Diplomazia Pontificia: verso i 90 anni dei Patti, la questione del Venezuela

La bandiera della Santa Sede
Foto: UN
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La Santa Sede si impegnerà in una mediazione per il Venezuela? È questa la domanda più ricorrente riguardo la diplomazia pontificia dopo gli ultimi sviluppi e dopo le parole di Papa Francesco nel volo di ritorno da Abu Dhabi.

I temi diplomatici della settimana, però, riguardano anche i 90 anni dei Patti Lateranensi, ovvero i tre documenti con cui Santa Sede e Italia si riconciliarono, e con cui venne fondato lo Stato di Città del Vaticano. Anniversario importante, che sarà celebrato con un convegno in Vaticano. Ma sarà importante anche vedere gli esiti del consueto bilaterale Italia – Santa Sede, incontro presso l’ambasciata di Italia presso la Santa Sede che si tiene ogni anno tra l’11 febbraio (giorno della firma dei concordati) e il 18 febbraio (giorno della firma della revisione del Concordato, che risale al 1984). Quest’anno, il bilaterale è previsto per il 14 febbraio.

Nella settimana, anche due interventi della Santa Sede alle Nazioni Unite, mentre in Senegal i vescovi cominciano a coordinare le osservazioni per la prossima tornata elettorale.

La crisi in Venezuela

Nella conferenza stampa di ritorno dal viaggio ad Abu Dhabi, Papa Francesco aveva fatto capire che la Santa Sede sarebbe stata disposta ad una mediazione, se si fosse incontrata la volontà di tutte le forze in gioco. Cosa che ancora non c’è. Alessandro Gisotti, direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, ha dichiarato il 6 febbraio che “il Santo Padre si è sempre riservato e dunque si riserva la possibilità di verificare la volontà di ambedue le parti accertando se esistano le condizioni per percorrere questa via”.

La Santa Sede era già stata impegnata in una mediazione, e Papa Francesco aveva inviato l’arcivescovo Claudio Mario Celli, e poi, in uno degli incontri, l’arcivescovo Paul Emil Tscherrig, al tempo nunzio in Argentina e oggi nunzio in Italia. La Santa Sede aveva abbandonato il tavolo perché non aveva riscontrato volontà di dialogo da nessuna delle due parti in gioco.

La Santa Sede non ha comunque chiuso i rapporti diplomatici, ed ha anche inviato un officiale di rango inferiore, lo chargéè d’affairs Kovakook, all’installazione del nuovo governo Maduro, mentre non ha mai riconosciuto formalmente la presidenza ad interim di Guaidò, mantenendosi neutrale. Nicolas Maduro ha comunque chiesto la mediazione della Santa Sede, che Guaidò non vorrebbe, invece, perché la giudica una tattica di Maduro per guadagnare tempo. I vescovi venezuelani hanno preso una posizione netta, sostenendo in prima battuta che il nuovo governo Maduro è illegittimo, quindi chiesto di fare entrare aiuti umanitari nel Paese e infine chiedendo – lo ha fatto il Cardinale Baltazar Porras in una intervista – a Maduro di fare un passo indietro per evitare un bagno di sangue.

Ma davvero la diplomazia pontificia non è intervenuta in Venezuela? La risposta la ha data Rafael Luciani, teologo venezuelano, membro della Commissione Teologica della Conferenza Episcopale Latino Americana, che ha scritto un lungo saggio sulla “Falsa divisione tra un Papa di sinistra e i vescovi di destra”.

Nel suo saggio, Luciani ha notato che la riforma di Papa Francesco ha l’intenzione d dare più potere elle conferenze episcopali, e questo, “in termini geopolitici si è tradotto in un lavoro congiunto e coordinato tra le autorità ecclesiastiche di Roma e le direttive delle Conferenze Episcopali locali”, facendo focalizzare l’attenzione diplomatica vaticana maggiormente sulla cura pastorale e l’attenzione umanitaria dei Paesi in crisi. Luciani ha notato che sin dai Patti Lateranensi, la Santa Sede non ha mai qualificato un presidente come dittatore, ed è stato questo che ha portato le autorità venezuelane a cercare di “debilitare la credibilità della Chiesa”, cosa in cui sono “caduti anche settori dell’opposizione” portando all’attuale polarizzazione tra un Papa descritto come di sinistra e vescovi di destra.

