Diplomazia pontificia, le iniziative per l’Ucraina, il focus sul Golfo, il Caucaso

Il 26 gennaio si è tenuta la giornata di preghiera per la pace in Ucraina e Europa: ecco alcune reazioni alla giornata. Focus sul Golfo, con contatti della Santa Sede con Bahrein e Emirati Arabi Uniti. La situazione in Palestina

La bandiera della Santa Sede issata sul Palazzo Apostolico
Foto: AG / ACI Group
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In occasione della giornata di preghiera per la pace in Ucraina e in Europa, sono state diverse le iniziative, e molte le reazioni delle chiese locali. Da segnalare, in particolare, le dichiarazioni dell’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio in Ucraina; e quelle dell’arcivescovo Ante Jozic, nunzio in Bielorussia.

Ma ci sono altri temi che stanno a cuore alla Santa Sede. Si guarda con interesse al Golfo, e non da ora, né da tre anni fa, quando fu firmata la Dichiarazione per la Fraternità Umana ad Abu Dhabi. Si guarda al Caucaso, dove il ruolo di mediazione della Russia è croce e delizia anche per le comunità locali. Si guarda alla Palestina, con tutte le problematiche che si trovano sul territorio.

                                                FOCUS UCRAINA

Preghiera per la pace in Ucraina, il punto di vista del nunzio Kulbokas

L’arcivescovo Visvaldas Kulbokas, nunzio in Ucraina, ha concesso una intervista ai media vaticani in occasione della giornata di preghiera per la pace in Ucraina e in Europa dello scorso 26 gennaio.

Il nunzio ha detto che in Ucraina c’è una guerra “in corso già da 8 anni nelle regioni orientali del Paese”, che ha certamente “creato molti problemi”, ma ha anche “reso gli ucraini più forti di fronte alle difficoltà”.

Così, “”il rischio di un possibile aggravarsi del conflitto viene vissuto con più coraggio. C'è preoccupazione ma al contempo ho notato anche tanto amore per la Patria e anche tanta decisione, se ci sarà qualche difficoltà, a fare la propria parte”.

L’arcivescovo Kulbokas ha notato che “nelle Chiese greco-cattoliche e anche nelle Chiese cattoliche di rito latino fin dal 2014, l'anno d'inizio del conflitto, durante tutte le celebrazioni eucaristiche e anche in altri momenti di preghiera, c'è sempre un momento di preghiera per la pace”, e questa si è intensificata in vista della giornata proclamata da Papa Francesco.

Preghiera per la pace in Ucraina guidata dall’arcivescovo Gallagher

Tra le varie iniziative del 26 gennaio, una veglia di preghiera organizzata dalla comunità di Sant’Egidio, cui ha partecipato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i rapporti con gli Stati.

“Siamo in comunione col Papa affinché ogni iniziativa sia a servizio della fratellanza umana”, ha detto il “ministro degli Esteri” vaticano durante la veglia, L’arcivescovo ha ricordato la drammaticità e le gravi conseguenze della guerra, ha sottolineato che è ancora più scandaloso “vedere che a soffrire di più a causa dei conflitti non sono quelli che decidono se avviarli o no, ma sono soprattutto quelli che ne sono solo vittime inermi”.

L’arcivescovo Gallagher ha sottolineato anche la "lacerazione" di popolazioni intere causata dalla “mano dell’uomo”, da “azioni calcolate attentamente e portate avanti n modo sistematico”, e non da “uno scatto di ira”, o “da disastri naturali o fatti fuori del potere umano”, scenari diffusi oggi che ci dovrebbero far riconoscere come “sconfitti” nella nostra umanità.

L’arcivescovo Gallagher ha dunque invitato a invocare la pace “senza limitarci ad aspettare che siano raggiunti e rispettati accordi e tregue, ma implorando e impegnandoci perché in noi stessi e in tutti i cuori rinasca l’uomo nuovo”, unificato in Cristo "che vive in pace e crede nella forza della pace”.

Il Cardinale Hollerich sulla situazione in Ucraina

Il cardinale Jean-Claude Hollerich, presidente della Commisione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea (COMECE) ha sottolineato in una nota che i vescovi dell’Unione Europea sono preoccupati dalla situazione in Ucraina, laddove “l’escalation delle dichiarazioni e le azioni cui stiamo attualmente assistendo rappresentano un minaccia non solo per il popolo ucraino, ma per la pace in tutto il continente europeo”.

