Diplomazia pontificia, Gallagher in Serbia, il filo con la Russia, l’invito in Bahrein

Il viaggio del “ministro degli Esteri” vaticano in Serbia prosegue la marcia di avvicinamento della Santa Sede ai Paesi a maggioranza ortodossa. Un invito in Bahrein per Papa Francesco. Il filo rosso con la Russia

L'arcivescovo Gallagher con il Patriarca serbo-ortodosso Porfirije
Foto: @terzaloggia
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Un viaggio per rafforzare i rapporti, e (perché no?) cominciare a pensare anche ad un viaggio del Papa nel Paese: dopo la Russia, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher visita la Serbia, dove da tempo si aspetta il Papa e dove si ripongono molte speranze nel dialogo cattolico – ortodosso, tutto da sviluppare.

Lo sceicco del Bahrein invita il Papa a Manama, mentre il viaggio del Cardinale Ayuso in Russia ribadisce il filo rosso che si è creato con la nazione. Da segnalare la situazione in Nicaragua, dove il nunzio non è più decano del corpo diplomatico.

                                                FOCUS ORTODOSSI

La visita dell’arcivescovo Gallagher in Serbia

L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, è stato in Serbia dal 22 al 24 novembre, per una serie di incontri istituzionali di alto livello.

Il 22 novembre, l’arcivescovo Gallagher è stato a cena con il patriarca ortodosso Porfirio, il successore del Patriarca Irenej, e si è parlato ovviamente dei rapporti cattolico-ortodossi, ma non si sa se si è parlato anche della questione della canonizzazione del Cardinale Aloizije Stepinac, nodo cruciale dei rapporti cattolico – ortodossi.

Tra gli incontri in programma, quello con il Presidente Aleksandar Vučić, il Primo ministro Ana Brnabić e il ministro degli Esteri, Nikola Selaković. Dopodiché rientrerà a Roma. 

Parlando con le agenzie locali, l’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che “il Papa vuole sempre dare un contributo positivo ad ogni Paese che visita, quindi c’è bisogno di un consenso generale tra le diverse componenti della società affinché la visita sia positiva”.

Dopo gli incontri ecclesiastici – l’arcivescovo Gallagher ha anche presieduto l’ordinazione episcopale di Fabijan Svalina, nuovo vescovo coadiutore di Srijem – l’arcivescovo Gallagher ha fatto visita al presidente Vučić.

In una dichiarazione dell’ufficio stampa della presidenza, Vučić ha affermato che le relazioni tra Santa Sede e Serbia sono basate su “vero rispetto e fiducia reciproca”, e ha espresso gratitudine alla Santa Sede per il rispetto che ha per l’integrità territoriale della Serbia. Il riferimento è al non riconoscimento del Kosovo, nonostante la Santa Sede abbia sempre mantenuto frequenti contatti con le autorità kosovare, e il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è stato in visita in Kosovo nel giugno 2019.

Durante l’incontro, prosegue il comunicato il Presidente Vučić ha espresso le sue opinioni sulla situazione nella regione affermando che l'arcivescovo Gallagher ha osservato quanto il Presidente Vučić contribuisca alla pace e alla stabilità nella regione con le sue dichiarazioni e il suo lavoro.

Gallagher avrebbe affermato “che la regione rimane una priorità per la Santa Sede e che le sfide che deve affrontare sono chiare”. I due interlocutori – conclude il comunicato – “hanno anche discusso su ciò che la Repubblica di Serbia può fare per la Chiesa cattolica nel Paese, in particolare per quanto riguarda il processo di restituzione dei suoi beni confiscati nel passato”.

Il “Ministro degli Esteri” vaticano ha anche incontrato il suo omologo serbo Selaković, con cui aveva avuto un colloquio già un mese fa, quando questi era venuto in Vaticano per inaugurare la mostra che celebrava i cento anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Serbia.

Secondo una nota del ministero degli Esteri Serbo, l’arcivescovo Gallagher ha affermato che “le relazioni diplomatiche tra la Serbia e la Santa Sede si stanno costantemente rafforzando e ha sottolineato che il Vaticano sostiene la Serbia nel suo cammino europeo”.

