Diplomazia pontificia, la mano tesa verso la Cina

Secondo fonti citate da Reuters, Papa Francesco avrebbe cercato l’incontro con il presidente cinese Xi Jinping in Kazakhstan. Non ha avuto successo

Papa Francesco durante la conferenza stampa in aereo di ritorno dal Kazakhstan, 15 settembre 2022
Foto: Vatican Media / ACI Group
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Papa Francesco avrebbe cercato di entrare in contatto con il presidente cinese Xi Jinping per un incontro durante la sua presenza in Kazakhstan. L’indiscrezione è rimbalzata sui media e risponde ai rumors riguardo un possibile incontro tra i due. Prosegue, intanto, il negoziato per il rinnovo dell’accordo sino-vaticano per la nomina dei vescovi.

Tra le altre notizie: la visita del presidente ivoriano Ouattara da Papa Francesco; la mediazione della Santa Sede nella crisi ucraina; un seminario organizzato dall’ambasciata del Canada presso la Santa Sede.

                                                FOCUS CINA

Papa Francesco ha cercato l’incontro con Xi Jinping

C’è stata una serie di contatti, sia con l’ambasciata cinese in Italia, che storicamente fa da tramite tra il Vaticano e la Cina in assenza di piene relazioni diplomatiche, sia con l’entourage cinese presente in Kazakhstan per la visita di Stato del presidente Xi Jinping. Tuttavia, Papa Francesco non è riuscito nel suo intento di incontrare il presidente cinese, in un momento delicato e in vista del rinnovo dell’accordo con la Cina.

Il retroscena è stato svelato per prima dalla Reuters, in un articolo del 15 settembre che cita fonti anonime, ma che è ben fondato nella realtà. Il viaggio di Papa Francesco in Kazakhstan aveva un grande significato, considerando la possibilità di un incontro con il Patriarca Kirill, che già aveva annunciato la sua partecipazione al Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali a maggio. Ma Kirill ha poi ritirato la sua partecipazione. Intervistato al termine del bilateale con Papa Francesco, il metropolita Antonij, a capo del Dipartimento di Relazioni Estere del Patriarcato di Mosca, ha sottolineato che un incontro del genere deve essere ben preparato, e si è piuttosto lamentato del fatto che l’incontro a Gerusalemme a giugno, già previsto sebbene mai ufficialmente annunciato, sia stato poi annullato dalla Santa Sede in maniera inaspettata.

Fallita la possibilità di incontrare Kirill, si era prospettata invece quella, ancora più importante, di avere il primo incontro di un Papa con un presidente cinese. Già dopo l’accordo c’è stato un incontro molto significativo, a livello di ministeri degli Esteri, quando alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, incontrò il suo omologo cinese.

Secondo la Reuters, il Vaticano ha fatto “una espressione di disponibilità” per organizzare un incontro tra Papa Francesco e il presidente cinese, e che la parte cinese ha detto di aver “apprezzato il gesto”, ma che non c’era tempo libero nell’agenda di Xi.

Era una risposta prevedibile, considerando poi che la controparte cinese vuole che l’incontro abbia una dignità, e non sia un semplice a margine nelle agende di entrambi i leader.

Parlando con i giornalisti nel volo verso Nur Sultan, il 13 settembre, Papa Francesco aveva detto di non aver avuto notizia di alcun possibile incontro con Xi, e allo stesso tempo di essere “sempre pronto ad andare in Cina”. Nella conferenza stampa di ritorno da Nur Sultan, il 15 settembre, ha detto di non aver incontrato Xi.

La possibilità dell’incontro tra Xi e il Papa si era palesata nel momento in cui è diventato noto che sia il presidente cinese che Papa Francesco sarebbero stati nella capitale del Kazakhstan il 14 settembre. Il Papa, per aprire il Congresso Mondiale dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali, Xi in visita di Stato, in un tour che lo ha portato a incontrare anche il presidente russo Vladimir Putin.

