Cina, Cardinale Parolin: “Spero si possa cambiare l’accordo”

L’accordo con la Cina per la nomina dei vescovi. La situazione nei Balcani. I colloqui in corso con il Vietnam. La geografia della diplomazia della Santa Sede vista dal Cardinale Parolin

Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano
Foto: Santuario di Nostra Signore di Guadalupe
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Il prossimo ottobre, scadrà l’accordo sulla nomina dei vescovi siglato da Santa Sede e Cina. Già rinnovato una volta ad experimenum, l'accordo ha portato finora a sei ordinazioni episcopali con la doppia approvazione di Santa Sede e Cina. Ora si dovrà decidere se rinnovarlo o meno. I termini dell’accordo sono confidenziali. Ma il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, spiega ad ACI Stampa che comunque spera che l’accordo possa essere modificato, anche se non spiega in che modo.

Nella terza parte di questa intervista con ACI Stampa, il Cardinale si sofferma anche sulla situazione nei Balcani e in Caucaso, oltre che sulle relazioni con il Vietnam.

Il prossimo ottobre scade l’accordo con la Repubblica Popolare Cinese per la nomina dei vescovi, dopo che questo era stato rinnovato per altri due anni. In questi tre anni di accordo, ci sono state poche nomine episcopali, non tutte dovute all’accordo. Cosa sarà dell’accordo?

Stiamo riflettendo su cosa fare. Il COVID non ci ha giovato, perché ha interrotto il dialogo in corso. Ora stiamo cercando di riprendere il dialogo in maniera concreta, con incontri che speriamo avvengano il prima possibile e in cui si rifletterà sui risultati dell’accordo ed eventualmente sulla necessità di fare precisazioni o rivedere alcuni punti.

Quindi lei pensa che si potrebbe rivedere in qualche modo qualcosa dell’accordo?

Lo spero.

Non si parla invece più delle relazioni con il Vietnam, sono due anni che non ci sono bilaterali…

Ci sono i contatti, e prossimamente andrà di nuovo una nostra delegazione in Vietnam. Stiamo lavorando in quello che ormai è un metodo consolidato di rapporti e dialogo. Dopo la nomina del rappresentante non residente della Santa Sede in Vietnam si dovrebbe arrivare al prossimo passo, quello della presenza di un rappresentante della Santa Sede nel Paese.

 

 

Durante il viaggio del Papa in Grecia, c’era stato un incontro bilaterale in cui il ministero degli Esteri di Atene aveva proposto una cabina di regia sui Balcani con la partecipazione della Santa Sede. L’iniziativa è andata avanti?

Non sono a conoscenza di passi concreti, l’idea per ora è rimasta tale. Posso dire che da parte della diplomazia della Santa Sede c’è una attenzione speciale per i Balcani. È una zona dove ci sono grandi tensioni, e anche il timore che queste tensioni possano sfociare in qualcosa di peggio. L’arcivescovo Gallagher è stato recentemente in Bosnia-Erzegovina proprio a testimoniare l’interesse della Santa Sede. Non so se si riprenderà questa idea della cabina di regia, ma di certo non dobbiamo smettere di prestare attenzione e aiutare in tutti i modi possibili l’area dei Balcani.

Guardando invece alla zona del Caucaso, è sotto gli occhi di tutti la situazione in Nagorno Karabakh. Lì il patrimonio cristiano è a rischio, c’è una risoluzione dell’Unione Europea, un pronunciamento del tribunale dell’Aja… la Santa Sede ha un rapporto buono sia con l’Armenia che con l’Azerbaijan. Come riesce a bilanciare le posizioni?

Noi facciamo sempre riferimento ai principi che dovrebbero guidare le relazioni internazionali. La Santa Sede ha sostenuto la proposta di una commissione di esperti dell’UNESCO, da inviare sul posto con un mandato esplorativo per verificare, perché ci sono reciproche accuse di aver messo a rischio il proprio patrimonio storico culturale. La Santa Sede aveva offerto anche la disponibilità a partecipare con un esperto. Finora, però, non si è riusciti, e questo indica anche le tensioni che continuano a sussistere, tanto che non si riesce a dare vita a nessuna iniziativa, nemmeno di terzi, che possa aiutare le parti ad avvicinarsi.

La difesa del patrimonio cristiano non riguarda solo l’Armenia, ma tocca anche Paesi europei. L’ultimo rapporto del ministero degli Interni francesi parla di quasi 900 attacchi contro edifici religiosi, con vandalismi, profanazioni…

È un fenomeno purtroppo molto presente in Francia, e ancora non è chiaro nemmeno quali siano state le cause dell’incendio di Notre-Dame. Il numero degli attacchi indica che l’intolleranza religiosa sta crescendo nonostante tutto l’impegno nel cercare di rispettarsi reciprocamente. Io vedo questo impegno nel rispetto, ad alti livelli. Lo ho potuto respirare, per esempio, durante il mio viaggio a Dubai per la giornata della Santa Sede all’Expo. Dall’altra parte, non possiamo trascurare il tema della radicalizzazione, dovuta a tanti fattori diversi.

C’è poi il Sud Sudan, dove c’è una nunziatura retta da un incaricato di affari e legata alla nunziatura in Kenya. Si pensa di nominare un nunzio solo per il Sud Sudan in vista del viaggio del Papa?

Non è un tema che stiamo studiando al momento. Neppure si è posta la questione in vista del viaggio del Papa.

Il viaggio dell’arcivescovo Gallagher nel Paese a dicembre è già un segnale che la situazione in Sud Sudan è migliorata, sebbene effettivamente poi gli incontri in Vaticano non abbiano portato molti frutti…

Papa Francesco aveva voluto un ritiro spirituale, con l’idea di infondere nuova linfa ai negoziati in corso e dare un tono spirituale al dialogo. In fondo, la nostra è una diplomazia della parola e della persuasione. Funziona se trova ascolto.

È un limite, lo comprendo. Ed è un limite in un mondo molto polarizzato. Si guardi, ad esempio, alla narrativa sulla guerra in Ucraina. Resta il fatto che gli ucraini sono rimasti soli a combattere…

E stanno pagando la tensione, soprattutto a livello di popolazione civile. Io credo che dovrebbe essere questa l'unico punto di vista da cui partire oggi. Non tanto il discorso politico diplomatico, ma davvero la consapevolezza che la gente sta pagando un prezzo troppo alto.

 

(3 – continua)

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