Dopo l’incontro con il Patriarca Ortodosso Porifirije, l’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che quello era “il punto più alto della visita”, e che si è parlato delle “situazioni di dialogo tra le Chiese, delle relazioni tra le Chiese Ortodosse nel mondo e della generale situazione politica nel mondo”. Il “ministro degli Esteri vaticano” ha definito l’incontro come “un significativo passo avanti che conferma l’impegno esistente ormai a vari livelli”. L’arcivescovo ha ribadito, poi, che il dialogo con la Chiesa ortodossa è una delle priorità del pontificato di Papa Francesco”.

È la seconda visita dell’arcivescovo Gallagher in Serbia (c’era già stato nel 2014). Il ministro degli Esteri vaticano ha ricordato che ci sono state visite serbe a livello presidenziale nel 2005, 2015 e 2019, e che il Cardinale Parolin ha visitato la Serbia nel 2018. Gallagher “ha sottolineato di aver parlato con il Ministro Selaković sulla cooperazione regionale, sul dialogo tra Belgrado e Pristina e sull'emergenza migratoria”, e ha ricordato che l'anno scorso le parti hanno celebrato il centenario dell'instaurazione di relazioni diplomatiche, riprese il 14 agosto 1970 dopo un lungo periodo d'interruzione.

L’arcivescovo Gallagher dopo il viaggio in Serbia

Dopo il suo viaggio in Serbia, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher è stato intervistato dal settimanale croato Glas Koncila. L’intervista va letta, perché tra Serbia e Croazia ci sono varie tensioni, in particolare per la questione della canonizzazione del Cardinale Stepinac, cui la Chiesa ortodossa serba si oppone.

Parlando delle ragioni del suo viaggio, l’arcivescovo Gallagher ha detto di essere andato perché era stato invitato da tempo da Ivica Dačić, e che c’era stata la possibilità di combinare la visita con l’ordinazione di Fabijan Svalina come vescovo coadiutore di Srijem. E proprio questa ordinazione episcopale è stata definite dall’arcivescovo Gallagher “un evento molto balcanico”, cui hanno partecipato “vescovi dalla Croazia, dalla Serbia e da altre nazioni”, e questo è stato “buono perché ci ha dato l’opportunità di mostrare la nostra vicinanza ai Balcani, ma anche di condividere delle preoccupazioni riguardo la regione”.

L’arcivescovo Gallagher ha detto che la Santa Sede “crede che molto debba ancora essere fatto” nei Balcani.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha anche accettato di contestualizzare il suo viaggio in Serbia con quello in Russia. Ha detto che “è importante mantenere un dialogo aperto con nazioni che forse non vedi sempre faccia a faccia, ma di cui riconosci il significaivo impegno. Non si possono ignorare le persone”.

L’arcivescovo ha detto che quello che si cerca di fare “è di comprendere che queste sono regioni del mondo che sono, nonostante i progressi fatti, ancora piuttosto fragile”, e per questo “hanno bisogno di supporto e di incoraggiamento, e crediamo che la Chiesa e il Santo Padre possano offrire questto incoraggiamento”.

Durante l’omelia dell’ordinazione di Svalina, l’arcivescovo Gallagher ha detto anche che le relazioni tra cattolici e ortodossi sono influnzate da quelle tra ortodossi serbi e cattolici croati. Commentando queste affermazioni, ha sottolineato che “c’è una storia che ha bisogno di essere affrontata” e che lui è “otttimista”, perché vede “molto positivamente segni e commenti” del nuovo patriarca ortodosso di Serbia Porfirije.

Gallagher ha concluso sottolineando di credere in un percorso di riconciliazione. “Dobbiamo – ha detto – ovviamente guardare alla storia recente della regione. Dobbiamo rafforzare prima di tutto la nostrta erdeità di cristiani e interpretare la storia, il presentte e il futuro alla luce della volontà di Cristo”.

Il viaggio a Mosca del Cardinale Miguel Ayuso

Quello tra Mosca e la Santa Sede sembra essere un fronte caldo. Dopo la visita dell’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, è stato il Cardinale Miguel Ayuso Guixot, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, a recarsi in visita in Russia nel corso della settimana.

La visita è di particolare interesse, se si pensa che proprio il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha firmato un protocollo di intesa con il Kazakstan, e che in Kazakhstan il prossimo anno si terrà un summit sulle religioni cui potrebbero partecipare (e dunque incontrarsi per la seconda volta) Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill.

