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Diplomazia pontificia: la Santa Sede all’OSCE, le questioni ucraina e armena

L’intervento di Gallagher al ministeriale OSCE. Il viaggio del nunzio Bettencourt in Armenia. La lettera del vescovo Pasotto al viceprimo ministro di Georgia. La questione ucraina

Arcivescovo Gallagher | L'arcivescovo Gallagher durante il ministeriale OSCE | Twitter Arcivescovo Gallagher | L'arcivescovo Gallagher durante il ministeriale OSCE | Twitter

Come ogni anno, a inizio dicembre è tempo del ministeriale dell’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa. E, come di consueto, la Santa Sede invia l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, che non solo interviene, ma approfitta dell’opportunità anche per una serie di incontri bilaterali. L’arcivescovo Gallagher ha dato anche una intervista all’agenzia russa TASS, in cui ha parlato della visione della Santa Sede sul conflitto in Ucraina.

In questa settimana, anche il viaggio del nunzio apostolico in Armenia, per portare sollievo ai profughi provenienti dal Nagorno Karabakh, e allo stesso tempo dare rilievo al lavoro che sta facendo la Chiesa locale in questi delicati frangenti.

                                                FOCUS SANTA SEDE

L’arcivescovo Gallagher all’OSCE: rispettare la libertà religiosa

Si tiene a Tirana, in Albania, il ministeriale dell’OSCE, sotto la presidenza di turno del premier albanese Edi Rama. Il 3 dicembre, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher ha pronunciato un intervento in cui ha messo in luce la necessità di difendere la libertà religiosa, specialmente di fronte alle misure anti-COVID che spesso le hanno messe a rischio. Un intervento in linea con quello che il “ministro degli Esteri” vaticano aveva già fatto al ministeriale per la libertà religiosa la scorsa settimana, e che segnala come la Santa Sede abbia alzato il livello di attenzione sulle misure degli Stati per fermare la pandemia. Da segnalare che sia in Francia che negli Stati Uniti i vescovi hanno fatto causa per discriminazione nelle misure, e hanno vinto in entrambi i casi.

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Nel suo intervento all’OSCE, l’arcivescovo Gallagher sottolinea che la pandemia è una sfida “non solo per gli individui, ma per l’intera società”, dato che ha creato “nuove forme di povertà”, a causa sia delle conseguenze a lungo termine della crisi economica, sia della mancanza di accesso alla corretta informazione ed educazione, senza contare della “sofferenza causata dall’isolamento sociale, lo stress e la crescente violenza, specialmente per persone vulnerabili”. In più, la pandemia ha “un effetto sproporzionato sulle donne”, che non solo devono affrontare un crescente carico di lavoro da remoto, ma devono anche curare la casa e hanno congedi non pagati, perdendo lavoro specialmente nel cosiddetto “settore informale”.

Il punto, però, è che – dice l’arcivescovo Gallagher – “alcune delle misure imposte dagli Stati per combattere la pandemia del COVID hanno avuto profonde ramificazioni in differenti libertà fondamentali, incluso il diritto di manifestare la propria fede, cosa che sta anche limitando le attività religiose, educative, e caritative delle comunità di fedeli”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano invita le autorità civili “ad essere sempre consapevoli delle gravi conseguenze che questi regolamenti possono creare per le comunità religiose”, che tra l’altro hanno un ruolo importante nella crisi non solo per il supporto nel settore sanitario, ma anche per il loro apporto spirituale.

Non solo: la Santa Sede invita gli Stati ad utilizzare strumenti basati su due principi: l’inclusione di tutti e la protezione della sacralità della vita umana.

In realtà, “la pandemia da COVID 19 ha reso evidenti “problemi che già erano esistiti per anni e che non dovrebbero più essere evitati”, e ci invita a “riflettere per una nuova solidarietà, e la conversione della mente e del cuore”.