Secondo la nota del presidente della COMECE, una “potenziale invasione militare e un successivo conflitto violento non solo porterebbero orribili sofferenze umane e morti, ma distruggerebbero anche i risultati di diverse generazioni nella costruzione della pace e della stabilità in Europa per molti anni a venire”.

La nota è stata diffusa in occasione della giornata di preghiera per la pace in Ucraina e in Europa, che Papa Francesco ha convocato per il 26 gennaio. “La COMECE – si legge ancora – invita tutte le parti a mettere da parte gli interessi particolari e promuovere passi che conducano alla riduzione dell’escalation e al rafforzamento della fiducia, cercando nel contempo una soluzione pacifica e sostenibile alla crisi”.

Per questo, i vescovi esortano “la comunità internazionale, compresa l’Unione Europea, a rinnovare il suo impegno per la pace e contribuire attivamente a questi sforzi di dialogo, non dimostrando forza e rafforzando le dinamiche degli armamenti, ma cercando modalità creative di negoziazione e impegno basato sui valori”.

La COMECE ha fatto sapere di accogliere “con favore il recente annuncio della Commissione Europea di offrire un nuovo pacchetto di assistenza finanziaria di 1,2 miliardi di euro all’Ucraina, e ne chiediamo la rapida adozione e attuazione a beneficio delle persone in Ucraina”.

Bielorussia, il nunzio Ante Jozic prega per la pace

Sempre il 26 gennaio, l’arcivescovo Ante Jozic, seguendo l’invito di Papa Francesco, ha celebrato a Minsk una messa per la pace. Concelebranti erano il vescovo Yuri Kasabutsky, ausiliare di Minsk e monsignor Vladislav Zavalnyuk, che proviene dall’Ucraina.

Nell’omelia, il rappresentante del Papa ha sottolineato che il pontefice ricorda spesso che tutte le persone sono accomunate da un solo padre, e ha osservato che in ogni epoca la pace è sia un dono dall’alto che il frutto di sforzi congiunti.

Il nunzio ha anche rivolto un messaggio importante alla Bielorussia, ricordando che “i bielorussi, come poche altre persone al mondo, hanno sperimentato tutta la forza e la furia delle guerre che hanno colpito la tua cara terra. Il tuo cantante folk Vasil Bykau lo ha espresso con parole così forti: ‘Che sia maledetto tre e centinaia di volte, questa è guerra.  Quando l'abbiamo sperimentato in tutta la sua stoltezza, furia, meschinità, sacrificio, l'abbiamo maledetto - ogni libero o involontario, calcolato e imposto - e possa essere maledetto per sempre!’”

Sono parole in cui – ha aggiunto l’arcivescovo – “risuona la memoria storica del vostro popolo pacifico. Non abbiamo il diritto di dimenticarlo. Non è un caso che quest’anno sia stato dichiarato Anno della Memoria Storica nel vostro Paese”.

                                                FOCUS GOLFO

Papa Francesco scrive al re del Bahrein

Papa Francesco ha inviato un messaggio al re del Bahrein Hamad bin Isa al Khalifa. Il messaggio gli è stato portato da Abdullatif bin Rashid al-Zayani, ministro degli Affari Esteri, che lo aveva ricevuto dall’arcivescovo Eugene Martin Nugent, nunzio apostolico in Bahrein, che rappresenta il Papa anche in Kuwait (dove ha sede la nunziatura) e in Qatar.

Il nunzio e il ministro degli Esteri hanno avuto – si legge in un comunicato diffuso dalla stampa locale – “colloqui cordiali e hanno discusso modi di aumentare la mutua cooperazione tra le parti, in particolare diffondendo i valori dell’amore e della pace tra i popoli del mondo e promuovendo i principi di tolleranza, pacifica coesistenza e libertà di religione e di fede”.

All’incontro ha partecipato anche Ahmed Ibrahim Al.Qurainess, capo degli Affari Europei al ministro degli Affari Esteri di Manama.

Da tempo, il Bahrein si è mostrato molto aperto nei confronti della Chiesa cattolica, e il Papa è stato invitato a recarvisi in visita. Lo scorso anno, è stata finalmente inaugurata la cattedrale di Nostra Signora di Arabia, il sogno del defunto vescovo Camillo Ballin.