Il Cardinale Ayuso è stato invitato dal governo, ed è stato accompagnato da monsignor Lucio Sembrano, officiale del Pontificio Consiglio, e da monsignor Piotr Tarnowski, segretario della nunziatura apostolica a Mosca.

Molti gli appuntamenti della visita. Il 24 novembre, il Cardinale si è incontrato con il metropolita Hilarion, a capo del Dipartimento per le Relazioni Esterne del Patriarcato di Mosca. Quindi, il Cardinale ha incontrato il muftì Ravil Gainutdin, presidente della Direzione Spirituale dei Musulmani in Russia, e poi il muftì Albir Krganov, presidente della Assemblea Spirituale dei Musulmani russi.

In questi incontri, definiti da Vatican News cordiali, si è parlato di dialogo e della collaborazione per il bene dell’umanità alla luce del Documento sulla Fraternità Umana firmato da Papa Francesco ad Abu Dhabi nel febbraio 2019 con il Grande Imam di al Azhar Ahmed al Tayyeb, e dell’enciclica Fratelli Tutti.

Il Cardinale Ayuso è stato anche ricevuto in serata dall’arcivescovo Paolo Pezzi di Mosca nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione, dove ha presieduto l’Eucarestia.

Il 25 novembre, il Cardinale Ayuso ha invece avuto un incontro con Michail Bogdanov, viceministro degli Affari esteri della Federazione Russa per il Medio Oriente e i Paesi Africani, e con l’ambasciatore Kostantin Shuvalov, rappresentante speciale del ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa per la Cooperazione gli Stati Islamici. Nel corso di questi incontri, si è parlato in particolare di libertà religiosa e del rispetto dei diritti delle minoranze.

                                                FOCUS PAPA FRANCESCO

Il Bahrein invita Papa Francesco a visitare il Paese

Da tempo, il Bahrein attende una visita di Papa Francesco. Così, mentre continua la costruzione della cattedrale di Nostra Signora di Arabia, il 25 novembre lo sceicco Khalid bin Ahmed al Khalifa, consulente del re del Bahrein per gli affari diplomatici, ha portato al Papa un messaggio di re Hamad bin Isa al Khalifa. In un biglietto, il re invitava Papa Francesco a visitare il Paese.

Le sceicco Khalid ha portato l’apprezzamento di Re Hamad per il ruolo giocato da Papa Francesco nello stabilire e promuovere il dialogo tra le fedi e la comprensione tra le culture e la civilizzazione, così come nel diffondere i valori della fratetrnità umana e della coesistenza per tutti.

Lo sceicco ha anche affermato il supporto del re del Documento della Fraternità Umana firmato ad Abu Dhabi, ed è un dato da non sottovalutare.

Papa Francesco ha ricambiato inviando i suoi saluti e ringraziamenti a re Hamad, e ha sottolineato che l’invito mostra lo status del Bahrein come modello di apertura e coesistenza tra tutti i suoi segmenti sociali.

Lo sceicco ha anche incontrato il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano. Durante l’incontro, al Khalifa ha anche elogiato l’amicizia ttra Bahren e Santa Sede e sottolineato che il regno aspira a promuovere cooperazione e coordinamento congiunto.

Il Cardinale Parolin ha apprezzato il Regno del Bahrein come modello di convivenza basato sul rispetto reciproco.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Nicaragua, il nunzio Sommertag non è più decano

Per consuetudine, il nunzio in un Paese è anche il decano del Corpo diplomatico. Si tratta di una disposizione presa al Congresso di Vienna del 1815, confermata poi dalla Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961. Questo non è un obbligo. Il nunzio è infatti decano se la convenzione della precedenza del rappresentante della Santa Sede è accettata dallo Stato accreditante.

In genere, è sempre così, e lo è di più per quanto riguarda i Paesi cattolici. Quando un Paese non accetta la precedenza del nunzio, è perché ci sono attriti con la Chiesa cattolica. È successo in Repubblica Democratica del Congo, dove il nunzio non è decano del corpo diplomatico. E succede ora in Nicaragua.