L’arcivescovo Gallagher ricorda anche il 45esimo anniversario dell’Atto Finale di Helsinki, che ha dato vita all’OSCE, e il 30esimo anniversario della Carta di Parigi per una Nuova Europa, e sottolinea che molto è stato fatto da allora, a partire dalla riconciliazione dei nemici della guerra fredda.

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Eppure, ci sono ancora “diverse minacce persistenti e altri conflitti irrisolti che possono minare la stabilità e la sicurezza di tutta la regione OSCE”. Sono i “conflitti congelati” di cui ha parlato anche Papa Francesco nel discorso di inizio anno al corpo diplomatico.

Questi “conflitti congelati” necessitano “una soluzione” e per questo la Santa Sede incoraggia tutti i partecipanti al ministeriale a “continuare a lavorare per la pace e la giustizia”.

La Santa Sede ha poi chiesto di implementare gli impegni esistenti dell’OSCE, perché molti di questi “devono essere ancora implementati nella loro interezza”, e farlo eviterebbe di “emendare, lasciar superare o trasformare” quanto è stato deciso, sempre tenendo in considerazione che i nuovi impegni non rendono meno validi gli impegni presi in precedenza.

L’arcivescovo Gallagher chiede anche la protezione dei luoghi religiosi, di fronte alla crescita degli “attacchi terroristici, crimini di odio e altre manifestazioni di intolleranza” contro “persone, luoghi di culto, cimiteri e siti religiosi”, specialmente perché questi attacchi “vengono perpetrati contro i credenti quando questi si riuniscono per pregare nei loro luoghi di culto”, cosa che li rende “particolarmente esecrabile”.

La crescita degli attacchi è stata anche certificata da un recente rapporto della stessa OSCE, che ha quantificato in più di 500 gli attacchi con motivazione religiosa nell’area dell’organizzaione.

Ancora più esecrabile è che questi attacchi avvengano “in nome della fede”, perché “la violenza non viene dalla religione, ma piuttosto da una sua falso trasformazione o nella sua trasformazione in ideologia”.

La Santa Sede nota che l’OSCE ha “un collegamento strutturale tra la libertà religiosa e la sicurezza”, che porta la libertà religiosa ad essere non solo un diritto umano da proteggere, ma anche “un fattore fondamentale per la creazione della sicurezza tra gli Stati partecipanti”.

Da qui, la necessità di proteggere i luoghi di culto, conseguenza necessaria della “protezione della libertà di pensiero, di coscienza, religione o credo”.

L’OSCE – ammonisce il ministro degli Esteri vaticano – potrà promuovere la dignità umana in modo integrale solo che “affronterà in maniera efficace l’intolleranza e la discriminazione contro cristiani, ebrei musulmani e membri di altre religioni senza pregiudizio e selettività naturale”.

Gallagher alla TASS: “La Santa Sede non considera il conflitto in Ucraina come guerra civile”

La TASS, agenzia di Stato della Federazione Russa, ha intervistato l’arcivescovo Gallagher il 4 dicembre, e molte delle domande hanno riguardato il conflitto nell’Ucraina dell’Est. L’Ucraina considera la Russia come un invasore, e nemmeno le Chiese locali hanno mai mitigato i toni. Diversa è la posizione della Russia, che considera invece il suo un ruolo di protezione degli Stati che hanno liberamente deciso di legarsi alla federazione. Papa Francesco, nel luglio 2019, ha convocato i vescovi e il Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina a Roma, per un incontro interdicasteriale. In quell’occasione, sia Papa Francesco che il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, avevano definito la situazione in Ucraina come “una guerra”.

Le dichiarazioni dell’arcivescovo Gallagher sembrano mitigare le posizioni passate. Il “ministro degli Esteri” vaticano ha sottolineato che la Santa Sede non considera il conflitto nell’Est dell’Ucraina come una mera “guerra civile”.

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La Santa Sede – ha detto – supporta l’implementazione degli accordi, e non intende “accusare nessuna delle parti coinvolte”, cosa che “non significa che la Santa Sede accetti la loro interpretazione”.

