Diplomazia pontificia, i 70 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

La sede delle Nazioni Unite di Ginevra
Foto: Wikimedia Commons
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Settimana di celebrazioni a Ginevra, dove si è festeggiato per i settanta anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Anche la Santa Sede ha partecipato alle celebrazioni, con un denso intervento in cui si sottolineava che la libertà di religione o di fede è la cartina di tornasole dei diritti umani: se manca questo, rischiano di mancare tutti.

È l’intervento più di significativo di una serie di quattro che la Santa Sede ha tenuto la settimana passata presso il Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra. In questa settimana, intanto, il Papa ha nominato due nuovi nunzi, continuando a riempire le caselle rimaste vacanti della diplomazia pontificia. Da segnalare anche la situazione che si è creata presso il Santo Sepolcro di Gerusalemme, su cui si è espresso, tra gli altri, anche l’ambasciatore di Palestina presso la Santa Sede.

Il capo del protocollo vaticano nominato nunzio in Armenia

È stato nominato nunzio in Armenia José Avelino Bettencourt, capo dell’ufficio del Protocollo vaticano. La sua nomina come nunzio era stata resa nota lo scorso 28 febbraio, insieme all’annuncio che monsignor Alfred Xuereb, storico secondo segretario di Benedetto XVI, era stato destinato alla nunziatura della Corea del Sud.

Non era stata però annunciata la destinazione di monsignor Bettencourt. L’1 marzo, è stato reso noto che monsignor Bettencourt sarà nunzio in Armenia. Una destinazione particolare, se si pensa che il nunzio in Armenia è da sempre nunzio in Georgia e in Azerbaijan, e la sede della nunziatura è a Tbilisi, la capitale della Georgia. In realtà, per questioni burocratiche, il governo georgiano ancora non ha dato il suo gradimento alla nomina, mentre quello armeno sì. E così, monsignor Bettencourt è stato intanto destinato all’Armenia, in attesa che si completino i passaggi burocratici per avere anche le altre due nomine nei Paesi del Caucaso.

La nomina è cruciale per la diplomazia del Papa, specialmente in ambito ecumenico. Dopo il viaggio nel Caucaso in due tappe, che ha visto Papa Francesco visitare nel 2016 l’Armenia a giugno 2016, e poi Georgia ed Azerbaijan ad ottobre 2016, si sono intensificati i rapporti ecumenici. Ai padri stimmatini missionari in Georgia e presenti al capitolo generale che ha eletto il nuovo superiore, il Papa ha chiesto con calore di salutare il Patriarca Ilia II. Mentre si parla di un prossimo evento in comunione con la Chiesa Apostolica Armena in Vaticano, che dovrebbe riguardare San Gregorio di Narek.

I settanta anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Per celebrare i settanta anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, si è tenuto un incontro di Alto Livello durante la 37esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra. Anche la Santa Sede ha dato il suo contributo, con un discorso pronunciato dall’arcivescovo Ivan Jurkovic, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali di Ginevra.

L’arcivescovo ha messo in luce che la dichiarazione “non fu formulata come una costruzione filosofica o legale di tipo astratto”, ma piuttosto una risposta concreta alle ferite causate all’umanità dai campi di sterminio di massa della seconda guerra mondiale e dalla minaccia della bomba atomica.

Si tratta – ha detto l’Osservatore della Santa Sede – di “un atto fondamentale attraverso il quale popoli, Stati e istituzioni internazionali affermano” riconoscono il diritto inalienabile e l’eguaglianza tra tutti i membri della famiglia umana. 

L’arcivescovo Jurkovic ha ricordato che San Giovanni Paolo II ha descritto il documento come “una pietra miliare nel lungo e difficile percorso della razza umana”, ma che allo stesso tempo “è doloroso vedere come molti diritti fondamentali continuino ad essere violati oggi”, come ha detto Papa Francesco quasi quaranta anni dopo il Papa polacco.

Quali i punti importanti per la Santa Sede? Innanzitutto, la ricerca della pace, che “non viene concepita come una assenza di violenza, ma anche include cooperazione solidarietà”, e per questo “al fine di promuovere o ristabilire la pace, è necessaria la giustizia”.

Quindi, il nunzio ha puntato il dito contro la mancanza di riconoscimento della natura comune delle persone, che è “la principale causa” della violazione dei diritti umani, perché “i diritti fondamentali della persona umana sono indivisibili e universali perché non sono concessi da alcuno”, ma precedono le leggi che li riconoscono “dal concepimento alla morte naturale”. Per questo, togliere i diritti umani da questo contesto “significherebbe restringere il loro campo e ridurli ad una sfera relativistica, dove il significato, l’applicazione e l’interpretazione di ogni diritto divergerebbe in inevitabili contraddizioni”.