Lì, le tensioni tra governo e Chiesa cattolica sono altissime. Il governo sandinista di Daniel Ortega, al culmine delle proteste iniziate nel 2018 a seguito di una riforma delle pensioni, aveva chiesto alla Chiesa cattolica di mediare. Ma poi non ha mancato di accusare la Chiesa di complottare contro il governo, e queste accuse hanno poi portato anche ad una serie di attacchi contro le chiese e persino ad aggressioni contro i prelati, come il Cardinale Leopoldo Brenes, arcivescovo di Managua.

L’arcivescovo Waldemar Stanislaw Sommertag, da nunzio, aveva lavorato molo per spegnere le tensioni, ed era stato molto attivo nelle trattative per la liberazione dei prigionieri politici. Un decreto presidenziale del 19 novembre lo ha spogliato del titolo di Decano del Corpo Diplomatico presso il governo di Managua.
Un gesto che sembra essere un avvertimento alla Chiesa locale, ma anche alla Santa Sede, e che è il culmine di una serie di attacchi alla Chiesa locale. L’attacco alla Santa Sede è comunque una novità, che nasce appena dopo la sua quarta rielezione. Nella narrativa di Ortega, comunque, i vescovi erano e sono “golpisti al servizio della destra e della controrivoluzione”, mentre il Papa è “un pastore progressista, aperto al dialogo e uomo di pace”.

Secondo Il Sismografo, la tattica che viene attuata contro la Santa Sede è analoga a quella portata avanti dal regime di Nicolàs Maduro nei suoi rapporti con vescovi venezuelani e il Papa e di Aleksandr Lukashenko in Bielorussia, che era arrivato addirittura a impedire il ritorno nel Paese dell’arcivescovo Tadeusz Kondrusiewicz.

Evidenziando gli ottimi rapporti con Papa Francesco, Ortega e la moglie vicepresidente Rosario Murillo ha creato anche difficoltà per la diplomazia della Santa Sede. E la nomina dell’arcivescovo Sommertag come nunzio nel 2018 era considerata una mano tesa del Papa che, per facilitare il dialogo, aveva chiamato a Roma il vescovo ausiliare di Managua Silvio Baez, che era sotto mira da parte di Ortega.

L’arcivescovo Sommertag, nonostante la situazione, ha provato a far progredire il dialogo nazionale, e vi partecipa, mentre non vi partecipano i vescovi, che hanno deciso di non inviare rappresentanti considerando il Dialogo come “finto”.

                                    FOCUS SEGRETERIA DI STATO

L’ex organizzatore dei viaggi del Papa ordinato arcivescovo. Sarà nunzio in Burundi

Lo scorso 20 aprile, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha ordinato arcivescovo Dieudonné Datonou, conosciuto per aver preso per un breve periodo il posto di organizzatore dei viaggi papali, sostituendo monsignor Mauricio Rueda Beltz, prima destinato in Portogallo e poi richiamato a Roma come numero 2 della Terza Sezione della Segreteria di Stato.

Nella sua omelia, il Segretario di Stato ha ricordato al neo-arcivescovo, destinato ad essere nunzio in Burundi, che porterà la voce del Papa in un posto che ha vissuto “sanguinosi conflitti” e dove “le conseguenze dell’instabilità socio-politica si fanno sentire pesantemente sul livello di vita delle popolazioni che soffrono per la povertà e l’insicurezza alimentare”.

Il Cardinale Parolin ha ricordato che la voce del Papa è sempre “al servizio della pace, a difesa degli ultimi e per un dialogo sincero e generoso tra tutte le parti.

Sacerdote dal 1989, 59 anni, Datonou è originario del Benin ed è nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1995. Ha poi lavorato nelle nunziature di tre continenti per 15 anni, e poi ha lavorato una decina di anni in Segreteria di Stato.

Il Segretario di Stato vaticano, che celebrava la Messa vespertina della solennità di Cristo Re dell’Universo, ha ricordato che “ogni autorità trova la sua legittimità quando si prefigge di servire al bene di una comunità”, ma spesso “i poteri di questo mondo hanno posto l’accento sulla forza e la sopraffazione, diventando strumento di asservimento e di accrescimento ad ogni costo del potere personale di qualcuno”.