La posizione di Papa Francesco, sottolinea ancora Luciani, è in comunione con quella dei vescovi, e infatti l’8 giugno, dopo aver incontrato i membri della presidenza della Conferenza Episcopale del Venezuela, Papa Francesco aveva notato che “la mia voce risuona in quella dei vescovi venezuelani”.

Papa Francesco ha parlato più volte della crisi venezuelana, fino ad accettare di fare mediatore – ruolo che però si accompagnava ad una lettera del Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che metteva in luce “quattro condizioni” che dovevano accompagnare i negoziati: elezioni, restituzione dell’Assemblea Nazionale, aperura del canale umanitario e liberazione dei prigionieri politici. Circostanza che non si sono verificate.

Oltre ai vari appelli, c’è da considerare che Papa Francesco si è anche incontrato con Susana Malcorra, ministro degli Esteri argentina, per ottenere che Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Perù, Paraguay e Uruguay si pronunciassero in blocco sulla crisi venezuelana. Le azioni del Papa e i pronunciamenti dei vescovi hanno portato – sottolinea Luciani – “per la prima volta nella storia della Chiesa latinoamericana tutte le entità locali e regionali hanno allineato la loro posizione”.

Sono state molte le azioni sia della Santa Sede che dei vescovi in Venezuela, fino alla presenza dell’incaricato di affari all’inizio della presidenza Maduro, seguito da un comunicato vaticano del 14 gennaio in cui si spiegò che “la Santa Sede mantiene relazioni diplomatiche con lo Stato venezuelano”, perché “la sua attività diplomatica ha la finalità di promuovere il bene comune, tutelare la pace e garantire il rispetto della dignità umana”.

Si è trattato di una serie di azioni e posizioni – ha scritto Luciani – che sono state frutto di una azione collegiale tra il Papa, i vescovi e i fedeli cattolici.

Riguardo la posizione della Santa Sede, il Cardinale Parolin la ha definita una posizione di “neutralità attiva”.

Il Cardinale Parolin sui Patti Lateranensi

Le parole del Cardinale Parolin sono arrivate a margine di un convegno sui 90 anni dei Patti Lateranensi promosso all’Università LUMSA dalla Scuola di Alta Formazione in diritto canonico, ecclesiastico e vaticano.

Nella sua relazione, il Cardinale Parolin si è soffermato sul ruolo della Santa Sede. Ha spiegato che la Santa Sede poté salvare gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale proprio grazie “all’autonomia stabilita nei Patti Lateranensi, e ha ricordato il ruolo del’Ufficio Prigionieri da Pio XII, che era diretto dall’allora monsignor Giovan Battista Montini, che dopo fu Papa Paolo VI.

Insomma, ha detto il Cardinale Parolin, non si può “fare memoria dell’evento storico dell’11 febbraio 1929” senza citare “i corali riconoscimenti al Magistero dopo una prova terribile della Seconda Guerra Mondiale, da cui la Santa Sede uscì rafforzata sotto il profilo morale e a livello mondiale”.

Il Segretario di Stato vaticano ha sottolineato che “mai il Vaticano aveva goduto di tanta autorevolezza, e la fine della guerra segnò l’inizio del processo che ha portato la santa Sede ad avere un ruolo a livello internazionale e all’infittirsi dell’attività negoziale”.

Fu grazie ai Patti Lateranensi che la Santa Sede si trovò ad esercitare una “neutralità positiva” durante la Seconda Guerra Mondiale, e successe anche “durante l’occupazione di Roma”.

