Benedetto XV, le cinque piaghe che contribuiscono alla rovina dei popoli

Cento anni fa, Benedetto XV lavorava per la pace. E delineava cinque piaghe che rovinavano le relazioni tra i popoli

Benedetto XV
Foto: PD
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Alla fine di tutto, la risposta è Cristo. Perché se c’era stata la Prima Guerra Mondiale, la ragione non poteva essere che l’allontanamento da Cristo, dai suoi precetti, dal suo Vangelo. E, se si voleva tornare alla pace, la risposta non poteva essere che tornare a Cristo. Lo spiegava Benedetto XV, facendo gli auguri di Natale al Collegio Cardinalizio il 24 dicembre 1920. Delineando, in quello stesso discorso, le cinque piaghe che contribuivano alla rovina morale dei popoli nel discorso di auguri natalizi al Sacro Collegio del 24 dicembre 2020.

Le piaghe erano: “la negazione dell’autorità; l’odio dei fratelli; la smania dei godimenti; la nausea del lavoro; l’oblio infine di quell’uno che è in questa terra necessario, e che ogni altra cosa, come secondaria, sorpassa”. E l’antidoto a quelle piaghe era solo uno: il Vangelo.

In quel discorso di fine anno si racchiudevano tutte le motivazioni per cui la Chiesa si era così tanto impegnata per la pace. Una pace che passava per la ricerca della concordia tra i popoli e una ricerca di concordia che la Santa Sede perseguiva anche dal punto di vista diplomatico.

Non c’era solo la ripresa delle relazioni diplomatiche con Inghilterra e Francia. Dopo la Prima Guerra Mondiale, Benedetto XV avvia una vera e propria diplomazia dei concordati, avviando dialoghi con le nuove nazioni nate dopo la Conferenza di Parigi. È l’anno del Trianon, considerato una sciagura dall’Ungheria che vede perdere due terzi di territorio e l’accesso al mare. È l’anno in cui il crollo degli imperi dà all’Europa un nuovo assetto. La Polonia sfugge al dominio sovietico, l’Ucraina fa sforzi senza successo per ottenere uno Stato, la Romania ingrandisce il suo territorio lasciando però ferite che durano ancora oggi.

Di questa rinnovata attività diplomatica, Benedetto XV parlò al concistoro del 13 giugno 1920. Disse ai cardinali: “Voi lo avete veduto, Venerabili fratelli: appena finito l’immane conflitto, quasi tutte le nazioni civili, che non mantenevano rapporti diplomatici con noi, si affrettarono, di loro spontanea volontà, a esporci il desiderio di averne, ben persuase che ne ricaverebbero molteplici vantaggi”.

E allora, aggiungeva Benedetto XV, “fedeli alla tradizione di questa Sede Apostolica e conformandoci alla dottrina cattolica, che propugna l’armonia dei due poteri per il bene comune dello stato e della chiesa, accogliemmo ben volentieri tal desiderio, senza però compromettere alcuno di quei principii, che sono per noi inviolabili”.

Nel 1914, c’erano appena quattordici rappresentanze diplomatiche per la Santa Sede. Alla morte di Benedetto XV, c’erano 27 rappresentanze pontificie, mentre 16 avevano in corso le procedure per attivare i rapporti diplomatici, per un totale di 43.

Il merito fu quasi tutto di Benedetto XV: Importante fu la ripresa di contatti dell’Inghilterra, che li aveva interrotti da tre secoli e mezzo. Ma per Benedetto XV la soddisfazione più grande fu la ripresa delle relazioni con la Francia.

A queste, si aggiungevano anche i rapporti con i nuovi Stati nati dopo la Prima Guerra Mondiale. Benedetto XV inviò Achille Ratti (che divenne poi Pio XI) come visitatore apostolico in Polonia e Lituania nel 1919, mentre Eugenio Pacelli (che sarà poi Pio XII) divenne nunzio in Germania . La Chiesa guarda con attenzione anche a Lettonia, Estonia, Romania, con cui si firmerà un concordato nel 1927.

Di certo, Benedetto XV guarda al nuovo assetto del mondo in maniera realista. Dopo la conclusione della Conferenza di Parigi, scrive la Pacem Dei Munus Pulcherrimum, che mette in luce la preoccupazione di Benedetto XV per la permanenza di “germi di antichi rancori”.

E per questo Benedetto XV puntava molto sul perdono e sulla costituzione di una “famiglia delle nazioni”, e allo stesso tempo alla riduzione delle spese militari. Una lega cui la Chiesa non avrebbe rifiutato di dare un contributo, purché fosse fondata sui principi cristiani.

Quella di Benedetto XV fu una politica diplomatica di dialogo con le nazioni. In quella stessa enciclica, Benedetto XV tolse il divieto ai sovrani cattolici di venire in visita ufficiale presso il sovrano e il governo italiano, mostrando così la sua determinazione ad arrivare ad una pacificazione con l’Italia.

L’1 dicembre 1920, Benedetto XV pubblicò l’enciclica Annus Iam Plenus, che rimetteva al centro le iniziative umanitarie, chiedendo ai bambini delle nazioni più ricche e ai genitori perché aiutassero con offerte ad alleviare le sofferenze dei bambini bisognosi. Lo stesso Benedetto XV mise in campo la considerevole somma di 100 mila lire.

La politica della pace, l’idea della mediazione, la necessità della riconciliazione sono ancora al centro dell’attività diplomatica della Santa Sede. Due dei nunzi che furono coinvolti in questo progetto, Ratti e Pacelli, divennero loro stessi pontefici. La politica dei concordati e degli accordi è rimasta centrale nella vita della Santa Sede, che sempre cerca di riconoscere gli Stati perché essi riconoscano la Chiesa cattolica.

Tutto questo si deve a Benedetto XV. Fu lui, cento anni fa, a dare un cambio di passo decisivo alla diplomazia pontificia. Un cambio di passo che, tra l’altro, fu fondamentale anche nel modo in cui la Santa Sede gestì, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i rapporti con i Paesi oltre Cortina.

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