Gesù – ha spiegato il Cardinale Parolin – ha mostrato una autorità “non contaminata dal disordinato desiderio di dominio”, e ha ricordato che anche i vescovi sono chiamati “alla testimonianza di verità e carità”.

Secondo il Cardinale, il nunzio ha il compito “di portare il profumo di questo modo di esercizio dell’autorità, che non viene da questo mondo, ma proviene da Dio, che è amore misericordioso”, ricordando che Giovanni Paolo II aveva invitato i nunzi ad essere “uomini in pace e uomini di pace”.

L’arcivescovo Datonou ha scelto come motto “Ut ita et vos faciatis”, “come ho fatto io, fatte anche voi”, e questa scelta – sottolinea il Cardinale Parolin – mostra che il nuovo nunzio è davvero “ben consapevole della radicale novità portata da Cristo” nel concetto di autorità, legata al servizio.

Un videomessaggio del Segretario di Stato vaticano sulla custodia del creato

In occasione del Meeting nazionale per la Custodia del Creato, organizzato dalla Fondazione Sorella Natura, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha inviato un videomessaggio in cui ha ribadito che “insieme, dobbiamo affrontare le minacce che riguardano la nostra casa comune” e che “i cambiamenti climatici, la desertificazione, l’inquinamento e la perdita di biodiversità” sono solo alcune delle sfide senza precedenti che minacciano noi e la vita del pianeta”.

Il cardinale ha ricordato l’appello per il COP26 firmato in Vaticano dai leader di diverse tradizioni religiose e scienziati in Vaticano, ha chiesto di contrastare i semi dei conflitti, ha ribadito la necessità di “promuovere un’educazione all’ecologia integrale”.

“Non possiamo più aspettare – ha detto il Cardinale - Sono troppi, ormai, i volti umani sofferenti di questa crisi ambientale e climatica, soprattutto tra i più poveri, gli emarginati, i gruppi vulnerabili e i popoli indigeni che per troppo tempo hanno portato un peso sproporzionato e sono stati maggiormente colpiti dalla povertà, dall’inquinamento e dalla pandemia”.

Il messaggio di Papa Francesco alle Settimane Sociali Francesi

Con un telegramma a firma del Cardinale Pietro Parolin, Papa Francesco ha fatto avere, il 27 novembre, il suo sostegno al 95esimo incontro annuale delle Settimane Sociali di Francia, che si tiene dal 26 al 28 novembre a Versailles. Tema di quest’anno è “Osiamo sognare il futuro. Prendersi cura delle persone e della terra”.

Il messaggio sottolinea che non si deve aver paura di sognare, e ricorda i sogni contenuti anche nella Querida Amazonia (una società che loti per i diritti dei più poveri, il sogno di un mondo capace di conservare la sua ricchezza culturale e “tuteli gelosamente” il creato e accolga il messaggio evangelico).

Nel messaggio, si invita a condividere i sogni, mettendo in pratica la cultura dell’incontro, perché “è urgente pensare a un futuro che faccia vivere le persone nella speranza.

L’appello ai partecipanti dell’incontro è di saper “sostenere, difendere e promuovere la cura del Creato e delle persone più fragili”, insieme a “lo sviluppo integrale di ogni persona, anche nella sua fondamentale dimensione spirituale”.

Presiedute dalla signora Dominique Quinio, cui il Papa indirizza il suo messaggio, le Settimane sociali di Francia hanno origine nel 1904: da allora – si legge sul loro sito web –rappresentano “uno spazio di incontro, formazione e dibattito per tutti coloro che, attraverso la loro azione e riflessione, cercano di contribuire al bene comune basandosi sul pensiero sociale cristiano”

FOCUS AMBASCIATORI  E NUNZI       

L’ambasciatore di Perù presso la Santa Sede presenta le credenziali

Il 22 novembre ha presentato le credenziali il nuovo ambasciatore del Perù presso la Santa Sede. Si tratta di Jorge Eduardo Roman Morey, classe 1954, prodotto dell’Accademia Diplomatica del Perù, e nel ministero degli Esteri di Lima dal 1977. Tra i suoi molti incarichi, molti presso la direzione del Cerimoniale, esperienze come console negli Stai Uniti, e poi due incarichi di ambasciatore: in Grecia e non residente in Albania e Bulgaria, ed El Salvador e non residente in Belize. Il suo ultimo incarico è stato quello di direttore generale del Protocollo e Cerimoniale di Stato.