Non solo. I Patti – ha sottolineato il Cardinale Parolin – stabiliscono il “valore della soggettività internazionale della Santa Sede”, che è una soggettività fatta per “annunciare il Vangelo”, e spinge il Papa a “aiutare senza ingerirsi, con un’opera a servizio del bene comune, di società cioè pacifiche e riconciliate”, con l’obiettivo di “favorire il contrasto delle diseguaglianze”.

La sfida principale, ha detto il Segretario di Stato, riguarda “la pace in un mondo così frammentato”, con una diplomazia che intende promuovere i diritti umani e che per questo è “in perenne colloquio con gli Stati per assicurare all’umanità un futuro degno”.

Il presidente di Taiwan commenta il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace

L’accordo provvisorio e confidenziale con la Cina ha, ovviamente, aumentato l’attività di Taiwan, che teme che la Santa Sede possa stringere relazioni diplomatiche in futuro con Pechino, abbandonando di conseguenza la nunziatura di Cina a Taipei, dove da anni non risiede comunque un nunzio, ma un incaricato di affari.

Vanno letti anche in questa chiave gli inviti a Papa Francesco a visitare Taiwan, così come l’intervento del presidente Tsai Ing-wen lo scorso 5 febbraio, in una conferenza stampa durante la quale la presidente ha discusso la lotta della sua nazione per la democrazia e ha messo in luce allo stesso tempo la minaccia delle forze militari provenienti dalla Cina.

Il messaggio del Papa di quest’anno aveva come tema “La buona politica, via per la pace”, e includeva anche le beatitudini del politico scritte dal Cardinal François Nguyen Van Thuan, che fu imprigionato per anni dal regime vietnamita e il cui processo di beatificazione è stato recentemente aperto.

Il messaggio di Papa Francesco è stato postato sul sito internet dell’ufficio del presidente di Taiwan, e la stampa taiwanese ci ha tenuto a sottolineare che la lettera faceva eco ad alcuni dei pensieri contenuti nella lettera inviata dalla presidente al Papa per la Giornata Mondiale per la Pace due anni fa.

Tsai ha fatto notare che “Taiwan è riconosciuta da sole 17 nazioni, e tra queste la Santa Sede, ma non ha mai preso una posizione vendicativa al riguardo”, mentre piuttosto ha sempre cercato di rispondere alle “chiamate di assistenza umanitaria”, e ha “promosso la protezione ambientale e lo sviluppo sostenibile, combattendo anche contro il traffico di esseri umani”.

Per quanto riguarda la Cina, Tsai ha definito il comportamento di Taiwan come “resilienza”, ha detto di doversi assicurare che Taiwan possa sopravvivere e svilupparsi in una “ambiente globale molto volatile” e ha delineato quattro elementi che devono essere alle basi degli sviluppi positivi: che la Cina affronti l’esistenza di Taiwan; che rispetti l’impegno collettivo della gente taiwanese per la libertà e la democrazia; che le relazioni Cina-Taiwan siano pacificamente differenti sulla base dell’uguaglianza; e che le negoziazioni devono essere condotte dai governi e dalle agenzie autorizzate dai governi.

La presidente di Taiwan ha anche notato che la Cina “non ha ancora messo da parte la minaccia di invadere Taiwan con la forza”.

La Santa Sede osserva la situazione, senza entrare nella questione politica. L’assegnazione di diocesi per i vescovi ex scomunicati in Cina la scorsa settimana è stata accompagnata da una intervista al Cardinale Fernando Filoni, che ha detto di condividere anche alcune perplessità sull’accordo, ma che questo va anche guardato positivamente, e messo in guardia che non c’è alcun obbligo per i cattolici di Cina di affiliarsi all’Associazione Patriottica.