Conversazione telefonica tra Parolin e il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti

Il 27 gennaio, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha avuto una conversazione telefonica con lo sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ministro degli Affari Esteri della Cooperazione Internazionale degli Emirati Arabi Uniti. Ne dà notizia l’agenzia locale WAM.

Secondo l’agenzia, il Cardinale Parolin ha espresso solidarietà agli Emirati Arabi Uniti a seguito dell’attacco terroristico sferrato lo scorso 17 gennaio dagli Houthi su obiettivi civili.

Lo sceicco bin Zayed ha ringraziato il Cardinale e ha sottolineato lo “straordinario ruolo del Vaticano sulle questioni umanitarie e nel promuovere i valori di tolleranza e coesistenza tra tutti i popoli”. Il ministro ha anche affermato la disponibilità degli Emirati Arabi di rafforza le relazioni con la Santa Sede a vari livelli.

Attualmente, non c’è un ambasciatore residente degli Emirati Arabi Uniti presso la Santa Sede. Le relazioni tra i due Paesi hanno avuto un grande sviluppo dal viaggio di Papa Francesco nel Paese nel 2019, quando firmò, insieme al Grande Imam di al Azhar Ahmed bin Tayyb, la dichiarazione per la Fraternità Umana, divenuta ora uno strumento diplomatico, tanto che il Papa la regala a tutti i capi di Stato che vanno a fargli visita.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

L’arcivescovo Gallagher in Libano

Il prossimo 31 gennaio, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, comincerà un viaggio in Libano, dove interverrà al simposio su San Giovanni Paolo II e il Libano organizzato dall’Università maronita dello Spirito Santo di Kaslik. L’evento sarà anche l’occasione di incontrare vari leader religiosi e politici per parlare sia della situazione del Libano, e anche, eventualmente, per valutare le possibilità di un viaggio del Papa nel Paese. Papa Francesco ha già espresso desiderio di visitare il Libano, e, nel settembre del 2020, ha inviato il Cardinale Pietro Parolin in occasione della preghiera per la pace nel Paese in crisi politico – istituzionale ormai da troppi anni.

Il viaggio dell'arcivescovo Gallagher si terrà dal 31 gennaio al 4 febbraio. Quest’anno ricorrono i 75 anni delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e il Libano e il 25° anniversario del viaggio di San Giovanni Paolo II nel Paese in occasione della firma, il 10 maggio 1997, dell’Esortazione apostolica post-sinodale Una speranza nuova per il Libano, frutto del Sinodo svoltosi a Roma nel 1995. Risale inoltre al 2012, dieci anni fa, il viaggio apostolico di Benedetto XVI. Anche in quell’occasione fu firmata a Beirut un’Esortazione apostolica post-sinodale, l’Ecclesia in Medio Oriente, seguita al Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente del 2010.

Terrasanta, gli appelli delle Chiese cristiane sulla situazione nel territorio

Nella Messa di Natale, il Patriarca Greco Ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, ha dichiarato che la presenza dei cristiani a Gerusalemme è minacciata. E la ragione sarebbe nel gruppo di coloni estremisti israeliani che vorrebbero mettere i cristiani fuori dalla Città Vecchia di Gerusalemme.

La questione è stata anche oggetto di un appello congiunto della Chiese cristiane di Gerusalemme, e ha ricevuto la piccata risposta del Ministero degli Esteri di Israele, che ha chiesto alle Chiese di fermare il discorso di oddio. Tuttavia, le segnalazioni di una possibile escalation arrivano.

Il portale arabo in lingua inglese al Araby ha denunciato che ci sono “frequenti attacchi a cristiani palestinesi, fedeli, chiese e leadership religiose” che vengono “praticamente ignorati dai media occidentali”.

Secondo il portale, gli attacchi dei coloni israeliani contro i palestinesi a Gerusalemme Est “sono cresciuti, specialmente durante il 2021, portando gli esperti delle Nazioni Unite a lanciare l’allarme”.

Il portale mette in luce diversi casi, a partire dal tentativo di mettere a fuoco la chiesa del Getsemani da parte di un colono israeliano nel dicembre 2020, e continuando con lo sputo contro la Chiesa Armena a Gerusalemme nel novembre 2021, all’attacco a due preti palestinesi che andavano a pregare alla chiesa del Santo Sepolcro a maggio”.