Se non c’è stata possibilità (o volontà) di un incontro, la parte cinese ha mostrato anche di apprezzare il gesto del Papa. In particolare, il 14 settembre, nel regolare briefing con la stampa, Mao Ning, portavoce del Ministero degli Affari Esteri di Pechino, ha detto: “Ho notato rapporti rilevanti e apprezzo l’amicizia e buona volontà mostrate da Papa Francesco. Cina e il Vaticano mantengono buona comunicazione. Siamo anche pronti di mantenere il dialogo e la cooperazione con il Vaticano e di portare avanti il processo di migliorare le relazioni”.

I colloqui per il rinnovo dell’accordo sino-vaticano sulla nomina dei vescovi si sono tenuti dal 28 agosto al 2 settembre a Tianjing. Il luogo era simbolicamente importante, considerando che è una delle diocesi vacanti in Cina, dal 2005 senza un vescovo riconosciuto. La delegazione vaticana ha anche visitato il vescovo sotterraneo Melchiorre Shi Hongzhen, che ha 92 anni. In un mondo in cui tutto va letto in simboli, si trattava di un segnale forte da parte della Santa Sede, a dimostrare che nonostante la volontà di portare avanti un dialogo, la situazione dei cattolici in Cina non era stata dimenticata.

C’è, comunque, la buona volontà di andare avanti con l’accordo, anche se a suo tempo il Cardinale Pietro Parolin, in una intervista con ACI Stampa, aveva detto che c’era anche la volontà di cambiare alcune parti dell’accordo, rimasto comunque ancora riservato. Probabilmente, si andrà avanti con la vecchia bozza, sperando poi in una successiva modifica, considerando che l’implementazione è stata resa complicata negli ultimi due anni dallo scoppio del COVID.

In una intervista con Il Messaggero lo scorso 14 settembre, il Cardinale Pietro Parolin ha detto che comunque la Santa Sede è pronta a spostare l’ufficio di studio sulla Cina di Hong Kong, legato alla nunziatura di Manila, a Pechino. “Non mi pare – ha detto – sia una idea nuova. Noi la abbiamo sempre fatta presente. Stiamo aspettando un segnale da Pechino, che però non è ancora arrivato”.

Recentemente, nell’ambito di una normale rotazione, è cambiato il responsabile dell’ufficio di Hong Kong.

La Santa Sede, ha detto il Cardinale Parolin, non ha comunque intenzione di chiudere le relazioni con Taiwan, almeno per il momento. “Per ora tutto rimane come è”, ha detto. La Santa Sede è uno dei 14 Stati che ancora mantengono relazioni diplomatiche con Taipei, che Pechino considera invece una provincia ribelle.

                                                FOCUS AFRICA

 

Il presidente della Costa d’Avorio Ouattara oggi da Papa Francesco

Nell’ambito del rafforzamento dei rapporti di cooperazione ed amicizia tra Costa d’Avorio e Santa Sede, Alassane Ouattara, presidente ivoriano, sarà in Vaticano il 17 settembre per una udienza con Papa Francesco e un bilaterale in Segreteria di Stato. Lo ha annunciato la presidenza ivoriana.

La visita è anche una tardiva celebrazione dei cinquanta anni di relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Abidjan, che si sono celebrati nel 2020, in piena pandemia. Nel 2021, dal 5 all’8 maggio, il Caridnale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, aveva comunque fatto visita al Paese per l’ordinazione episcopale del primo nunzio apostolico di origine ivoriana, ed aveva così colto l’occasione anche per festeggiare l’annivesario.

Lo stesso cardinale Parolin il 16 settembre, alla viglia dell’udienza del presidente co Papa Francesco, celebrerà una Messa di ringraziamento e per la pace nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma con la comunità ivoriana in Italia.

È stata la seconda volta di Outtara in Vaticano, che era stato in visita da Benedetto XVI nel 2012.

Costa d’ Avorio e Santa Sede intrattengono relazioni diplomatiche dal 26 ottobre 1970. Due gli accordi di cooperazione: il primo, firmato il 19 agosto 1989, riguarda la creazione di stazioni radio cattoliche, mentre il secondo, del 22 maggio 1992, ha portato alla restituzione alla Santa Sede della Basilica di Nostra Signora della Pace a Yamoussoukro, offerta dal presidente Félix Houphuët-Boigny.

