Diplomazia Pontificia, Peña Parra da Maduro, Shevchuk con i diplomatici

La settimana è iniziata con un incontro di Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk con una selezione del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Il sostituto incontra Maduro in Venezuela: prove di dialogo

Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk a palazzo della Rovere durante l'incontro con i diplomatici
Foto: Arcivescovado maggiore Chiesa Greco Cattolica Ucraina
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Sua Beatitudine Sviatoslav Shvechuk, padre e capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ha voluto terminare la sua visita a Roma con un incontro con alcuni membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, portando una testimonianza di quella che è la guerra in Ucraina e delineando alcune pre-condizioni perché si possa raggiungere la pace.

La Santa Sede guarda con attenzione alla situazione in Ucraina, e gli ultimi rumors segnalano qualche importante passo della Santa Sede per cercare una mediazione. Mediazione che la Santa Sede aveva cercato anche in Venezuela.

La notizia, dunque, dell’incontro del sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Edgar Peña Parra, con il presidente venezuelano Maduro è un segnale importante perlomeno di riapertura dei contatti.

La diplomazia pontificia ha sempre più l’intenzione di essere “diplomazia della mediazione”. E, in fondo, lo stesso Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, aveva lanciato l’idea di stabilire un ufficio per la mediazione pontificia nella Segreteria di Stato.

                                                FOCUS UCRAINA

L’Ucraina e le violazioni umanitarie: l’incontro di Shevchuk con un gruppo di diplomatici

Lo scorso 14 novembre, a conclusione del suo viaggio in Vaticano, l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, padre e capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ha incontrao un gruppo di ambasciatori accreditati presso la Santa Sede presso Palazzo della Rovere, sede dei Cavalieri del Santo Sepolcro. All’incontro ha preso parte anche il Cardinale Fernando Filoni, Gran Maestro dell’Ordine del Santo Sepolcro.

Nel corso dell’incontro, durato circa un’ora e proseguito con uno scambio informale, Sua Beatitudine ha condiviso una testimonianza sull’andamento della guerra in Ucraina, il servizio della Chiesa e delineato anche i passaggi necessari perché si arrivi ad una pace giusta di fronte all’aggressione russa.
Nella sua relazione, Sua Beatitudine Sviatoslav ha condiviso tragici dati della situazione umanitaria in Ucraina, delineando i diritti che vengono violati nel corso della guerra dalle forze della Russia, dal diritto alla vita alla sicurezza alle violazioni del diritto all’alloggio, all’assistenza sanitaria e all’istruzione.
Sua Beatitudine ha anche denunciato l’uso di armi proibite contro popolazione e obiettivi civili, la violazione del diritto alla libertà e la migrazione forzata di abitanti ucraini a seguito della guerra e anche la deportazione forzata della popolazione ucraina nella Federazione Russa.
L’Arcivescovo maggiore della Chiesa greco-cattolica ucraina ha anche sottolineato la pericolosità dell’ideologia del “mondo russo”, di cui – ha spiegato – il Patriarcato di Mosca si è fatto portavoce e la quale è nata nel seno della Chiesa ortodossa russa. Durante l’incontro, ha mostrato due brevi video, in cui si vede un sacerdote ortodosso, vestito nei paramenti liturgici usare un pezzo di artiglieria inneggiando alla guerra contro la NATO e un sacerdote che insegna ai soldati la preghiera per benedire i proiettili mentre questi vengono inseriti nel caricatore.
Nonostante tutto, ha aggiunto Sua Beatitudine, ci sono “segni di speranza”. Questi segni sono stati mostrati attraverso un altro breve video della protesta di un giovane russo che chiede “un abbraccio” se si è contrari alla guerra in Ucraina, raccogliendo la risposta a volte entusiasta di alcuni passaggi.
Per quanto riguarda le prospettive di pace e la vita dopo la fine di guerra, Sua Beatitudine Sviatoslav ha detto che questa resta “una domanda aperta”, e aggiunto che essa potrà avvenire solo dopo che verrà stabilita la verità sull’accaduto, la giustizia e la conversione dei cuori. “Ma di sicuro non sarà una strada facile”.
Sua Beatitudine ha anche condiviso la sua esperienza personale di quando ha visto, visitando le città martiri di Bucha e Irpin’ e ha messo in luce le difficoltà quotidiane che si vivono in Ucraina.
Allo stesso tempo, l’Arcivescovo maggiore ha sottolineato lo straordinario impegno messo in campo dalla Chiesa, che dall’inizio della ingiusta aggressione è sempre stata sul campo per aiutare i più bisognosi. “Sono fiero dei miei vescovi, sacerdoti, monaci e monache che sono rimasti con la gente”.

