Cardinale Bagnasco. “La Chiesa non è una federazione di qualcosa, ma è un’armonia”

Al termine della plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, di cui è presidente, il Cardinale Bagnasco traccia un bilancio. E porta la sua esperienza di europeo al Sinodo

Il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee
Foto: CEI
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Si porta dentro l’Europa, con la sua esperienza e la sua storia, anche al Sinodo Speciale sulla Regione Panamazzonica. Il Cardinale Bagnasco, arcivescovo di Genova, presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, è stato nominato membro del Sinodo direttamente da Papa Francesco. Vi arriva dopo la plenaria annuale dei vescovi europei, che si è tenuta a Santiago di Compostela, con il tema “Europa, tempo di risveglio? I segni della speranza”. E sì, c’è speranza, ed è una speranza che si centra su Cristo, afferma il Cardinale. Che poi, guardando al Sinodo, sottolinea: “Sono qui, con la mia esperienza europea, perché la Chiesa non è una federazione di qualcosa, è una somma di addendi, ma è una armonia”.

Al termine della vostra plenaria, avete diffuso un comunicato in cui veniva sottolineato che la risposta vera alle domande di senso è Cristo. Perché l’Europa ha ancora bisogno di annuncio?

Abbiamo ascoltato la testimonianza dei presidenti, ci siamo raccontati nei gruppi di studio, abbiamo parlato soprattutto della situazione delle nostre Chiese e dei nostri popoli. Volevamo guardare alle cose belle che ci sono, e per questo il titolo della plenaria è stato dedicato ai “segni di speranza”. Ma oltre alle cose belle ci sono le cose cattive. Percepiamo un senso di smarrimento profondo, specialmente tra le giovani generazioni, che vivono molta incertezza riguardo il futuro. E, come pastori, siamo certi che la risposta più importante, più decisiva, sia proprio la voce del Signore.

Durante i vostri incontri, avete potuto fare una “mappatura” dell’Europa, definendo dove Dio è presente e dove Dio manca di più?

È difficile dire dove Dio manca, ma è più facile dire dove Dio c’è. Lo possiamo fare con un criterio di carattere storico, sociale e religioso. L’Europa del Centro Est ha una esperienza dolorosa che l’Europa occidentale non ha allo stesso modo. Parlo della persecuzione, dell’oppressione delle dittature sia nazista che comunista. È un tipo di oppressione che i Paesi dell’Europa occidentale non hanno vissuta, sebbene abbiano passato altre prove, come la guerra. Di certo, però, non hanno vissuto quella situazione di persecuzione causata dalla propria fede. Questa esperienza dolorosissima di persecuzione, martirio, mancanza di libertà, sospetto, è ancora viva nella carne dei Paesi dell’Est, con una ferita che ancora sanguina, sia nelle generazioni più grandi che hanno ricordi personali, sia in quelle più giovani.

A Mosca ho incontrato persone che avevano esperienza diversa, due vecchiette che sono state la colonna della comunità cristiana. E queste persone esistono, rappresentano la memoria e raccontano la memoria alle giovani generazioni.

Alla plenaria, ha presentato un rapporto dell’Osservatorio sull’Intolleranza Cristiana in Europa, che racconta, dati alla mano, di una persecuzione nascosta contro la Chiesa proprio nell’Europa occidentale. Quanto ci vuole perché questa persecuzione diventi visibile?

Deve diventare visibile, perché è una questione di giustizia rispetto alla gravità delle cose. Laddove c’è un attacco ai diritti umani proclamati dall’Unione Europea, dalla cultura occidentale, da tutto il mondo, questo attacco deve essere reso noto al mondo. Altrimenti proclamare i diritti umani e poi non dare loro conseguenze pratiche non serve, è un atto di ipocrisia. Per questo, auspico che la sensibilità dei popoli europei sia più attiva, più avvertita, più consapevole, in modo da poter dire quello che avviene in tanti casi contro la libertà religiosa. E dall’altra parte spero che il mondo cattolico attraverso i suoi tanti laici esperti giornalisti, operatori della comunicazione sia più coraggioso per denunciare queste cose. Abbiamo messo in luce i segni positivi della speranza, non dobbiamo dimenticare le difficoltà oggettive che sono di tanti credenti, cattolici cristiani.

Lei ha parlato dei segni dell’Europa dell’Est, ma per la plenaria siete venuti a Santiago, nell’estremo occidente, al culmine di un cammino che ha fatto l’Europa. Perché?

Voleva essere un messaggio all’Europa, nella quale profondamente crediamo e che amiamo, perché non si scoraggi e ritorni con coraggio e umiltà alle sue origini. Siamo stati pellegrini in questo luogo simbolo dell’Europa e della cristianità. Ho sempre sostenuto e detto che l’incontro annuale che abbiamo con i vescovi europei, e poi le nostre attività costanti con le nostre quattro commissioni, vorrebbe essere anche un incoraggiamento all’Europa a fare lo stesso. È, in fondo, possibile camminare insieme anche rispettando le giuste differenze.

Cosa ci fa il presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee al Sinodo speciale sulla Regione Panamazzonica? Cosa può dare l’Europa alla Regione?

Riconosco che mi porto dentro la mia esperienza europea, che questa è venuta fuori sia nel mio intervento di quattro minuti in assemblea, ma anche negli interventi nei Circoli minori. Con molta discrezione, ho provato a raccontarla, a portare le esperienze positive che conosco, senza fare precisazioni con nomi di Stati e Chiese particolari. Il Sinodo sull’Amazzonia, è vero, è di carattere speciale, ma la Chiesa una. Ci sono differenze, diversità, ma pur sempre dentro una armonia. L’unità della Chiesa non è una federazione di qualcosa, neppure una somma di addendi, ma è una armonia di tradizioni che per esistere deve avere l’analogato principale, il punto di riferimento, il criterio unitario e questo è il Papa, è il successore di Pietro, la Chiesa di Roma.

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