La politica per la pace della Santa Sede fu delineata 100 anni fa. Da Benedetto XV

Usciva il 23 maggio 1920 la Pacem, Dei Munus Pulcherrimum di Papa Dalla Chiesa. Ha influenzato tutta la linea diplomatica della Santa Sede nell’ultimo secolo

Una immagine di Benedetto XV
Foto: PD
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Il mezzo della pace è la riconciliazione tra i popoli, lo strumento della pace è la riunione dei popoli in una famiglia delle nazioni, la via per la pace è il cristianesimo e soprattutto il suo anelito alla carità: Benedetto XV delinea questi concetti nella Pacem, Dei Munus Pulcherrimum, l’enciclica che firma il 23 giugno 1920, giorno di Pentecoste. È l’enciclica che, in fondo, delinea le politiche per la pace della Santa Sede.

Quando l’enciclica viene pubblicata, non era ancora stato firmato il trattato di Trianon, ma già si vedevano i disastrosi effetti della pace di Versailles. Dopo la Prima Guerra Mondiale, con il crollo dei Grandi Imperi e i nuovi confini, interi popoli cambiavano di nazionalità, diventando minoranze, anche linguistiche, o persino venendo spostati da una nazione all’altra. Non era una pace che poteva soddisfare tutti. E Benedetto XVI lo sapeva.

Lo sapeva già al tempo della sua nota ai Paesi belligeranti dell’1 agosto 1917, che preceduta tra l’altro da una missione diplomatica riservata del nunzio Eugenio Pacelli, il futuro Papa Pio XII, chiamato a comprendere quali sarebbero state le possibili condizioni per la pace. Quello che passò alla storia come l’appello contro l’ “inutile strage” si configurava in realtà come una ampia disamina diplomatica, in cui Benedetto XV chiedeva l’evacuazione di Belgio e Francia da parte della Germania, un accordo tra Italia, Austria, Germania e Francia per i territori contese, e un riassetto di Armenia, Stati Balcanici e Regno di Polonia fatto con spirito conciliante di “equità e giustizia.

Visto con il senno di poi, i timori del Papa non erano errati: l’Armenia andava incontro al “Grande Male”, la Polonia vivrà di incertezza territoriale che porterà i tedeschi ad invadere Danzica nel 1939 e dare il via alle danze della Seconda Guerra Mondiale, gli Stati balcanici hanno vissuto una sanguinosa guerra civile e ancora i problemi etnici sembrano rimanervi sottotraccia.

La Pacem, Dei Munus Pulcherrimum guarda anche oltre. Benedetto XV, durante la guerra, ha messo su un impressionante lavoro per il soccorso di profughi e rifugiati, una “seconda croce rossa”. Un lavoro che non solo pone le basi della moderna diplomazia pontificia, ma che allo stesso tempo fa crescere il prestigio della Santa Sede a livello internazionale, in un periodo in cui la Questione Romana era aperta.

Nell’enciclica, Benedetto XV nota che la pace non può essere raggiunta “se contemporaneamente non si placano gli odi e i rancori per mezzo di una riconciliazione fondata sulla vicendevole carità”, e mette in luce che il conflitto crea danni anche “a tutto ciò che frutto della civiltà e del progresso, come i commerci, le industrie, le arti e le lettere”

In nome del “Vangelo di pace”, Benedetto XV chiede di non solo “perdonare tutti i nostri nemici che, consapevoli o inconsci, ricoprirono e coprono anche ora la persona e l’opera nostra con ogni sorta di vituperi”; ma anche di “fare del bene ai nemici”, perché la carità non “si limita a non odiare i nemici”.

Papa Dalla Chiesa esorta ad “ampliare maggiormente i confini della carità”, perché tanti hanno bisogno dopo la Grande Guerra, e scongiura i vescovi “per le viscere di carità di Cristo” di adoperarsi “il più possibile non solo per indurre i fedeli a voi affidati a deporre gli odi e perdonare le offese, ma anche per promuovere con maggiore intensità tutte quelle opere di cristiana beneficenza, che siano di aiuto ai bisognosi, di conforto agli afflitti, di presidio ai deboli e che arrechino insomma un soccorso opportuno e molteplice a tutti coloro che hanno riportato dalla guerra maggiori danni”.

