti nella recente guerra. Molte famiglie vivano profondi drammi legati alla morte dei giovani figli o a irreversibili danni danni alla salute dei soldati divenuti disabili. È forza lavoro che viene a mancare nella già fragile e precaria situazione economica armena e tante famiglie non hanno i mezzi per accedere a cure mediche adeguate. Ho ascoltato dai religiosi storie cruente e crudeli di violenza e di odio.

Quando c’è stato l’incontro con i rifugiati?

Domenica, dopo la Santa Messa celebrata nella cattedrale armeno cattolica di Gyumri ho avuto la possibilità di incontrare alcune famiglie profughe dalle regioni di guerra. Ho visto sui loro volti il dolore di padri e di madri che ogni giorno lottano per dare un futuro di speranza ai loro figli. Erano presenti anziani e neonati, diverse generazioni accomunate da una tragedia. Il numero dei profughi è incerto, ma si tratta di migliaia di persone. A quanto mi dice l’Arcivescovo Minassian, al momento ci sarebbero almeno 6000 orfani, bambini che hanno perso uno dei due genitori durante il conflitto. La sola comunità cattolica di Gyumri e le Suore Armene dell’Immacolata Concezione hanno accolto un gran numero di famiglie, garantendo loro un tetto e il necessario per la vita quotidiana. Il tutto, ovviamente, si rende possibile grazie all’aiuto fraterno proveniente dalla Caritas Internationalis, da altre Caritas nazionali e da varie Organizzazioni umanitarie cattoliche.

Quale è il ruolo che la Chiesa cattolica sta avendo in questo periodo di crisi in Armenia?

Oltre il servizio di carità, la Chiesa cattolica vuole innanzitutto veicolare la speranza verso questi Popoli. Il Santo Padre, in prima persona, durante i 44 giorni di conflitto per ben 4 volte ha elevato un accorato appello per la pace nel Caucaso e ha invitato la Chiesa universale a chiedere dal Signore il sospirato dono della fine dei conflitti. Molte Conferenze Episcopali ed altre Associazioni ed Agenzie umanitarie cattoliche, accogliendo l’invito del Pontefice, hanno promosso una serie di iniziative a benefico di queste popolazioni, così come hanno riportato i media cattolici di tutto il mondo.

Nell’agenda dei suoi quattro giorni in Armenia c’era anche un incontro con il Catholicos Karekin II, patriarca della Chiesa Apostolica Armena. Cosa sta facendo oggi la Chiesa Apostolica Armena e in che modo può collaborare con la Chiesa Cattolica?

Ho incontrato il Patriarca ed ho subito avvertito la sofferenza del Pastore, che “con-patisce” con il suo popolo. Si tratta di una sofferenza profonda, palpabile anche nei tratti fisici del Patriarca, che difficilmente un non-armeno potrà comprendere fino in fondo. La prima “collaborazione”, ovviamente, è quella della preghiera e della mobilitazione delle coscienze di ogni uomo di buona volontà, ad iniziare da coloro che la Provvidenza ha messo a capo di popoli e nazioni, perché vengano promossi percorsi di pace.

Durante il suo viaggio, ha avuto diversi incontri istituzionali, e in particolare con il presidente Sarkissian e con il vice ministro degli Esteri. Quale pensa potrà essere la via di uscita alla crisi?

Ho avuto modi di incontrare il Presidente della Repubblica, per quasi un’ora, ed il Vice Ministro degli Affari Esteri, dato che il nuovo titolare del Dicastero si trovava all’estero per incontri istituzionali. Da ambedue le Autorità è emersa la difficoltà del momento presente, una difficoltà a lungo raggio che investe sia il mondo politico che quello sociale. Il “cessate il fuoco”, siglato il 10 novembre, è soltanto l’inizio per un accordo di pace, che risulta essere difficile e precario per tutto quanto ancora irrisolto resta sul terreno delle trattative. Certamente la Comunità Internazionale è chiamata a svolgere un ruolo protagonista. Nei prossimi giorni si riunirà il “Gruppo di Minsk” (composto dai rappresentanti degli USA, Francia e Russia) che dovrà mediare tra le Parti belligeranti per cercare di trovare, per quanto possibile, dei “compromessi” atti ad abbassare la tensione. L’unica uscita è quella diplomatica con il pieno sostegno della Comunità Internazionale.

Cosa si sta facendo per salvaguardare il patrimonio culturale del Nagorno Karabakh?      
Certamente tutti, ad iniziare dalla Santa Sede, sono coscienti dell’ineguagliabile patrimonio artistico e culturale che i millenari monumenti del Nagorno Karabakh testimoniano. Le loro pietre sono “vive” e ci parlano di storia, di civiltà e di fede presenti in quei territori, che hanno avuto stretti legami con la Terra Santa. Siamo speranzosi che tutte le Parti coinvolte faranno tutto il possibile per custodire e salvaguardare detto patrimonio, che appartiene non solo ad una nazione, bensì’ all’intera umanità, tanto da essere sotto la tutela dell’UNESCO.

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