Il riferimento implicito è ai cosiddetti diritti di terza e quarta generazione, che ampliano il tema dei diritti umani di fatto a volte discostandosi dall’applicazione stessa dei diritti originari previsi dalla Carta: un tema di grande discussione.

Tra i diritti più in discussione, quello sulla libertà di religione o di credo. La Santa Sede da sempre sottolinea che questi siano “la cartina di tornasole” di tutti i diritti umani, di cui rappresentano “la sintesi e la pietra miliare”, perché “la natura trasversale della libertà religiosa richiede protezione eguale ed efficace”.

Contro la marginalizzazione della religione

Il 2 marzo a Ginevra si è discusso il Rapporto Speciale sulla libertà religiosa e di credo. La Santa Sede ha sottolineato che “il diritto di godere del diritto di religione e credo” apre ad opportunità mai viste in un mondo sempre più interconnesso, ma anche solleva complesse difficoltà di organizzazione e legali per gli Stati.

E questo perché “molte società nel mondo sembrano adottare un attitudine di rifiuto verso la religione”, marginalizzando o persino perseguitando le minoranze religiose, sia che ci siano da sempre o che siano arrivate da poco.

Le leggi che discriminano le minoranze religiose sono “sfortunatamente troppo presenti del mondo”, e ci sono Stati che semplicemente “mancano la loro responsabilità di proteggere attivamente le loro minoranze religiose quando queste sono attaccate da attori non Statali o anche da un difficile accesso alla giustizia e a processi giusti.

Ma la Santa Sede punta anche il dito contro quelli Stati che permettono e coltivano “una ideologia radicale e culturale che nega i sentimenti religiosi dei loro cittadini”, sebbene sia ormai evidente che “una società basata sul rispetto della libertà di religion e credo sia più forte e non più debole”

L’arcivescovo Jurkovic ha sottolineato che il bene comune “è l’obiettivo verso cui tutti gli Stati, e per estensione la comunità internazionale, aspirano. Può essere “determinato o raggiunto” solo attraverso un inclusivo processo di dialogo e nel cercare il vero significato dei diritti e delle libertà fondamentali di ciascuno.

C’è in generale - denuncia la Santa Sede - una tendenza “riduttiva” sulla religione”, che viene percepita a volte anche “in alcuni quartieri delle agenize e organizzazioi internazionali”, in cui “ideologie e nozioni controverse non in linea con strumenti internazionali la saggezza religiosa e i sentimenti di gran parte dell’umanità” sono promossi o imposti”.

Non si tratta di una posizione rara. Eppure, questa posizione “non fa altro che indebolire queste istituzione”, e di grande preoccupazione per la delegazione della Santa Sede è la sempre più diffusa espressione – contenuta nel Rapporto - di “libertà dalla religione”, che rivela “un paternalistico senso della religione, andando al di là del mandato del Rapporto Speciale”.

Diritti umani e debito estero

Sempre nell’ambito della 37esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, la Santa Sede ha tenuto un intervento per commentare il Rapporto dell’Esperto Indipendente sugli effetti del debito estero e di altre obbligazioni finanziarie internazionali degli Stati sul pieno godimento dei diritti umani.

C’è, anche qui, una storia sullo sfondo, spesso denunciata dalla Santa Sede: succede che i Paesi in Via di Sviluppo sono costretti a contrarre debito dai Paesi sviluppati, e questi accettano di aiutare i Paesi in Via di Sviluppo solo in cambio di un certo tipo di legislazione. Per fare un esempio concreto: finanziamenti in cambio dell’approvazione di una legge sull’aborto, finanziamenti in cambio della legalizzazione del matrimonio omosessuale.

Quale la posizione della Santa Sede? Si chiede di dare una cornice legale che permetta di comprendere l’impatto di alcuni debiti, e si sottolinea che il criterio dei diritti umani per valutare il peso del debito estero possa essere “un importante mezzo per muovere lo sviluppo da una comprensione piccola e materiale a una basata sullo sviluppo umano integrale”.