Nepal, nunzio Girelli presenta le lettere credenziali

Il 24 novembre, l’arcivescovo Leopoldo Girelli, ha presentato le sue credenziali al presidente del Nepal Bidhya Devi Bhandari a Kathmandu. Dopo essere stato nunzio in Israele, e prima ancora nunzio a Singapore, incarico cui sommò quello di primo rappresentante non residente vaticano in Vietnam, Girelli è stato nominato lo scorso 13 marzo nunzio in India, incarico cui ha aggiunto il 13 settembre quello di nunzio in Nepal.

Nell’occasione, l’arcivescovo ha portato i saluti di Papa Francesco al popolo nepalese e ha espresso il desiderio della Santa Sede che le attuali mutue relazioni possano continuare a svilupparsi attraverso un impegno condiviso per la pace, il dialogo e lo sviluppo nella cornice delle norme internazionali.

In un comunicato stampa della nunziatura, si è fatto sapere anche che la Santa Sede è convinta che “è lavorando insieme che le nazioni possono trovare risposte alle sfide politiche, sociali ed economiche affrontate da tutta la comunità umana”.

Il nunzio ha anche sottolineato il contributo delle religioni a “costruire fraternità e difendere la giustizia nella società”, e assicurato che “nella pluralità delle religioni in Nepal, la Chiesa cattolica vuole offrire il suo legittimo e rispettoso contributo alla vita della nazione, in particolare in educazione, sanità e sviluppo sociale”.

Il Vangelo fu predicato per la prima volta in Nepal nel XVII secolo, ma dal 1810 al 1950 il piccolo stato himalyano chiuse le frontiere, e così i missionari non poterono raggiungerlo. Nel 1951, i missionari vennero di nuovo ammessi. Stato indù, anche se recentemente proclamatosi laico, la conversione al cristianesimo è considerata illegale, sebbene la legge non venga fatta rispettare dal 1990. L’unico edificio di culto cattolico autorizzato nel Paese è la cattedrale dell’Assunzione a Kathamandu.

Santa Sede e Nepal hanno relazioni diplomatiche dal 1983.

Alla vigilia del viaggio del Papa a Cipro, il governo approva la costruzione di una nuova nunziatura

Mentre Papa Francesco si prepara a partire per Cipro il prossimo 2 dicembre, il governo di Nicosia ha approvato la concessione di una proprietà statale nella capitale per costruire una nunziatura. Il nunzio a Cipro è anche responsabile di Israele, e la nunziatura era finora collocata nella parrocchia della Santa Croce. Ora, la costruzione di una nunziatura, con probabile successiva nomina di un rappresentante papale permanente a Nicosia, rappresenta un passo avanti nelle relazioni diplomatiche.

Niovi Parissinos, vice-portavoce del governo, ha detto che la Santa Sede costruirà la nunziatura entro cinque anni dalla firma del contratto di concessione e di aver ottenuto tutti i necessari permessi dalle autorità.

Verso una ambasciata di Azerbaijan verso la Santa Sede

Ilham Aliyev, presidente della Repubblica di Azerbaijan, ha firmato il decreto per stabilire una ambasciata residente dell’Azerbaijan presso la Santa Sede. Di una prossima apertura dell’ambasciata a Roma ne aveva già parlato l’ambasciatore Musafayev, che aveva avuto una serie di incontri in Vaticano la scorsa settimana. Finora, l’ambasciatore di Azerbaijan presso la Santa Sede risiedeva a Parigi, dove rappresentava anche il governo azero presso la Francia.

Il decreto del presidente fa fare un passo avanti nello stabilimento dell’ambasciata: Il consiglio dei ministri ha ora avuto istruzioni di risolvere le questioni di ordine tecnico, pratico e finanziario, nonché di approvare la struttura e lo staff dell’ambasciata.

                                                FOCUS MULTILATERALE

Missione della Santa Sede alle Nazioni Unite, il gala Path to Peace premia Guetrres

Il 16 novembre, si è tenuto a New York il Gala Path to Peace, che ha consegnato il premio annuale Path to Peace ad Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Il premio e il gala sono parte delle iniziative della Path to Peace Foundation, che sostiene le iniziative della missione della Santa Sede presso le Nazioni Unite di New York.