L’arcivescovo Gallagher ha voluto sottolineare che la Santa Sede valorizza ogni tentativo di raggiungere la pace, secondo un modo di fare che “intende incoraggiare e ispirare diverse parti coinvolte nel processo di pace di mettere in atto tutti gli sforzi per velocizzare un ritorno alla tanto desiderata pace”.

Il Cardinale Parolin alle Nazioni Unite: “Nessuna nazione può affrontare il COVID da sola”

Ci vuole una risposta globale alla pandemia, che dia maggiore attenzione a poveri e più vulnerabili con accresciuta cooperazione. Il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, lo ha detto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso 3 dicembre, in un videomessaggio registrato appositamente per la sessione speciale sulla pandemia, che ha avuto luogo tra il 3 e il 4 dicembre.

“Le sfide di questa crisi – ha detto il Cardinale – devono essere affrontati con spirito di corresponsabilità e con il contributo di tutti”.

Il cardinale ha affermato che le Nazioni Unite devono ricordare della speranza che le persone hanno in loro, perché “nessuno Stato è in grado di risolvere la pandemia da soli”, e che dunque ci vuole solidarietà globale per garantire “appropriate cure mediche e vaccini efficaci”.

Per la Santa Sede, è particolarmente importante che, nell’affrontare la pandemia, sia data priorità a poveri, malati, migranti, bambini e altre persone vulnerabili. Allo stesso tempo, il Cardinale Parolin ha notato che ci sono molti problemi cronici che rischiano di peggiorare a causa della pandemia, come la fame, lo sfruttamento, la povertà, l’isolamento degli anziani e dei disabili.

In particolare, il COVID 19 “sta colpendo indiscriminatamente i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati”, mettendo a rischio “percorsi di reinsediamento sicuro e la sicurezza sanitaria di quanti sono in campi sovraffollati”.

Per questo, è tempo di “rifiutare un modello economico basato esclusivamente sul profitto”, e di riconsiderare se “i fondi spesi nello stoccaggio e modernizzazione di armi non siano più saggiamente investiti nel progresso dello sviluppo umano integrale”.

                                                FOCUS NUNZIATURE

Il nunzio Bettencourt in Armenia per portare la benedizione di Papa Francesco

L’arcivescovo José Avelino Bettencourt, nunzio apostolico in Georgia ed Armenia, sarà dal 5 al 9 dicembre in Armenia per portare la vicinanza, la solidarietà, la presenza spirituale e la benedizione apostolica di Papa Francesco.

Il nunzio, che risiede a Tbilisi, si reca in Armenia anche a seguito del conflitto con il Nagorno Karabakh, il cui accordo ha lasciato sgomenta la comunità armena e creato anche il rischio di un “genocidio culturale” nelle zone del Nagorno Karabakh cedute all’Azerbaijan.

L’arcivescovo Bettencourt trascorrerà un periodo al Tiramayr Narek Hospital, conosciuto come “l’ospedale del Papa in Armenia”. L’ospedale fu fondato nel 1991 su iniziativa della Caritas a seguito del terremoto che devastò l’Armenia causando – si stima – circa 25 mila morti. Ora l’ospedale è gestito dai Camilliani. L’epicentro del terremoto fu a Spitak, e proprio lì c’è una Casa delle Suore di Carità: l’arcivescovo Bettencourt sarà lì.

Il 6 dicembre, l’arcivescovo Bettencourt parteciperà alla Divina Liturgia presso la Cattedrale Armena Cattolica dei Santi Martiri a Gyumri, incontrerà profughi e feriti dal conflitto del Nagorno Karabakh e visiterà la Caritas Armena.

A Yerevan, capitale dell’Armenia, è previsto un incontro del nunzio con l’arcivescovo Raphael Minassian, ordinario per i cattolici di rito armeno dell’Europa dell’Est. Il 7 dicembre, l’arcivescovo Bettencourt sarà ricevuto dal Katholikos Karekin II, mentre l’8 dicembre celebrerà la Messa con la comunità delle suore della Carità. Le suore rinnoveranno i loro voti religiosi.