L’articolo ricorda che nel 1931 la popolazione cristiana a Gerusalemme era di 19,335 persone, quasi quanto i musulmani, che erano 19,894, e che invece oggi la popolazione cristiana palestinese a Gerusalemme è di sole 12,600 persone.

                                                FOCUS CAUCASO

Normalizzazione delle relazioni armeno-turche, la posizione del patriarca armeno apostolico

Il patriarca armeno apostolico di Costantinopoli, Sahag Mashalyan, ha mostrato speranza riguardo il processo di distensione e normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armena. In dichiarazioni rilasciate alla stampa nazionale, il patriarca Mashalyan ha sottolineato che “è estremamente importante che le relazioni migliorino giorno dopo giorno, in modo che le due comunità si conoscano, lavorino insieme, facciano investimenti e si incontrino su un terreno comune”.

I rapporti tra Turchia e Armenia sono difficilissimi a causa della questione del genocidio armeno, mai riconosciuto dalla Turchia, e le relazioni sono congelate dal 1993, da quando i turchi hanno chiuso i confini con l’Armenia a causa del conflitto in Nagorno Karabakh. I turchi, storicamente, sono alleati dell’Azerbaijan nel conflitto.

Il conflitto in Nagorno Karabakh nel 2020 ha creato ulteriore divario. La fine del conflitto è stata dolorosa per l’Armenia, che ha visto la netta affermazione dell’Azerbaijan dopo sei settimane di combattimenti. Il cessate il fuoco ha previsto il ritiro delle forze militari armene dal territorio azero, il ritorno degli sfollati dalle rispettive aree di residenza e la dislocazione di truppe russe in funzione di peacekeepers per i successivi cinque anni.

La fine del conflitto è stata percepita come una disfatta in Armenia, e ha innescato una forte crisi politica. Una fase incerta sugli sviluppi della quale si è innestato il processo di normalizzazione tra Erevan e Ankara, anche queste nate sotto l’impulso russo. Il 14 gennaio, a Mosca, si è tenuto il primo incontro bilaterale turco armeno tra Ruben Rubinyan, presidente del parlamento armeno, con l’ambasciatore turco Serdar Kilic. Si è trattato di una riunione preliminare, al termine della quale le parti hanno concordato d seguite i negoziati senza condizioni, con l’obiettivo di una piena normalizzazione.

                                                FOCUS ASIA

Il nuovo arcivescovo di Seoul ha incontrato il ministro della riunificazione

L’arcivescovo Peter Chung Soon-taick, da poco nominato alla guida dell’arcidiocesi di Seoul, ha incontrato durante la settimana Lee in.-Young, ministro per l’Unificazione. Il ministero è stato costituito sin dal 1969 per le relazioni con il Nord, e l’arcivescovo, che è anche amministratore apostolico di Pyongyang, ha voluto così confermare l’impegno della Chiesa coreana per la pace nella penisola.

È dal 1949, dalla scomparsa di monsignor Francis Hong Yong-ho, che in Corea del Nord non viene ammessa una presenza ufficiale della Chiesa Cattolica, ma le comunità cristiane in Corea del Sud hanno mantenuto vivo il desiderio dell’unità tra le due coree, con varie iniziative di solidarietà, anche oltre il 38esimo parallelo.

Da 26 anni, ogni martedì sera viene celebrata nella cattedrale di Seoul una Messa per la riconciliazione del popolo coreano e per la vicinanza con i cristiani del Nord.

Secondo un comunicato del governo, durante il colloquio l’arcivescovo Chung ha espresso la gratitudine della Chiesa al presidente Moon perché questi ha chiesto al Papa di pregare per la pace nella penisola coreana.

Il ministro lee ha ringraziato la Chiesa cattolica per l’assistenza e l’aiuto umanitario dato alla Corea del Nord in questi anni. Da parte sua, l’arcivescovo Chung ha presentato al ministro l’iniziativa “La penisola coreana e il cammino sinodale di pace”, che si terrà nel 2022.

India, un forum scrive ai vescovi per denunciare attacchi contro i cristiani

Il 10 gennaio, i membri del Forum per la Giustizia e la Pace di India hanno scritto una lettera aperta ai vescovi cattolici del Paese, contestando di aver risposto con un “totale silenzio” alla crescente violenza anti cristiana.