La carità, Benedetto XV, si esercita allo stesso modo tra individui e tra Stati e popoli, perché “questi non sono che l’insieme di singoli individui”.

Il Papa mette in luce che si delineava “un collegamento universale tra i popoli, spinti naturalmente ad unirsi tra loro da mutui bisogni”, ma anche “con la facilità di rapporti commerciali mirabilmente aumentata”.

E sottolinea che la posizione della Chiesa non è cambiata, perché sempre la Chiesa è stata aperta ad una mediazione, e lo è anche in quel periodo, al costo di mettere da parte la Questione Romana, ovvero accettando di incontrare capi di Stato. Ma si tratta di una “concessione consigliata, o meglio voluta, come pare, dalla gravità dei tempi che corrono”, che “non si deve affatto interpretare come una tacita rinunzia di sacrosanti diritti, quasi che la Sede Apostolica si appaghi dello stato anormale in cui si trova al presente”. La difesa della Santa Sede è portata avanti con forza, e proprio perché Benedetto XV riconosce nella Santa Sede una entità che è chiamata a creare la pace tra i popoli.

Benedetto XV riconosce anche il carattere ormai transnazionale delle vicende, e allora auspica che “tutti gli Stati, rimossi i vicendevoli sospetti, si riunissero in una sola società o, meglio, quasi in una famiglia di popoli, sia per assicurare a ciascuno la propria indipendenza, sia per tutelare l’ordine del civile consorzio”. Una famiglia che porti “a ridurre, se non addirittura di abolire, le enormi spese militari che non possono più oltre essere sostenute dagli Stati, affinché in tal modo si impediscano per l’avvenire guerre così micidiali e tremende, e si assicuri a ciascun popolo, nei suoi giusti limiti, l’indipendenza e l’integrità del proprio territorio”.

Non è solo una benedizione della Società delle Nazioni voluta da Woodrow Wilson, comunque piena di limiti e alla quale la Santa Sede non poteva partecipare. È anche l’idea delle Nazioni Unite, l’inizio dell’impegno della Chiesa nel multilaterale, che porta anche alla proposta di una autorità mondiale con competenze universali lanciata da Giovanni XXIII nella Pacem In Terris. Mentre il tema delle spese militari sarebbe potuto essere oggetto di un’altra enciclica sulla pace, dedicata ai nuovi armamenti, discussa ma poi non scritta.

Eppure tutto questo non può funzionare, secondo Benedetto XV, se questa lega non è fondata “sulla legge cristiana, per tutto ciò che riguarda la giustizia e la carità”. In quel caso, la Chiesa non rifiuterà il contributo.

Nell’enciclica, c’è anche una delle più belle dichiarazioni sulle radici cristiane dell’Europa. Quando – scrive Benedetto XV - la “Chiesa pervase del suo spirito le antiche e barbariche genti d’Europa, cessarono un po’ alla volta le varie e profonde contese che le dividevano, e federandosi col tempo in una unica società omogenea, diedero origine all’Europa cristiana, la quale, sotto la guida e l’auspicio della Chiesa, mentre conservò a ciascuna nazione la propria caratteristica, culminò in una unità, fautrice di prosperità e di grandezza”.

L’impatto di questa enciclica non va sottovalutato. Woodrow Wilson chiese udienza al Papa, mentre diversi movimenti di pace cattolici vi trovarono sostegno. In Germania, l’enciclica influenzò Max Josef Metzger, uno dei fondatori del “Friedensbund Deutscher Katholiken”, che fu fermato dai nazisti. E il “Friedensbund” è una delle iniziative che portano al movimento internazionale cattolico Pax Christi.

In Francia, Marc Sangnier, politico cristiano socialista, organizzò dodici conferenze di pace internazionali tra il 1921 e il 1932.

C’era anche l’idea di una collaborazione tra le Chiese. E sebbene il Consiglio Ecumenico delle Chiese non nasce che nel 1959, proprio per garantire un collegamento in tempi di Guerra Fredda, c’è nell’enciclica quell’idea di religioni insieme per la pace che San Giovanni Paolo II concretizzerà ad Assisi nel 1986.

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