In un discorso di introduzione all’evento, l’arcivescovo Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni unite di New York, ha ricordato che il premio era destinato a Guterres nel 2020, in occasione del 75esimo anniversario delle Nazioni Unite, ed è stato rimandato a causa della pandemia.

L’arcivescovo Caccia ha notato la collaborazione tra il Papa e il Segretario generale, che è cominciata con l’incontro in Vaticano e un comune appello per la pace ed è “solo cresciuta da quando, come altre voci, le loro si sono unite all’unisono per chiedere un cessate il fuoco globale durante la pandemia, in modo che le energie del mondo potessero essere dedicate a combattere contro il COVID piuttosto che contro fratelli e sorelle”.

Ripercorrendo la carriera di Guterres, l’arcivescovo Caccia ha ricordato il suo lavoro come Alto Commissario ONU per i Rifugiati nel 2015 durante la “peggiore crisi di rifugiati che ha colpito il globo dalla Seconda Guerra Mondiale”, ma anche il suo lavoro da primo ministro portoghese per risolvere il conflitto in Timor Est, e persino per il suo lavoro nell’azione cattolica ai tempi dell’università.

L’arcivescovo Caccia ha ricordato che il premio doveva essergli consegnato già come Alto Commissario ONU per i Rifugiati, ma l’incarico non gli permetteva di riceverlo.

Secondo l’arcivescovo Caccia, le Nazioni Unite “restano una grande scuola di pace e lei, Signor Segretario Generale, è il capace cancelliere di quella università, ma allo stesso tempo un instancabile studente, insegnante, architetto e artigiano della pace a livello globale. In un mondo che è in disperato bisogno di pace di operatori di pace, lei è una risposta alle preghiere dell’umanità e le angoscianti grida di coloro che sono senza voce”.

Guterres ha chiesto di non ricevere il compenso in denaro, ma di destinarlo a due opere di carità: l’Ospedale della Sacra Famiglia della Fondazione Betlemme e il Centro delle Figlie della Carità in Cité Soleil.

Nel suo discorso di accettazione, Guterres ha sottolineato che il suo premio è da considerare “un tributo a tutte le donne e gli uomini delle Nazioni Unite che forgiano il percorso della pace ogni giorno intorno al mondo, si battono per porre fine ai conflitti, danno cibo agli affamati, guariscono i malati, proteggono e danno un tetto a quelli che lasciano le difficoltà, costruiscono ponti tra le comunità”.

Secondo Guterres, dobbiamo “accrescere la speranza e l’aiuto e affermare la nostra umanità comune”, perché quando “il nostro futuro è cieco, siamo tutti a rischio, come hanno dimostrato sia l’emergenza COVID 19 che quella del cambiamento climatico”.

Guterres ha lodato lo sforzo di Papa Francesco e le sue encicliche, ha detto che la pandemia “sta continuando la sua marcia distruttiva, mettendo a rischio la nostra salute, economia e stili di vita”.

Guterres ha sottolineato che oggi “non stiamo affrontando test politici”, ma piuttosto “test morali”, e la nostra “vergognosa incapacità di vaccinare decine di milioni di persone nel mondo in via di sviluppo ne è un tragico esempio”. Guterres ha fatto anche accenno ai “disastrosi effetti del cambiamento climatico”, come “carestia, allagamenti, fuochi e caldo estremo”.

Guterres ha ricordato anche i conflitti in Yemen, Myanmar ed Etiopia, e ha sottolineato che c’è “un pericoloso senso di impunità” che sta prendendo piede tra “le prese di potere dalle forze e colpi di Stato militari”, e le persone stanno “voltando le spalle alla fiducia e la solidarietà”.

Tra gli impegni, quello di “terminare il ciclo di distruzione e devastazione dei conflitti che stanno colpendo il nostro mondo”.

Guterres ha concluso sottolineando che “come il nome della nostra organizzazione ricorda, la pace non è un sogno ingenuo”, ma è un percorso “necessario e pratico per un miglior futuro per tutti”, ma “il percorso è raramente diritto. Ci sono molte barriere per strada”. Ma Guterres ha aggiunto che è necessario essere uniti e proseguire quel percorso insieme.

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