Il Forum sottolinea che “nei giorni del 24 e 25 dicembre, i media hanno dato notizia di sette ben pianificati attacchi alle istituzioni cristiane nella nazione”, e notano che “durante il 2021, ci sono stati 486 episodi di violenza contro la comunità cristiana in India, secondo dati del Fronte Cristiano Unito”.

La lettera è stata indirizzata al Cardinale Oswald Gracias, presidente della Conferenza Episcopale Indiana. Secondo l’ultimo rapporto Open Doors, l’India il decimo Paese al mondo più pericoloso per i cristiani, che rappresentano il 2,3 per cento degli 1,3 miliardi di abitanti del Paese, stando ai dati del censimento del 2011, vale a dire 20 milioni di cattolici. Sono numeri che fanno dei cattolici indiani la seconda più grande popolazione cattolica in Asia dopo le Filippine.

Secondo un rapporto di tre sigle dei diritti civili locali redatto nell’ottobre 2021, i cristiani affrontano la persecuzione in 21 dei 28 Stati che compongono l’India.

Nella lettera, il Forum chiede ai vescovi di “guidare la comunità cattolica in India a rispondere al crescente discorso di odio e alle violenze contro musulmani e cristiani”, lamentando che “quando i musulmani sono stati linciati dai gruppi di estrema destra, la Chiesa in India è rimasta in silenzio. Ora, questi gruppi hanno intensificato gli attacchi contro i cristiani”.

La lettera chiede ai vescovi di adottare un piano in sette punti per aiutare i cristiani perseguitati indiani. Tra i punti, la necessità di scrivere al Primo Ministro indiano Narendra Modi, che ha invitato il Papa in India lo scorso ottobre, chiedendogli di ordinare ai leader locali di “prevenire tali atrocità in futuro e di denunciare quanti sono coinvolti in crimini di odio”.

Il forum ha anche chiesto la denuncia immediata degli atti di violenza anti-cristiana, perché “se non rispondiamo a questi attacchi, il tessuto secolare indiano sarà perso, causando un danno irreparabile al popolo di India e l’idea di India inclusiva, pluralista e democratica delineata nel preambolo della Costituzione potrebbe essere persa per sempre.

                                                FOCUS MULTILATERALE

Santa Sede a Vienna, la Giornata della Memoria

Nella Giornata della Memoria lo scorso 27 gennaio, il Consiglio Permanente dell’OSCE ha ascoltato Kathrin Meyerr, segretario generale della Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto.

Monsignor Janusz Urbanczyk, rappresentante permanente della Santa Sede all’OSCE, ha sottolineato che il ricordo dell’Olocausto rappresenta sia il ricordo della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau, avvenuta il 27 gennaio 1945, ma anche una riflessione sulla inumana e meccanica persecuzione dello sterminio degli ebrei da parte del regime nazista.

Queste “azioni orrende” – ha detto monsignor Urbanczyk – rappresentano “un drastico promemoria del pericolo di non tenere in considerazione l’intrinseca dignità umana delle persone e di chiedere un impegno collettivo nel dire: Mai più”.

La Santa Sede ha notato che “nell’affrontare l’antisemitismo di oggi, il dialogo può servire come uno strumento potente per combattere il pregiudizio e sviluppare il riconoscimento della dignità umana”, perché incoraggia “ad incontrare l’altro con apertura e crea una opportunità di apprendere l’Ebraismo superando i pregiudizi e riconoscendo i legami molto stretti tra tutti i membri dell’umanità”.

La Santa Sede sottolinea che il passare del tempo ha fatto crescere le distorsioni, inclusa “la negazione dell’Olocausto e il revisionismo”, cosa che fa emergere quanto sia importante mantenere la memoria, perché sono distorsioni che “permettono alla minaccia dell’antisemitismo di venir fuori in Europa”.

Urbanczyk ha detto che “tristemente, la disinformazione riguardo l’Olocausto sta trovando nuove strade per emergere anche nei social media, trovando terreno”, e questo avrà “un effetto deleterio su individui e istituzioni”.

Urbancyzk ha concluso riaffermando “l’inequivocabile presa di posizione della Santa Sede contro tutte le forme vecchie e nuove di antisemitismo,” e auspicando che “il 77esimo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau formerà un ricordo particolarmente vivo che ci porti a promuovere con forza la dignità umana e ad opporci ad ogni tipo di disinformazione che neghi questa dignità”.