Questi, primo presidente ivoriano, ha stabilito delle ottime relazioni con la Santa Sede che sono poi proseguite nel tempo. Ouattara è stato eletto presidente della Costa d’Avorio nel 2010, e ha chiesto ai suoi ambasciatori presso la Santa Sede di “preservare ed espandere” la cooperazione bilaterale, come ha spiegato l’ambasciatore Louis Léon Bogui Boni a La Croix Africa.

Se i rapporti diplomatici sono buoni, diversa è stata la situazione a livello locale, dove si sono anche create delle tensioni tra episcopato e governo. In particolare, nel 2020, i vescovi e il Cardinale Kutwa avevano fatto delle dichiarazioni sulla detenzione dei prigionieri politici o di opinione, sulla sorte del lavoro delle istituzioni preposte alla riconciliazione e sul risarcimento delle vittime e il dialogo politico. Il portavoce del governo aveva reagito con dichiarazioni pubbliche di rimprovero, e successivamente una delegazione dei vescovi era stata ricevuta dal presidente Ouattara.

Inoltre, mercoledì 2 settembre, una delegazione di ministri e dirigenti del partito al governo si è recata nella cattedrale di Saint Paul ad Abidjan per rispondere al cardinale Jean Pierre Kutwa che aveva parlato della decisione del presidente Alassane.Ouattara di candidarsi per un terzo mandato e le violenze che hanno fatto seguito a questo annuncio.

                                                FOCUS UCRAINA

Crisi ucraina, il ruolo degli Stati Uniti

Parlando con l’agenzia governativa russa TASS, il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha sottolineato che “tutte le parti, inclusi gli Stati Uniti” sono importanti per risolvere il conflitto ucraino, e “siamo in contatto con loro su questo tema. Gli Stati Uniti possono svolgere un ruolo importante in questa situazione, essendo una superpotenza, e stiamo lavorando anche con loro”.

Il Cardinale Parolin ha anche sottolineato che la Santa Sede cerca di evitare di dare responsabilità ad una sola parte, perché “ognuno sulla scena internazionale ha un ruolo maggiore o minore e diversi gradi di responsabilità. Riteniamo che sia necessario contattare tutte le parti per risolvere i problemi. Oggi qui [al VII Congresso dei Leader Religiosi Mondiali e Tradizionali] abbiamo parlato di problemi globali e soluzioni globali, e tutte le superpotenze devono essere coinvolte”, ha detto il porporato.

Alla domanda se il Vaticano stia cercando di influenzare Washington per persuadere l'amministrazione statunitense a facilitare il processo negoziale, il cardinale ha risposto che “la persuasione è sempre difficile perché bisogna essere aperti ad essa”, ma che la Santa Sede sta “lavorando su tutti i fronti, contattando tutti coloro che possono aiutare a porre fine a questo conflitto, ottenere una tregua, avviare trattative che portino alla pace”.

                                                FOCUS MEDIO ORIENTE

Iran, una morsa contro i cristiani

L’agenzia del Dicastero per l’Evangelizzazione dei Popoli Fides ha messo in luce in un recente rapporto che in Iran non si placa la morsa contro i cristiani, dove c’è stata una escalation di arresti e pene carcerarie nell’ultimo anno.

In particolare, nel 2022 sono state emesse 25 condanne (nel 2021 erano15), mentre nei primi sei mesi dell’anno sono stati operati 58 arresti contro i 72 dello scorso anno. Colpiti, con accuse di violazioni alla sicurezza nazionale e spionaggio, soprattutto i convertiti dall’Islam e di lingua persiana.

Article 18, portale specializzato nel documentare casi di violazione di libertà religiosa in Iran, ha sottolineato che nell’ultimo decennio il governo ha chiuso quasi tutte le chiese di lingua persiana, e che quelle rimaste devono provare che “i loro membri erano cristiani prima della rivoluzione del 1979”, mentre sono “strettamente proibiti gli ingressi di nuovi fedeli.

