Centoventi anni fa, la Conferenza di Pace dell’Aja. Ma la Santa Sede non vi partecipò

Le ragioni dietro l’impossibilità della Santa Sede di partecipare alla conferenza. Eppure, le trattative per la partecipazione rappresentarono un esercizio di sovranità

Un ritratto di Papa Leone XIII
Foto: PD
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Non un fallimento diplomatico, ma l’inizio di una nuova era diplomatica, con la creazione della Corte Internazionale di Arbitrato. La Santa Sede, alla fine, non ricevette l’invito a partecipare alla Conferenza per la Pace dell’Aja nel 1899. Ma tutte le trattative che precedettero la conferenza mostrarono piuttosto la vera importanza del Vaticano e l’autorità morale del Papa. Perché, al di là delle questioni politiche, tutti guardavano alla sua autorità morale.

Serve riavvolgere il nastro della storia per comprendere l’importanza dei fatti che sono avvenuti centoventi anni fa. Al soglio di Pietro c’è Leone XIII, un Papa accorto, che ha mostrato la sua capacità di arbitro e mediazione nella risoluzione del conflitto con la Prussia di Bismarck dopo il Kulturkamps ed era stato chiamato a mediare sulla proprietà delle Isole Caroline e nella guerra tra Spagna e Stati Uniti.

La Santa Sede è già uno Stato senza territorio. Non ha perso i suoi diritti di legazione attiva e passiva, manda e riceve ambasciatori, le nunziature vengono aperte soprattutto in Paesi del Sudamerica. Ma non ha un territorio, è stata invasa dalle truppe piemontesi. Si è in piena “Questione Romana”. La Santa Sede cerca un riconoscimento che non riesce ad avere.

Leone XIII reagisce non cercando di ricostituire lo Stato, ma inaugurando una serie di relazioni con gli Stati che partono da un presupposto: gli Stati sono transeunti, mentre la Santa Sede eterna. C’è però bisogno di riaffermare anche la statualità della Santa Sede a livello internazionale.

L’occasione è data dalla preparazione della conferenza dell’Aja. Il 30 agosto 1898 il ministro russo presso la Santa Sede Alexander Isvolsky invia un rescritto imperiale al Cardinale Rampolla, segretario di Stato vaticano, per raccontare di una grande conferenza per la pace che vuole fare all’Aja sul controllo armi e prevenzione dei conflitti.

Subito, la Santa Sede vide nella partecipazione alla conferenza una possibilità per risolvere la Questione Romana. Tanto più che la proposta russa viene appoggiata dalle potenze, termine che viene usato in luogo di Stati proprio per permettere la partecipazione della Santa Sede. In fondo, le potenze non vogliono apparire come insensibili alle questioni del disarmo.

Nel 1899, Isvolsky manda al Cardinale Rampolla un’altra comunicazione e chiede alla Santa Sede di partecipare, pur non menzionando mai la Questione Romana. Il segretario di Stato vi vide una occasione per dimostrare che la Santa Sede poteva reclamare il suo posto e sedere tra gli Stati.

Ma si trovò di fronte il veto dell’Italia, che chiese il supporto dei suoi partner della Triplice Alleanza. L’Austria fu timida, preoccupata della reazione che avrebbe potuto avere la sua popolazione cattolica. La Germania fu più recettiva.

L’Italia cominciò una campagna di informazione contro la Santa Sede, sostenendo che questa cercava “disperatamente” una partecipazione alla conferenza. Il cardinale Rampolla, dal canto suo, faceva notare che la Santa Sede era interessata agli scopi generali, ma non all’agenda dell’incontro, prevalentemente tecnica.

Il lavoro di trattativa viene svolto da Francesco Tarnassi, internunzio in Olanda. Ministro degli Esteri olandese era il Barone Beaufort. Il quale si trovava davanti a un duplice problema: da una parte, gli argomenti presentati dalla Santa Sede per la partecipazione erano stringenti, ma dall’altra il boicottaggio di uno o due membri avrebbe causato una cattiva pubblicità agli olandesi.

Per questo, la Santa Sede cominciò ad uscire dalle liste dei partecipanti. Le potenze erano comunque interessate ad un compromesso che permettesse al Papato un certo ruolo nella conferenza. D’altro canto, il Cardinale Rampolla approvò che i cardinali cattolici protestassero.

Beaufort si allarmò, temette un rovesciamento del governo e suggerì che la regina Guglielmina inviasse una lettera chiedendo il benevolente supporto del Papa.

La Santa Sede comprese che la lettera sarebbe stata considerata una alternativa all’invito. Allo stesso tempo, la Santa Sede sapeva di non poter ignorare una lettera inviata da un monarca.

La proposta di mediazione del ministro degli Esteri francese Delcassé fu che il Papato partecipasse alle conferenze riguardanti gli arbitrati. Ma non ci fu nessuna partecipazione, nessun invito.

Eppure, non fu fallimento diplomatico. La sola richiesta di partecipazione mostrò che la Santa Sede era ancora riconosciuta e compresa come una potenza super partes, mediatore per eccellenza perché non legata ad interessi terreni.

La lettera di Leone XIII alla regina Guglielmina fu letta solo all’ultima seduta, il 30 luglio 1899, per evitare le riserve di quanti si erano opposti alla presenza della Santa Sede.

Scriveva Leone XIII: “La comunità internazionale non possiede un sistema di mezzi morali e legali per stabilire e salvaguardare i diritti di ognuno. Non esiste un’alternativa al ricorso immediato e diretto all’uso della forza. Questo spiega la rivalità fra gli Stati di accrescere la potenza militare . . . istituire la mediazione e l’arbitrato sembrerebbe il modo più appropriato per fronteggiare questa disastrosa situazione; e ciò soddisferebbe sotto ogni aspetto i desideri della Santa Sede”. Nacque, da quella conferenza, la Corte Internazionale di Arbitrato.

 

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