La Santa Sede a Ginevra, uno strumento internazionale per la risposta alla pandemia

Lo scorso 26 gennaio, si è tenuta la 150esima sessione della direzione esecutiva dell’Organizzazione Mondiale della Salute. La Santa Sede è intervenuta sottolineando quanto sia importante la continuazione della discussione per sviluppare uno strumento internazionale per la risposta e la preparazione alla pandemia, cosa che rappresenta “un segno tangibile dell’impegno necessario da parte della comunità internazionale di adottare decisioni concertate e risolute che rendano prioritari i bisogni di eguaglianza e solidarietà tra tutti i popoli”.

In particolare, seguendo l’appello del Papa nel suo discorso di inizio anno al corpo diplomatico, si richiede di adottare “una politica di generosa condivisione come un principio chiave per garantire a tutti accesso agli strtumenti diagnostici, ai vaccini e alle medicine”.

                                                FOCUS SPAGNA

Spagna, Sanchez vuole rivedere il Concordato con la Santa Sede

Il 24 gennaio, Pedro Sanchez, presidente del Consiglio di Spagna, insieme al ministro Félix Bolaños ha incontrato il Cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona. Nell’agenda dell’incontro, anche la futura regolamentazione dei beni della Chiesa registrati nello Stato.

Era la prima volta che il presidente Sanchez visitava la Conferenza Episcopale Spagnola. Oltre alla questione dei beni ecclesiastici, si è parlato anche di povertà, immigrazione, aborto, legge sull’eutanasia e questioni educative, a partire dall’insegnamento della religione cattolica a scuola.

Non si sarebbe fatta menzione, invece, della volontà di Sanchez di rivedere gli accordi con il Vaticano, sebbene questa revisione sia un impegno approvato nel 40esimo congresso federale del Partito Socialista Spagnola.

La promessa di rivedere gli accordi della Santa Sede non era comunque contemplata nell’accordo del governo di coalizione tra il Partito Socialista Europeo e Unidas Podemos, mentre si parlava sia di laicità che dell’incameramento dei beni immatricolati della Chiesa.

Alla fine, questo primo avvicinamento tra governo e Chiesa è stato cordiale ed entrambe le parti hanno mostrato intenzione di collaborare, concordando di tenere questi incontri in maniera regolare.

Nominato il nuovo ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede

Isabel Celaà sarà il muovo ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede. La notizia è stata ufficializzata lo scorso mercoledì dal Bollettino Ufficiale dello Stato. Celaà, ex ministro dell’educazione, prende il posto di Carmen de la Pena Corcuera, che rappresentava la Spagna presso la Santa Sede dal 2018.

La scelta di Celaà pota, dunque, in Vaticano un profilo più politico, dopo che la sede di piazza di Spagna era stata destinata per quattro volet di fila a diplomatici di . Celaà ha ricevuto l’incarico sei mesi dopo essere uscita dal governo come ministro dell’Educazione nel mezzo dello sviluppo della nuova legge dell’educazione. Nel 2019, partecipando al Congresso delle Scuole Cattoliche, aveva detto che “non si può dire che il diritto dei genitori di scegliere sia parte della libertà di insegnamento”, creando un vasto mormorio nell’uditorio cattolico.

Laureata in lettere e Filosofia, Filologia Inglese e diritto, Celaà è stata anche portavoce del governo e deputata del Partito Socialista, prima di essere consigliere per l’Educazione, le Università e le Ricerche per Paese Basco, vicepresidente del Parlamento Basco, e direttore di gabinetto di vari dipartimenti del governo basco.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

La Santa Sede appoggia i diritti umani in Venezuela

Durante la presentazione del terzo esame periodico universale alle Nazioni Unite a Ginevra lo scorso 25 gennaio, la missione della Santa Sede ha chiesto al presidente venezuelano Nicolas Maduro che siano garantiti a tutti i cittadini alimentazione, attenzione medica e il diritto ad una educazione di qualità, condannando allo stesso tempo l’uso sproporzionato delle forze pubbliche di sicurezza, affermando che la giustizia debba essere accessibile a tutti.

Se la Santa Sede si è concentrata sulla giustizia, l’Islanda ha chiesto al governo venezuelano di approvare una legge che consenta il matrimonio omosessuale, mentre il Regno Unito ha denunciato che in Venezuela viene usata la giustizia per “mettere a rischio la democrazia nel Paese”.

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