Durante la sua settimana a Roma, Sua Beatitudine ha potuto incontrare Papa Francesco, il Papa emerito Benedetto XVI, il prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani Cardinale Kurt Koch, il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali Cardinale Leonardo Sandri, il segretario di Stato cardinale Pietro Parolin, il segretario vaticano per i rapporti con gli Stati arcivescovo Paul Richard Gallagher.  In più, ha avuto diversi altri incontri.

                                                FOCUS VENEZUELA

Il sostituto Peña Parra in Venezuela

C’è stato anche un incontro con il presidente Nicolas Maduro nel viaggio che l’arcivescovo Edgar Peña Parra, sostituto della Segreteria di Stato, ha svolto in Venezuela dal 12 al 18 novembre. Il viaggio aveva lo scopo di inaugurare il Museo sacro y Palacio Arzobispal e ha benedetto il Centro Pastoral Cardenal Lebrun.

Tra gli appuntamenti, anche una Messa, la scorsa domenica, nella Iglesia de Nuestra Señora de la Candelaria, dove sono conservate le reliquie del beato José Gregorio Hernandéz Cisneros, conosciuto come “il medico dei poveri”, testimone di pace, alla cui custodia spirituale il Papa ha affidato lo scorso anno il corso in Scienze della Pace istituito alla Pontificia Università Lateranense.

Nell’intervento alla giornata Arte, Fé y Patrimonio, organizzato dall’Archivo Histórico Arquidiocesano e il Museo Sacro di Caracas, presso il Centro Cultural Chacao e vuole promuovere la contemplazione di Dio e l’azione evangelizzatrice, l’arcivescovo Peña Parra ha tenuto un lungo intervento, iniziato con il racconto dell’incontro di Papa Francesco con 150 mendicanti, clochard e senza tetto in Cappella Sistina nel 2015.

Era una idea dell’Elemosiniere Konrak Krajewski, che voleva aprire la bellezza della Sistina a coloro che difficilmente sarebbero mai stati visitatori, e quell’incontro rappresenta anche “l’esperienza artistica come la intende Papa Francesco”, e anche “la concezione del diritto universale all’esperienza artistica, non limitato quindi ad un élite”.

Infatti, ha detto il sostituto, “l’arte fa bene, fa stare bene perché è un bene. E se è un bene, dovrebbe essere disponibile per tutti, almeno idealmente. Così come nella Dottrina Sociale della Chiesa si parla di destinazione universale dei beni, anche l'arte partecipa a questa destinazione universale”.  

Particolarmente importante è stato invece l’incontro con il presidente Nicolas Maduro, avvenuto nel primo giorno della visita, il 12 novembre.

La visita è stata resa nota da un tweet del presidente Maduro, che ha scritto: “Gradita visita di monsignor Edgar Peña Parra, sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato del Vaticano. Un figlio del Venezuela e della Santa Sede, che è venuto a portarci le benedizioni di Dio e del Pontefice, che sempre è stato vicino al nostro Paese”.

Da tempo il Venezuela è senza nunzio apostolico. Nonostante diversi Stati, come Stati Uniti, Canada e Unione Europea, hanno disconosciuto Maduro come presidente dal gennaio 2019 per aver ottenuto la rielezione in modo fraudolento e illegittimo secondo gli oppositori, la Santa Sede lo ha sempre riconosciuto come capo del Paese. La Santa Sede non ha mandato il nunzio alla installazione del nuovo mandato presidenziale (al tempo, l’arcivescovo Aldo Giordano), ma uno chargée d’affairs, a segnalare che non stava sottovalutando l’allarme internazionale e che era preoccupata della situazione del Venezuela, ma che comunque aveva volontà a mantenere un dialogo. Di fatto, la Santa Sede non ritira mai una rappresentanza diplomatica, per un principio rimasto saldo nel corso dei secoli, ma cerca sempre un confronto con il governo, anche quando questo è ostile.