Sempre l’8 dicembre, l’“ambasciatore del Papa” incontrerà anche Avet Adonts, sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri, e Armen Sargsyan, presidente della Republicca armena.

Cardinale Zenari: “Per la Siria, nessuna luce in fondo al tunnel”

Mentre a Ginevra c’è stata la settimana di colloqui inter-siriani mediati dalle Nazioni Unite per la modifica della costituzione, il Cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco, in un video dell’organizzazione AVSI ha descritto in maniera eloquente la situazione: “Noi siriani siamo morti sotto ogni tipo di bombe e di torture, ma la cosa più grave da accettare è quella di morire dimenticati”.

Il Cardinale Zenari ha sottolineato che dopo dieci anni di guerra, la Siria non vede nessuna luce in fondo al tunnel. Il Paese è sempre più povero e ammalato. Basta vedere le lunghe code di persone che attendono di comperare il pane presso i panifici a prezzo sovvenzionato dal Governo e i tanti feriti di guerra e malati che portano le conseguenze di 10 anni di esplosivi e bombe di ogni genere che hanno inquinato l’ambiente. Basta vedere il numero crescente di persone malate di cancro, compresi i bambini. A queste malattie si è aggiunto anche, seppure in maniera ancora contenuta, la pandemia del Covid”.

Ancora più grave, la “bomba della povertà” che sta colpendo l’83 per cento della popolazione siriana. Molte le attività della Chiesa. Tra queste, il progetto “Ospedali Aperti”, lanciato proprio con AVSI, per assicurare cure mediche gratuite coinvolgendo tre ospedali cattolici no profit e vari donatori, tra cui la CEI. Il progetto ha portato fino ad ora ad assistere circa 40 mila malati.

La pandemia di certa non aiuta, e in Siria tutto è molto più difficile, perché mancano posti letto e reparti di isolamento e terapia intensiva, cosa che aumenta il tasso di mortalità del virus.

Il Cardinale Zenari è comunque soddisfatto dell’andamento di “Ospedali aperti”, sulla base di due criteri. “Il primo: - spiega - curare la salute di questa povera gente. Il secondo: cercare di ricucire il tessuto sociale accettando qualsiasi ammalato di al di là di ogni appartenenza etnico-religiosa. Tante di queste persone che vengono nei nostri ospedali non sono cristiane e sono tra le più riconoscenti. Si dicono sorpresi di ricevere questa assistenza gratuita da ospedale cattolici”.

Serve ora aiuto per continuare questo progetto.

Il nunzio in Bielorussia in visita dal metropolita ortodosso

L’arcivescovo Ante Jozic, nunzio apostolico in Bielorussia, ha fatto visita il 20 novembre al metropolita Benjamin di Minsk e Zaslavl, esarca patriarcale di tutta la Bielorussia. Benjamin ha preso il posto del metropolita Pavel, trasferito subito dopo l’inizio delle proteste a seguito delle elezioni presidenziali.

L’incontro è servito per prendere conoscenza l’uno dell’altro, e la nunziatura apostolica ha fatto sapere che si è trattata di una delle prime e più importanti visite del rappresentante del Papa in Bielorussia.

I due hanno discusso di una serie di questioni di reciproco interesse. In particolare, si sono soffermati sulla comprensione spirituale degli eventi in Bielorussia e nel mondo, sulla conservazione della pace interreligiosa e dei valori cristiani tradizionali, sullo sviluppo dell’educazione spirituale e dell’educazione antireligiosa.

Arrivato a Manila il nunzio nelle Filippine

L’arcivescovo Charles J. Brown, nunzio apostolico nelle Filippine, è arrivato a Manila lo scorso 29 novembre. Al suo arrivo, il governo delle Filippine ha fatto sapere di voler promuovere relazioni “produttive e collaborative” con la Santa Sede.