Gli ultimi casi documentati riguardano un 63enne arrestato a metà agosto (assieme alla moglie), malato di Parkinson in stadio avanzato, e di altre due persone di 58 e 48 anni a inizio settembre, tutti rinchiusi nella famigerata prigione di Evin, alle porte della capitale, tutti fermati perché si professano cristiani. Ma solo uno di loro è considerato “di etnia cristiana”, e cioè il 58enne di origine armena Joseph Shahbazian, mentre gli altri, Homayoun Zhaveh, la moglie Sara e Malihe Nazari, sono persiani, nati musulmani e quindi non considerati cristiani nonostante la conversione.

Gli iraniani di origine armena e assira possono così celebrare parzialmente nei riti della loro fede in chiesa, ma non possono insegnare nella lingua locale e accogliere nella comunità convertiti dall’Islam, con una repressione che ha allarmato la comunità internazionale.

È anche difficile valutare le statistiche delle conversioni. Si parla di un milione di musulmani che hanno abbracciato il cristianesimo, che però non possono riunirsi e che spesso si riuniscono in abitazioni private, le cosiddette “Chiese domestiche” che sono sovente oggetto di raid da parte della polizia, e definite dal leader supremo Alì Khamenei come “false scuole di misticismo” che vanno colpite e perseguitate perché “nemiche dell’Islam con l’obiettivo di minare la religione nella società.

                                                FOCUS VIAGGI

Verso un viaggio di Papa Francesco in Ungheria?

Tornando dal Kazakhstan, Papa Francesco ha fatto sapere di pensare di recuperare il viaggio “ecumenico” in Sud Sudan con il primate della Chiesa anglicana e il Moderatore della Chiesa di Scozia a febbraio, e nel caso di recuperare anche il viaggio annunciato per inizio luglio in Repubblica Democratica del Congo, che è stato poi annullato. Ed è venuta fuori anche l’idea di un viaggio in Bahrein, allo studio per novembre, lì dove il compianto vescovo Ballin aveva avviato la costruzione della Basilica di Nostra Signora di Arabia, ormai completata, e dove si chiuderebbe anche il centro dei rapporti con l’Islam sciita. Dopo uno sbilanciamento in favore dell’Islam sunnita, con il quale Papa Francesco aveva studiato e firmato la Dichiarazione della Fraternità Umana, c’era infatti la necessità di guardare anche all’Islam sciita, e già il viaggio in Iraq, con l’incontro con l’ayatollah al Sistani, andava in quel senso. Ora, il fatto che il Papa possa andare in Bahrein risponde ad un invito che era presente da tempo, e che era stato messo da parte nel 2019 quando il Papa decise, quasi all’improvviso, di recarsi negli Emirati Arabi Uniti.

Ma c’è un altro viaggio che Papa Francesco ha promesso, ed è quello in Ungheria. Si pensava addirittura che in Ungheria, durante questo anno, magari all’abbazia di Pannonhalma che già era candidata per un evento simile negli anni Novanta, ci sarebbe stato l’incontro tra Papa Francesco e il Patriarca di Mosca Kirill.

Di certo, la visita è stata promessa dal Papa anche alla presidente Katalin Novak, quando chiesta è andata in udienza lo scorso mese. Secondo la stampa ungherese, la preparazione della prossima visita di Papa Francesco in Ungheria è stata affidata a Zsolt Semjén, Vice Primo Ministro del governo di Viktor Orbán e presidente del Partito popolare democratico cristiano. 

Anche senza ufficialità del viaggio, il governo dell'Ungheria ha sentito la necessità di anticipare i tempi e  di procedere alla nomina di un responsabile della visita, secondo fonti vicine al governo.

"Il Governo nomina il Vice Primo Ministro responsabile della preparazione e dell'attuazione della visita di Sua Santità Papa Francesco in Ungheria, prevista per il 2023", si legge in un comunicato del governo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Nonostante Novak abbia fatto sapere che il Papa ha intenzione di visitare il Paese nel 2023, non c’è stata conferma ufficiale del viaggio e Papa Francesco non ha menzionato l’eventualità nella conferenza stampa di ritorno dal Kazakhstan il 15 settembre.

Il cardinale Parolin sul viaggio del Papa in Kazakhstan

Parlando con i media vaticani alla vigilia del viaggio di Papa Francesco in Kazakhstan, il Cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, aveva parlato anche della questione della pace, tema centrale del viaggio e del Congresso delle Religioni Mondiali e Tradizionali.