La presenza del sostituto, e l’incontro avuto con Maduro, segnala prima di tutto un interesse costante della Santa Sede e poi l’idea di una apertura di dialogo, in un momento particolarmente difficile. Peña Parra era accompagnato, nella visita a Palazzo Miraflores, sede del governo, da monsignor Ignazio Ceffalia, incaricato di affari della nunziatura.

La visita si inserisce anche negli sforzi di diversi attori internazionali per riannodare un dialogo politico sul Venezuela che possa portare risultati concreti e definitivi.

La Santa Sede segue con attenzione l’evolversi della situazione in Venezuela, e nel 2016 è stata soggetto facilitatore insieme all’Unasur (Unione delle Nazioni del Sudamerica) al tavolo di mediazione tra governo e opposizione. La Santa sede aveva partecipato prima attraverso l’arcivescovo Emil Paul Tscherrig, allora nunzio in Argentina, e poi con l’arcivescovo Claudio Maria Celli, nominato inviato speciale del Papa. La mediazione non ebbe esito positivo.

Papa Francesco ha sottolineato più volte le quattro condizioni necessarie per risolvere la crisi venezuelana: alleviare la crisi della carenza alimentare e di medicine; definire tempi e modi certi per le elezioni; adottare mezzi per ripristinare l’Assemblea Nazionale; e decretare una liberazione dei prigionieri politici.

La riunione tra Maduro e il sostituto della Segreteria di Stato è avvenuta il giorno dopo che ha avuto luogo una conversazione di alto livello a Parigi tra attori politici di Venezuela, Francia, Argentina, Colombia e Norvegia per scongelare il dialogo riguardo la prolungata crisi della nazione sudamericana a Città del Messico.

                                                FOCUS CINA

Le relazioni tra Cina e Santa Sede

Il rinnovo dell’accordo tra Cina e Santa Sede per la nomina dei vescovi sembra ormai archiviato. Ma non è archiviato il dibattito sull’accordo, né quello sulle relazioni tra Santa Sede e Cina.

Qualche dettaglio sulla relazione è stato fornito da monsignor Camillus Johnpillai, capoufficio del Dicastero per l’Evangelizzazione dei Popoli, che è intervenuto lo scorso 15 novembre alla conferenza stampa di presentazione del convegno internazionale di studi Euntus in mundum universum, che celebra i 400 anni del dicastero.

Alla domanda se il dicastero avesse avuto a che fare con le nomine dei vescovi cinesi, come da sua competenza, e in particolare con quelle più recenti (le ultime sei nomine sono state fatte seguendo le procedure dell’accordo sino-vaticano), monsignor Johnpillai ha detto che “per quanto riguarda la Cina, il modo di trattare le questioni è diverso che altrove”.

Il monsignore ha aggiunto che in Cina ci sono circa 125 diocesi, che in realtà sono chiamate “prefetture apostoliche”, e per queste nomine c’è un incontro settimanale del dicastero con la Segreteria di Stato. Un caso eccezionale – Propaganda Fide ha generalmente le competenze per andare avanti personalmente con le nomine - ma giustificato, dice monsignor Johnpillai, dal fatto che “siamo in una situazione politica ben diversa da quella di altri Paesi, e la Segreteria di Stato è ben informata della situazione, anche in riferimento alla firma di quell’accordo che abbiamo avuto con il governo cinese”.

Per questo, ha concluso, “ogni decisione, soprattutto la provvista, la nomina, è fatta sempre in collaborazione con la sezione responsabile per la Cina dentro la Segreteria di Stato. Anche dopo questo accordo le nomine vanno avanti”.

L’officiale del Dicastero per l’Evangelizzazione dei popli ha anche commentato che definire l’accordo come “segreto”, richiede una certa precisazione, perché “il governo cinese conosce, segue tutto quello che facciamo, anche questa conferenza stampa è ben seguita da loro. Tutto è mistero, ma alla fine niente rimane segreto”.