Il segretario delle Comunicazioni Presidenziali Martin Andanar ha accolto l’arcivescovo all’aeroporto insieme a due prelati. “Auguriamo all’arcivescovo Brown un impegno produttivo e collaborativo, non solo con la comunità cattolica, ma anche con il governo delle Filippine per arricchire la fede della nazione e il suo impegno a prosperare tutti insieme”.

Partendo dall’aeroporto, il nunzio è voluto subito andare alla chiesa parrocchiale di Maria Madre di Dio per una preghiera.

L’arcivescovo Brown è stato nominato nunzio nelle Filippine a settembre, dopo aver servito come nunzio in Albania negli ultimi tre anni e prima ancora come nunzio in Irlanda. L’arcivescovo Brown ha preso il posto dell’arcivescovo Gabriele Caccia, che è stato invece nominato osservatore permanente presso le Nazioni Unite.

Il nunzio in Gabon in visita dal presidente Ondimba

L’arcivescovo Francisco Escalante Molina, nunzio apostolico in Gabon, è stato il 3 dicembre in visita al capo di Stato Alì Bongo Ondimba. L’incontro è avvenuto a un mese dalle tensioni tra governo e Chiesa Cattolica, che aveva aperto tutte le parrocchie chiuse da marzo per frenare la pandemia.

A fine ottobre, la polizia aveva anche attaccato i fedeli arrivati davanti le chiese per esercitare il loro diritto di pregare. Lo scontro era anche tra governo ed episcopato: il governo aveva posto la questione sanitaria, mentre i vescovi hanno sottolineato che, mentre le chiese sono rimaste chiuse per sette mesi, altri settori erano stati aperti.

Dopo l’incontro con il nunzio, il presidente Ondimba ha twittato che “le relazioni tra il Gabon, Paese di grande tolleranza, il Vaticano, rappresentante della Chiesa Cattolica, sono sempre state intrise di fiducia e di profondo rispetto”.

I disordini si sono fermati il 30 ottobre, quando il governo ha autorizzato la riapertura dei luoghi di culto, seppur con delle restrizioni per meglio circoscrivere il contagio del coronavirus.

Durante l'incontro nel palazzo presidenziale, il Nunzio Apostolico ha informato il Presidente Ali Bongo Ondimba che presto sarà organizzata una cerimonia ufficiale per insediare il nuovo Arcivescovo di Libreville Iba Ba con la consegna del Pallio.

                                              FOCUS AMBASCIATE

Nuovi ambasciatori presso la Santa Sede

Il 4 dicembre, Papa Francesco ha ricevuto le lettere credenziali degli ambasciatori presso la Santa Sede di Giordania, Kazakhstan, Zambia, Mauritania, Uzbekistan, Madagascar, Estonia, Ruanda, Danimarca e India.

Durante la settimana, è stata anche annunciata la nomina del nuovo ambasciatore del Regno Unito presso la Santa Sede: sarà Chris Trott, 54 anni, proveniente dalla posizione di rappresentante speciale del Regno Unito in Sud Sudan e con il compito di sviluppare ulteriormente la cooperazione con la Santa Sede riguardo la situazione di Juba. Non va dimenticato che, prima della pandemia, era nei piani di Papa Francesco un viaggio in Sud Sudan con l’arcivescovo Justin Welby, primate della Chiesa anglicana, e al reverendo John Chalmers, già moderatore della Chiesa Presbiteriana di Scozia. A prova di ciò, anche un messaggio di auguri natalizio firmato dai tre lo scorso anno e indirizzato al popolo del Sud Sudan.

L’ambasciatore Trott prenderà il posto di Sally Axworthy, che guidava l’ambasciata del Regno Unito presso la Santa Sede dal 2016, e che ha avuto un grande ruolo nel portare all’attenzione vari temi, dal lavoro delle religiose contro le schiavitù all’impegno del governo britannico per difendere la libertà religiosa nel mondo.

Il nuovo ambasciatore Trott prenderà servizio dall’estate del 2021. Dal 2019, è rappresentante speciale del Regno Unito in Sud e Sud Sudan. Prima, è stato ambasciatore in Senegal, Mali, Capo Verde e Guinea Bissau. È stato anche per quattro anni console generale a Città del Capo, in Sudafrica.