Mentre si parla di un incontro tra Papa Francesco e Xi Jinping in occasione della visita di quest’ultimo in Italia a marzo, la Santa Sede ha dato a Taiwan vari segnali che non vuole rompere le relazioni diplomatiche, anche dividendo nunziature tradizionalmente unite per separare Stati che riconoscono Taipei dagli Stati che hanno smesso di riconoscerlo.

La Santa Sede all’ONU di New York: il senso del dialogo tra fedi

Papa Francesco vuole un dialogo tra religioni che sia “un cammino insieme” piuttosto che un semplice parlare insieme, ha scritto l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York.

L’intervento dell’arcivescovo Auza è stato letto da monsignor Tomasz ad un evento alle Nazioni Unite su “Il dialogo tra fedi a New York: costruire coesione sociale e comunità inclusive”. L’evento era stato sponsorizzato dalla Missione Permanente dell’Ecuador e dall’UNITAR il 5 febbraio.

L’intervento sottolinea la dichiarazione congiunta sulla Fraternità Umana per la Pace Mondiale firmata da Papa Francesco e il Grande Imam di al Azhar Ahmad al Tayyib lo scorso 4 febbraio ad Abu Dhabi, dichiarazione che è stata distribuita durante l’incontro. L’intervento di Auza ha sottolineato anche la richiesta di Papa Francesco di costruire una “arca della fraternità”, e messo in luce cinque particolari frutti del dialogo autentico, sincero, ed esistenziale: che dimostra a tutte le società su come parlare di tutti i temi più profondi; che porta a lavorare insieme per il bene comune; che dà una testimonianza comune in una società sempre più secolarizzata; che permette una testimonianza condivisa contro la violenza con motivazione religiosa; che enfatizzata la testimonianza di ciascuna religione sull’importanza della dimensione trascendentale dell’uomo.

A Cuba c’è una nuova Costituzione. La posizione dei vescovi

Nella Cuba dove è stata inaugurata la prima chiesa costruita dopo la revoluciòn e altre due sono in costruzione, i vescovi sono stati chiamati a prendere una posizione in un dibattito molto importante: la nuova Costituzione, il cui progetto sarà votato il prossimo 24 febbraio. I vescovi cubani hanno posto attenzione su quattro punti fondamentali: la possibilità di una piena realizzazione dell’essere umano a prescindere dal modello socialista e comunista; la corretta concezione dello Stato laico; la visione integrale del matrimonio e della famiglia e l’economia al servizio del bene comune. L’attuale Costituzione di Cuba era stata approvata il 24 febbraio 1976, e la consultazione per la nuova carta è durata tre mesi (dal 13 agosto al 15 novembre), coinvolgendo scuole, università, aziende, quartieri.

I vescovi cubani hanno diffuso una nota in questa settimana, sottolineando che “andare a votare è di estrema importanza per il futuro del Paese”, perché la nuova Carta ha lo scopo di “salvaguardare e garantire l’esercizio dei diritti e dei doveri di ogni cittadino senza alcuna discriminazione del rispetto della sua dignità, come riconosciuto dal diritto internazionale”.

La bozza della Carta era stata approvata lo scorso 22 luglio dal Parlamento cubano. Tra gli elementi di novità, il riconoscimento del mercato e dell’iniziativa privata, anche se questa viene messa sotto la tutela del partito comunista. Mentre i vescovi contestano l’articolo che sostiene che “solo nel socialismo e nel comunismo raggiunge la sua piena dignità”. Una affermazione che – sostengono i presuli – “esclude l’esercizio effettivo del diritto alla pluralità di pensiero”. Altro nodo critico, l’affermazione della Carta che “lo stato è laico”: i vescovi chiedono che si dovrebbe sottolineare che la libertà di praticare la propria religione non è solo la libertà di avere credenze religiose, ma piuttosto la libertà di ogni persona di vivere secondo la propria fede e di esprimerla pubblicamente, nei limiti del rispetto dell’altro.