Il monsignore ha detto che comunque queste sono le sole opzioni possibili, “non possiamo creare una opzione che non esiste”, e “bisogna essere realistici e trattare con questi governi, non solo con la Cina, ma anche con altri Paesi, come ad esempio il Vietnam”.

Insomma, “ogni paese ha le sue peculiarità e caratteristiche, quindi prima di andare avanti con una nomina, o di creare una nuova diocesi, dobbiamo sempre chiedere il nulla osta da parte del governo. Purtroppo siamo molto limitati nel negoziare tutto questo. Il lavoro va avanti non certo con velocità, ma con un progresso diciamo molto, molto limitato”.

La Santa Sede considera in Cina la presenza di oltre 120 diocesi, mentre il governo cinese le ha ridotte a poco più di 90. Il monsignore ha detto che su queste questioni, la Santa Sede ha una missione di studio ad Hong Kong, la porta della grande Cina. Non è chiamata nunziatura perché questa è una terminologia “molto pericolosa”, e “se usiamo questa frase si va contro lo spirito dell’accordo”. Parole molto interessanti, che ribadiscono ancora una volta che non ci sia una volontà di stabilire relazioni diplomatiche nel documento. Un dato importante, anche perché l’eventuale stabilimento di relazioni diplomatiche porterebbe necessariamente la Santa Sede a dover abbandonare le relazioni con Taiwan, che si è invece dimostrato finora un partner affidabile.

Parlando della missione di studio ad Hong Kong – che il cardinale Parolin si è detto pronto a spostare a Pechino, se ci fossero le condizioni – monsignor Johnpail ha detto che la missione è “quella di sorvegliare, seguire tutti questi territori da vicino. Anche gli abitanti della Grande Cina possono venire a Hong Kong senza difficoltà, perché politicamente Hong Kong fa parte della Grande Cina. Quindi un cittadino cinese ha tutta la libertà di uscire dalla Grande Cina continentale e arrivare a Hong Kong”.

E così, le persone delle missione della Santa Sede ad Hong Kong “sono in grado di gestire le cose in modo più chiaro perché sono più vicine, anche geograficamente, alle Chiese locali”, utilizzando “diversi modi di comunicare con goni diocesi, con ogni Chiesa particolare”.

Insomma, ha concluso, loro sono bene informati, in Segreteria di Stato ci sono persone particolarmente informate, e i social media aiutano ad avere “tante informazioni più aggiornate, perché anche se siamo lontani possiamo avere molte informazioni concernenti la vita della Chiese particolare in Cina”.

La Santa Sede ad Hong Kong, le parole del vescovo Chow

Il vescovo di Hong Kong Stephen Chow Sau-yan ha rilasciato gli scorsi giorni una intervista ad una pubblicazione di ex alunni del Collegio Gesuita Wah Yan di Kowloon, di cui era rettore, affrontando anche la situazione ad Hong Kong.

Ad Hong Kong, ha detto, c’è “confusione su ciò che si può dire e ciò che non si può dire”, secondo una ambiguità legata al mondo in cui le autorità di Pechino utilizzano la legge di sicurezza nazionale.

Questa legge, imposta da Pechino nel 2020, sanziona “la secessione, il terrorismo e la collusione con forze straniere. L’intervista del vescovo Chow è stata anche ripresa dal South China Morning Post, il principale quotidiano di Hong Kong.

Il vescovo Chow ha spiegato che la difficoltà di fronte alla legge “sta nel non sapere dove sia la linea rossa. Gli educatori, gli assistenti sociali e persino i professionisti del settore legale si trovano di fronte a barriere. Gli esperti e le forze dell'ordine possono avere una comprensione diversa di questa legge. Tutti invece dovrebbero poter aver chiaro dove sono i confini, in modo da sapere come esprimersi”.

Anche la comunità cattolica di Hong Kong si è divisa dopo la repressione delle proteste del 2019. Il vescovo Chow ha chiesto ai cattolici di avere un ruolo nella riconciliazione della società, sottolineando che “è un tempo per discernere, anziché agire”, e ribadendo che “la Chiesa cattolica non è rimasta sdraiata dopo le tensioni sociali e l'introduzione della legge sulla sicurezza nazionale”.