Trott è dunque un esperto del continente africano, e sarà probabilmente quello il tema di maggiore cooperazione per la Santa Sede.

L’ambasciatore ha dichiarato: “Avendo lavorato a contatto con il Vaticano nella sua agenda africana negli ultimi anni, non vedo l’ora di espandere il mio impegno per andare a coprire la vastità di temi che colpiscono i popoli del mondo – dalla povertà al conflitto, dalla giustizia al cambiamento climatico. Papa Francesco è uno dei più influenti leader mondiali, e sono ansioso di avere l’opportunità di lavorare con il Vaticano in tutte le sfide che il mondo sta affrontando oggi.

Diplomatico dal 1991, Trott ha anche servito nelle rappresentanze di Birmania, Giappone, Afghanistan e Pacifico del Sud.

                                                FOCUS UNIONE EUROPEA

Un documento congiunto di FAFCE e COMECE sugli anziani

La Federazione delle Associazioni Familiari in Europa (FAFCE) e la Commissione delle Conferenze Episcopali Europee (COMECE) hanno lanciato lo scorso 3 dicembre una riflessione sul ruolo degli anziani in tempo di cambiamento demografico.

“Gli anziani – si legge nel documento – sono un dono e una risorsa. Non possono essere visti come separati dalle comunità. Trasformiamo la crisi del COVID 19 in una opportunità per un cambio di paradigma e per rigenerare il nostro modo di pensare sugli anziani”.

Il documento è stato pubblicato lo scorso 3 dicembre, e ha come titolo “Gli anziani e il futuro di Europa: solidarietà intergenerazionale e cura in tempi di crisi demografica”.

Nel documento, si chiede all’Unione Europee e anche a i politici nazionali di sviluppare un cambio di paradigma per quanto riguarda gli anziani.

Durante la pandemia, tra l’altro, gli anziani sono stati quelli più marginalizzati. In Belgio, addirittura, si è parlato di una eutanasia nascosta degli anziani.

Il documento COMECE – FAFCE fa seguito alla pubblicazione del “Rapporto sull’Impatto del Cambiamento Demografico” appena pubblicato dalla Commissione Europea e oggetto del colloquio tra il Cardinale Pietro Parolin e il commissario Dubravka Suica lo scorso 29 ottobre. Il documento è anche un contributo al “Libro Verde sull’Invecchiamento” che sarà pubblicato nel 2021.

Si stima che entro il 2070 il 30% delle persone in Europa avrà un’età pari o superiore a 65 anni. Dal 2019 al 2070, si prevede che la quota di persone di età pari o superiore a 80 anni sarà più del doppio, raggiungendo il 13%.

FAFCE e COMECE sottolineano che “gli anziani sono parte integrale della famiglia, fonte di supporto e incoraggiamento per le giovani generazioni. Non possono essere separati dalla società e dai network di relazioni”.

È dunque tempo di “riconoscere il ruolo cruciale degli anziani”, e per questo il documento raccomanda ai governi nazionali di usare le risorse del Recovery Fund per investire nelle relazioni intergenerazionali e in nuove strutture di solidarietà, incluse le cure informali, il volontariato, e ambienti urbani adatti agli anziani, e per investire anche in politiche demografiche e familiari.

Il documento è stato elaborato in collaborazione con un gruppo ad hoc costituito da FAFCE e COMECE per osservare la situazione degli anziani.

                                       FOCUS MEDIO ORIENTE

I temi dell’incontro tra Papa Francesco e il cardinale Rai

Con l’occasione del concistoro, lo scorso 28 novembre il Cardinale Bechara Boutros Rai, patriarca dei Maroniti, ha incontrato Papa Francesco. Molti i temi sul tavolo, per un Libano sempre più in crisi che ha nella leadership ecclesiastica un punto di riferimento sicuro.