I vescovi hanno anche lavorato sulla definizione di matrimonio: il primo testo la definiva “unione tra due persone”, e se la definizione è stata ora eliminata, tuttavia – notano i presuli cubani – c’è comunque una apertura affinché si riconosca come matrimonio anche l’unione di persone dello stesso sesso”.

La situazione in Nicaragua

Non c’è pace per il Nicaragua. Papa Francesco ha più volte rivolto appelli per la situazione del Paese, l’episcopato locale guidato dal Cardinale Leopoldo Brenes è stato mediatore nel dialogo nazionale, salvo poi essere accusato dal governo di essere golpista ed essere stato oggetto di attacchi. Ora, i vescovi scendono di nuovo in campo, per commentare le riforme fiscali del governo.

Riforme che – ha affermato l’arcivescovo Silvio José Baez, ausiliare di Managua – “contraddicono il bene comune”.

Le riforme prevedono l’aumento delle imposte sul reddito e sull’acquisto di beni di consumo. Ma per l’arcivescovo Baez “i problemi non possono essere risolti solamente con l’aumento delle tasse”, anche perché questo aumento va a provocare la riduzione delle pensioni in un Paese che ha perso più di 400 mila posti di lavoro. “Soluzioni che non apportano benefici alla popolazione, ha detto il vescovo Baez.

Secondo la Commissione Inter-Americana sui diritti umani, la crisi in Nicaragua ha causato indirettamente 325 morti da aprile 2018.

Francia, aperto il dibattito per la revisione della legge del 1905

La Conferenza dei Responsabili del Culto in Francia ha espresso “inquietudine” per la revisione della legge del 1905 sulla separazione tra Chiesa e Stato. La riforma è ancora in discussione, e include misure per la trasparenza dei finanziamenti delle organizzazioni religiose, rispetto dell’ordine pubblico e responsabilizzazione degli amministratori delle associazioni cultuali.

Una legge che inizialmente nasceva per controllare maggiormente la comunità islamica, che subito ha protestato, ma che in realtà va a toccare tutte le religioni. L’Eliseo ha ricevuto i rappresentanti delle religioni un mese fa. Monsignor Olivier Ribadeu-Dumas, portavoce della Conferenza Episcopale Francese, ha detto a La Croix che la legge riguarda tutti i culti, e non solo l’Isma, Tra le misure più criticate figurano l’obbligo, da parte delle associazioni cultuali, di dichiarare i finanziamenti stranieri superiori a 10.000 euro, e la presentazione preventiva di una “certificazione di qualità” delle stesse. All’incontro del 5 febbraio non hanno partecipato i rappresentanti della comunità ebraica.

Il nuovo nunzio apostolico di Uganda

Il 4 febbraio, Papa Francesco ha nominato l’arcivescovo Luigi Bianco nunzio apostolico in Uganda. Prende il posto dell’arcivescovo Michael August Blüme, nominato lo scorso 4 luglio nunzi apostolico in Ungheria.

Sacerdote dal 1985, l’arcivescovo Bianco è entrato al servizio diplomatico della Santa Sede l’1 luglio 1989, e ha servito nelle nunziature di Italia, Egitto, Argentina, Croazia, Spagna ed Andorra. Nel 2009 è nominato nunzio in Honduras, e nel 2014 viene destinato all’incarico di nunzio apostolico in Etiopia e Gibuti e delegato apostolico in Somalia.

Prende ora la posizione di nunzio apostolico in Uganda, mentre si parla già nel Paese di un secondo passaggio di Papa Francesco dopo il viaggio del 2015, per celebrare i 50 anni del Simposio delle Conferenze Episcopali d Africa e Madagascar, che fu inaugurato da San Paolo VI nel 1969. Uganda hanno relazioni diplomatiche dal 1966.

 

Verso le elezioni in Senegal

Il prossimo 24 febbraio, si terranno in Senegal elezioni presidenziali, e la Chiesa “fedele alla propria missione di costruire la pace attraverso la giustizia” invierà i propri osservatori. Lo ha detto padre Alphonse Seck, segretario esecutivo della commissione Giustizia e Pace della Conferenza Episcopale del Senegal, al termine del corso di formazione degli osservatori elettorali, che si è tenuto il 2 e il 3 febbraio.