Anzi – ha aggiunto – “le sue istituzioni e i suoi membri hanno aumentato il sostegno ai giovani in carcere, fornendo istruzione e riabilitazione”.

Il presule ha piuttosto sottolineato che “la crisi più grande di Hong Kong è che ciascun gruppo pensa solo ai propri interessi”, e questo potrebbe portare ad ignorare la “frustrazione dei giovani”, quando invece è necessario che ci si ascolti e che si comunichi.

Riguardo l’accordo sino-vaticano per la nomina dei vescovi, Chow ha detto che auspica di poter visitare i vescovi della Cina continentale per stabilire dei legami, secondo il compito affidato da Hong Kong da Giovanni Paolo II.

Il vescovo ha anche detto che non ha abbandonato l’idea di stabilire una università cattolica ad Hong Kong, permesso negato dalle autorità per ragioni urbanistiche quando questa doveva essere stabilita a Fanling, ma che ora si pensa di far sorgere trasformando il Caritas Institute of Higher Education - un college a Tseung Kwan O - in un ateneo privato che prenderebbe il nome di Saint Francis University.

Infine - a chi gli ricordava che tra gli ex studenti di Wah Yan figura anche l’attuale capo dell’esecutivo di Hong Kong John Lee Ka-chiu - il vescovo ha rivelato che avevano concordato di incontrarsi, ma l’appuntamento è saltato perché a settembre, mentre si trovava a Roma, Chow ha contratto il Covid-19.

                                                FOCUS MULTILATERALE

La Santa Sede a Ginevra, per la restrizione di alcune armi

Lo scorso 16 novembre, si è tenuto a Ginevra un incontro delle parti contraenti del CCW, ovvero della Convenzione sulla Proibizione o Restrizione dell’Uso di Alcune Armi Convenzionali che possono essere considerata eccessivamente dannose o che possono avere effetti indiscriminati.

L’arcivescovo Fortunatus Nwachuckwu, Osservatore Permanente presso le Organizzazioni Internazionali a Ginevra, ha sottolineato che nell’attuale e instabile contesto internazionale, la legge umanitaria è un “baluardo di salvaguardia della dignità id ogni persona”, sebbene poi quella minima protezione venga “troppo spesso violata in nome di esigenze militari e politiche”.

La Santa Sede nota che c’è “un crescente numeri di conflitti” nei quali “non è offerta alcuna soluzione”, e “la sofferenza di intere popolazioni si protrae”, e si chiede in che modo si possa fare per proteggere la vita umana e per migliorare la protezione dei civili.

A queste domande, la Santa Sede risponde con tre questioni.

La prima: è quasi impossibile definire il cosiddetto bilancio tra considerazioni militari ed umanitarie prima di vedere i risultati di una operazione. Per esempio, “gli effetti cumulativi dell’uso di armi esplosive in aree popolate combinate con particolari metodi di guerra causano un impatto catastrofico in termini di vite umane”. La Santa Sede invita a cambiare il paradigma del “danno collaterale” con quello della “intesa protezione”.

Secondo tema: l’inadeguatezza dei protocolli attuali del CCW.

Quindi la Santa Sede nota che “in un modo che evolve costantemente”, particolarmente in termini di tecnologie, la Santa Sede chiede che l’incontro “discuta quali sono le sfide legale, etiche e di sicurezza” riguardo il potenziale uso delle armi.

Inoltre, la ricerca e lo sviluppo di nuove armi “presenta importanti sfide per il CCW”, tra cui sistemi di armi laser che sono fuori dallo scopo del protocollo 4.

L’arcivescovo Nwachukwu nota anche che questa situazione “può sollevare serie implicazioni per la pace e la stabilità”, e per questo l’accresciuto e diffuso uso di droni armati “offre una finestra di fronte a un instabile futuro”.

La Santa Sede nota che “le implicazioni etiche non sono insignificanti,”, ma che anche le sfide sono multiple e riguardano la legge internazionale, inclusa la legge umanitaria internazionale e i diritti umani. Per questo, si chiede un lavoro concreto per “meglio rispondere alle numerose sfide che colpiscono la comunità internazionale”, considerando che “gli Stati devono evitare che queste questioni diventino una ulteriore fonte di destabilizzazione in un tempo in cui la comunità internazionale ha bisogno di stabilità, cooperazione e pace più che mai”.