La Santa Sede sottolinea che le crisi sul debito sono diventate più complicate, perché in 20 anni è cambiato l’ammontare del debito e anche la tipologia – prima limitato a un piccolo gruppo di facilitazioni, istituzioni finanziarie, governi e bond e ora divenuti più ampi e complessi. In particolare, la Santa Sede stigmatizza l’uso dei cosiddetti “vulture funds”, i “fondi avvoltoio” con i quali si finanzia l’acquisto di società in stato di fallimento a costi inferiori rispetto al suo valore e si cerca poi sollevarle e rivenderle a cifre molto superiori. La Santa Sede le definisce “compagnie predatorie che traggono vantaggio dalle economie in stato di difficoltà”.

La Santa Sede quindi mette in luce che la sostenibilità al debito funziona solo se c’è una pubblica trasparenza di budget, e se i prestiti sono dati o presi in maniera sostenibile, aiutati da politiche fiscali che mettano a repentaglio evasione di tasse e corruzione. Ci vuole – sottolinea la Santa Sede - una valutazione del debito più ampia, che tenga conto di vari fattori – tra i quali anche la situazione politico economica – perché “quando i disastri colpiscono o la carestia si diffonde o una crisi economica colpisce i poveri, ci deve essere la possibilità di rivalutare le situazioni”.

Per risolvere la questione c’è bisogno della “volontà politica” di affrontare il problema, con l’obiettivo finale di istituzionalizzare l’inclusione dell’impatto dei diritti umani tra i calcoli di costi e benefici per il debito, tema che può essere complicato come lo è stato “ogni miglioramento della situazione dei diritti umani”. Anche perché – conclude la Santa Sede – le risposte politiche alla crisi economica hanno messo in luce che c’è i diritti umani vengono sempre trascurati nella formulazione delle politiche economiche, mentre queste mostrano “una protezione insufficiente dei più svantaggiati e una mancanza di attenzione riguardo la partecipazione, consultazione, trasparenza e responsabilità”.

Si tratta, in sintesi, di “cambiare le regole” con un sostanziale cambio della piattaforma valoriale, affinché non si faccia del bene comune come un “obiettivo di seconda classe.”

Quale impatto hanno i diritti culturali?

L’1 marzo, si è parlato degli speciali diritti sul tema della relazioni culturali. L’arcivescovo Jurkovic ha sottolineato che “la cultura crea relazioni tra differenti popoli e visioni del mondo”, e enfatizzato che l’educazione, il quarto degli obiettivi di Sviluppo Sostenibile, accade lì dove “cultura e conoscenza sono trasmessi alle nuove generazioni”, e per questo “scuole e università” possono rappresentare “lo spazio per una vera esperienza di relazione interculturale”.

Anche la religione – afferma ancora il nunzio – è “una dimensione essenziale della cultura”, sebbene la distinzione tra Stato e religione sia di fondamentale importanza. Per questo, la Santa Sede ritiene “necessario per il bene comune” trovare un bilancio nella relazione tra Stato e chiesa, il che richiede che “la sicurezza dello Stato e del suo popolo non sia minacciato dal fondamentalismo religioso, ma anche che la religione non venga diminuita dalla secolarizzazione”.

L’Osservatore ha notato anche che la questione culturale è parte anche della risposta al fenomeno migratorio. In un “contesto favorevole di pluralismo”, il rispetto mutuo di “identità, valori culturali e credenze religiose” crea l’humus per la creazione di società inclusive, in cui le relazioni “includono dimensioni culturali”.

La questione del Santo Sepolcro

La questione delle tasse imposte al Santo Sepolcro dalla municipalità di Gerusalemme, poi revocate in seguito alla chiusura dello stesso luogo santo per tre giorni, ha suscitato anche la reazione dell’Ambasciata di Palestina presso la Santa Sede.

In un comunicato, Issa Kassisieh, ambasciatore di Palestina presso la Santa Sede, ha stigmatizzato la decisione della municipalità di Gerusalemme, notando che le recenti misure sono “una flagrante rottura dello Status quo”, che “regola le relazioni tra autorità civili ed ecclesiastica dal 1757” – status quo confermato poi dal Trattato di parigi del 1856 e dal trattato di Berlino del 1878, e che anche il delegato di Israele alle Nazioni Unite nel 1946 aveva depositato una lettera in cui si esprimeva l’impegno del governo di preservare e mantenere lo status dei Luoghi Santi.

In questo modo, l’ambasciata di Palestina si schiera dalla parte delle Chiese, seguendo una linea che ha portato il ministro degli Esteri Ryadh al Maliki a chiedere alla Santa Sede di organizzare una conferenza su Gerusalemme.

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