In una nota inviata a Fides, l’agenzia della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, padre Seck ha spiegato che la missione di osservazione elettorale sarà composta di circa mille persone e verrà condotta in collaborazione con gli scout del Senegal. Padre Seck ha anche detto che la Chiesa è preoccupata, perché le due parti non raggiungono un consenso su varie questioni e questo “potrebbe avere gravi conseguenze sullo svolgimento pacifico delle elezioni”.

Gli osservatori sono stati reclutati da tutte le diocesi del Senegal. La missione di osservazione prevede anche attività di sensibilizzazione al voto, anche attraverso incontri con i candidati o i loro rappresentanti su tematiche scelte della persone.

In Siria riprende l’attività diplomatica

Si era aperta una speranza per la liberazione di Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita scomparso dal luglio del 2013: il Times di Londra aveva riportato che padre Dall’Oglio sarebbe stato eventualmente usato, insieme ad altri due ostaggi europei, come pedina di scambio per permettere una via di uscita sicura per membri dello Stato Islamico, che vorrebbero sfuggire all’annientamento. Non ci sono stati riscontri, ma nella Santa Sede si continua a sperare: Papa Francesco ha incontrato i familiari del gesuita lo scorso 30 gennaio. Curiosamente, il nome di padre Dell’Oglio non era stato inserito nella dichiarazione congiunta di Papa Francesco e Kirill del 12 febbraio 2016, dove invece erano nominati i vescovi ortodossi scomparsi.

Al di là di questa incertezza sulle sorti del gesuita, il Cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, ha notato segnali positivi in Siria, come il ritorno di ambasciatori e capi di missioni diplomatiche. Questi si sono incontrati in un ricevimento offerto in loro onore da Mar Ignatius Aphrem II, patriarca di Antiochia dei Siriani Ortodossi, nel patriarcato a Bab Tuma. Il Cardinale Zenari ha preso parte alla cerimonia. Il Patriarca Aphrem, nel suo saluto, ha messo in luce le svolte avvenute nelle condizioni generali di Siria, a partire dalla progressiva ritirata delle milizie jihadiste.

Dopo il Patriarca, il Cardinale Zenari ha enfatizzato la presenza dei rappresentanti diplomatici e la recente riapertura di molte ambasciate a Damasco, considerati segnali positivi e segno di ricostruzione della nazione.

È stata riaperta, nelle ultime settimane, anche l’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti appena visitati da Papa Francesco.

In questi sette anni di conflitto, la Santa Sede non ha mai interrotto le relazioni con le autorità siriane.

Papa Francesco si è incontrato con i sindaci di Barcellona e Madrid

L'agenzia spagnola Europa Press ha dato notizia che Papa Francesco si è incontrato l'8 febbraio alle 18 in Vaticano in privato con Ada Colau, sindaco di Barcellona, e Manuela Carmena, sindaco di Madrid, oltre a Oscar Camps, direttore della ONG Proactiva Open Arms. I tre sono a Roma per un incontro con i sindaci di diverse località italiane, con lo scopo di affrontare il blocco delle navi di salvataggio degli immigranti e altre questioni. 

Secondo quanto dichiarato dal sindaco di Barcellona ad Europa Press, "tutti i partecipanti hanno concordato 'la promozione di valori umanistici' contro 'i discorsi della paura'", e si è parlato anche "del fatto che la politica non permette alle navi di salvataggio di salvare vite umane è un disastro che viola i diritti fondamentali".

Il sindaco di Madrid ha dichiarato che durante l'incontro ha detto al Papa "che ci sono quartieri a Madrid che rispondono con soddisfazione quando possono sostenere persone in fuga dai loro paesi. In qualche modo, salvare vite".

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