La Santa Sede a Vienna, la dimensione economica e ambientale

Si è tenuto lo scorso 15 novembre a Vienna l’Incontro OSCE 2022 per l’Implementazione della Dimensione Economica ed ambientale.

Monsignor Janusz Urbanczyk, rappresentante permanente della Santa Sede presso l’OSCE e le altre organizzazioni internazionali a Vienna, ha cominciato il suo discorso ricordando la decisione del Consiglio Ministeriale sulla Promozione di Pari Opportunità per le donne nella sfera economica, laddove gli Stati parte hanno notato con preoccupazione che “le iniquità continuamente affrontate dalle donne nella regione OSCE in termini della partecipazione al mercato del lavoro”, incluse la segregazione, le disparità nell’accesso alla protezione sociale, l’impiego a tempo pieno e il lento processo fatto in sforzi che vadano a superare la differenze salariali.

La Santa Sede nota che la Dottrina Sociale sottolinei come “ogni persona, donna o uomo, abbia il diritto all’iniziativa economica”, e sottolinea che i prerequisiti per il rafforzamento economico sono una “educazione scolastica di qualità”, ma anche una ulteriore formazione professionale, cose che permettono alla donne di non essere più solo beneficiarie di cambiamento, ma di essere primi agenti del cambiamento.

Monsignor Urbanczyk rimarca che la Santa Sede è convinta del fatto che le donna “dovrebbero essere, prima di tutto, protagoniste degne del loro sviluppo e dello sviluppo delle loro famiglie e società”.

La Santa Sede sottolinea che anche “il miglioramento dello status economico delle donne non si può raggiungere senza sforzi comuni che abbiano lo scopo di assicurare che le donne nella regione OSCE sperimentino pace duratura e stabilità economica e politica nelle loro nazioni di residenza”.

Per questo, “le donne, come agenti di cambiamento, possono ulteriormente contribuire alla costruzione di comunità locali più giuste e pacifiche, così come alla costruzione della pace a livello internazionale”.

Eppure, le organizzazioni delle società nel mondo “sono ancora lontane dal riflettere chiaramente sul fatto che le donna abbiamo stessa dignità e diritti degli uomini”. C’è bisogno prima di tutto di “rimuovere tutte le forme di sfruttamento nel luogo di lavoro”, e si deve dare considerare alle “responsabilità aggiunte che le donne possono dover sopportare come madri”, riconoscendo che la presenza delle donne nella società è un contributo allo sviluppo, come sottolinea la Fratelli Tutti.

                                                FOCUS AMERICA LATINA

Colombia, un arcivescovo nella commissione governativa per i trattati di pace con l’ELN

L’arcivescovo uscente di Calì, Darìo de Jesus Monsalve, sarà parte della commissione formata dal governo nazionale per i colloqui di pace con l’Ejercito de Liberacion Nacional (ELN). Il dialogo inizierà prima della fine del mese, probabilmente in Venezuela.

Il vescovo lascerà l’incarico quest’anno per aver raggiunto l’età della pensione, e aspetta solo la conferma del suo “pensionamento” da paret della Santa Sede. Negli ultimi anni, è stato uno dei volti più visibili della Chiesa colombiana nella richiesta della pace, e ha anche servito come mediatore in varie trattative per la liberazione dei sequesrati da parte dell’ELN.

Come vescovo di Calì, il prelato è stato sempre in prima linea negli sforzi della pace, chiedendo a più riprese agli attori della guerra armata di rispettare la popolazione civile.

Il vescovo Monsalve ha dato disponibilità a prendere parte al dialogo lo scorso 22 giugno, tre anni dopo l’elezione del presidente Gusavo Petro. Questi si era detto subito disponibile a riprendere i negoziati con l’ELN, sospesi nel 2018 verso la fine del governo di Juan Manuel Santos.

La Chiesa Cattolica, insieme alla Defensoria del Pueblo, è stato mediatore per la liberazione di due soldati che erano sequestrate nei giorni scorsi.

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