Dallo scorso luglio, il Cardinale Rai ha messo a punto una proposta per la neutralità attiva del Libano che ha poi perfezionato nei difficili giorni dopo le esplosioni al porto di Beirut del 4 agosto, e ha ovviamente parlato del tema con Papa Francesco.

Secondo quanto ha riferito l’agenzia di stampa libanese ANI, “il capo della Chiesa Maronita ha spiegato al pontefice che la neutralità ripristinerebbe la stabilità politica in Libano, rilancerebbe la sua economia e assicurerebbe la sua apertura verso l’Occidente oltre che l’Oriente”.

Secondo l’agenzia, il Papa e il Cardinale hanno anche parlato dei “pericoli e delle sfide” del Paese, specialmente in vista della formazione del nuovo governo, e il patriarca maronita avrebbe lamentato che le autorità libanesi non abbiano mostrato “né responsabilità né solidarietà” dopo l’esplosione. Nell’ultimo anno, sono stati nominati tre primi ministri in Libano, e l’unico che era riuscito a formare un gabinetto di governo aveva rifiutato un rifiuto interno ed esterno. L’incertezza politica ha causato un’aspra crisi economica, che ha aumentato il tasso di povertà e causato l’esodo della popolazione.

Lo scorso settembre, Papa Francesco aveva inviato il Cardinale Pietro Parolin, suo segretario di Stato, in Libano mentre era stata proclamata per il Paese una giornata di digiuno e di preghiera.

Il Cardinale Rai ha rinnovato al Papa l’invito ad andare in Libano. In fondo, c’era già l’idea che il Papa partecipasse al grande incontro di dialogo cattolico islamico che doveva essere organizzata dalla Lega Musulmana Mondiale a Beirut durante quest’anno. Il COVID ha bloccato ogni iniziativa.

Georgia, il vescovo Pasotto scrive al viceprimo ministro

In Georgia, le norme anti-Covid permettono agli ortodossi di celebrare Messa nella notte di Natale, ma non alla piccola comunità cattolica. Il vescovo Giuseppe Pasotto, amministratore del Caucaso dei Latini, ha inviato al vice Primo Ministro Maia Zikitishvili una lettera per contestare le decisioni del governo.

Nella lettera, il vescovo Pasotto sottolinea che “diversi gruppi religiosi le hanno scritto esprimendole il forte dissenso per le decisioni che lei, a nome del governo, ha annunciato a riguardo alle prossime feste religiose legate alla nascita di Gesù Salvatore”, e che i gruppi sottolineano “in modo chiaro che queste decisioni sono apparse discriminatorie e che hanno privilegiato una maggioranza a discapito di coloro che avevano l’uguale diritto a esprimere la loro fede pubblica in data diversa, ma con fondamenti altrettanto validi e quindi da rispettare e da tenere presenti”.

Il vescovo Pasotto fa sapere di non aver sottoscritto la lettera, ma di condividerne il senso, perché “queste vostre decisioni contengono in sé una chiara discriminazione”.

Riconoscendo la difficoltà di prendere decisioni per chi governa, il vescovo Pasotto ha anche notato che no, non è un problema “per nessuna confessione religiosa cristiana cambiare l’ora delle celebrazioni del Natale adattandole alle decisioni governative”, ma si è persa comunque una occasione di “camminare con i gruppi minoritari”.

Chiede il vescovo Pasotto: “Non ha mai pensato quando sarebbe stato bello averci riuniti tutti insieme e aver chiesto il nostro parere e anche il nostro aiuto dopo averci messo davanti le vostre preoccupazioni? Non ha mai pensato quanto sarebbe stato un segno di rispetto e stima per ogni confessione e per ogni cittadino che e’ membro di essa? Non ha mai pensato che il leader religioso ha il compito di cercare, il bene comune, la crescita della società fondandola sui valori piu’ genuini, come lo ha colui che governa?”

Secondo il vescovo, si è persa dunque una chance di far vedere una stima per tutti, mentre ora tanti “si sono sentiti trattati come un piccolo e insignificante numero”.