“La guerra – aveva detto il Cardinale - non è mai un evento ineluttabile. Essa ha le sue radici nel cuore dell’uomo, che si lascia guidare dalla vanagloria, dall’orgoglio, dalla superbia e dall’avarizia, come dicevano i Padri della Chiesa. Un cuore così è un cuore indurito, incapace di aprirsi agli altri. La guerra si può evitare facendo un passo indietro, deponendo le accuse, le minacce, le cause della reciproca diffidenza”.

Per il Segretario di Stato, si sono comunque “ridotti a tutti i livelli la capacità di mettersi in ascolto e lo sforzo di comprendere le ragioni di chi la pensa diversamente da noi”.

Il Cardinale ha definito anche “frequenti e fruttuose” le relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la repubblica del Kazakhstan, certificata anche dalla partecipazione costante della Santa Sede al Congresso sin dalla sua costituzione, e dal fato che “durante la recente visita in Vaticano del Vice-Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri SE Mukhtar Tileuberdi, sono stati firmati un Memorandum of Understanding tra il Centro Medico Universitario del Kazakhstan e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, e un Memorandum of Understanding tra l’Istituto di Studi Orientali R.B. Suleimenov e la Biblioteca e l’Archivio Vaticano”.

                                                FOCUS AMBASCIATE

Presenta le credenziali il nuovo ambasciatore di Austria presso la Santa Sede

Il 16 settembre, Marcus Bergmann, ambasciatore di Austria presso la Santa Sede, ha presentato le sue lettere credenziali.

Classe 1964, giurista, Bergman ha cominciato a collaborare con il ministero degli Affari Esteri nell’ufficio del consigliere legale nel 1996. Da lì, una rapida carriera, che lo ha portato anche a Ginevra, e poi ad incarichi come quello di negoziatore Capo per i Trattati bilaterali di investimenti, Diritto economico internazionale (2006-2011); Membro della Divisione di Ricorsi in materia di diritto disciplinare presso la Cancelleria Federale (2006-2014); Docente di Diritto economico internazionale ed istituzioni presso l’Accademia Diplomatica (2008-2012); Direttore della

Cooperazione scientifica e del Dialogo interculturale e interreligioso presso il Ministero per l’Europa, l’Integrazione e gli Affari Esteri (2011 - 2022); Membro del Consiglio di Integrazione

presso il Ministero degli Affari Interni (2014 - 2022); Vice Direttore Generale per gli Affari Culturali Internazionali presso il Ministero degli Affari Europei ed Internazionali, con il rango di Ambasciatore (2019 - 2022).

L’ambasciata del Canada presso la Santa Sede organizza un seminario sulle sponsorizzazioni comunitarie dei profughi

Il prossimo 26 e 27 settembre, a Roma, l’Ambasciata del Canada presso la Santa Sede insieme all’International Catholic Migration Commission organizza un seminario sulle Sponsorizzazioni Comunitarie dei Rifugiati. Il seminario è in collaborazione con l’Ambasciata di Italia presso la Santa Sede, l’Ambasciata Britannica presso la Santa Sede, l’Ambasciata Tedesca presso la Santa Sede e l’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede.

Il seminario sarà in presenza e on line, e rappresenterà – si legge nell’invito – “una opportunità per la società civile e le organizzazioni religiose, i rappresentanti del governo, le organizzazioni internazionali, i rifugiati e altri attori di condividere sfide e lezioni apprese nel raggiungere programmi di sponsorizzazione comunitaria sostenibili, basati sulla persona e di alta qualità che sviluppino soluzioni durevoli per una inclusione di rifugiati sponsorizzati e per aiutare i partecipanti a considerare come definire come alzare la qualità dei programmi in futuro e adottarli ai propri bisogni”.

Il concept paper dell’evento sottolinea che “la società civile, comprese le organizzazioni religiose, stanno svolgendo un ruolo chiave nel sostenere i rifugiati appena arrivati nei vari Paesi del mondo. Negli ultimi 40 anni, un processo deliberato per unire comunità e rifugiati chiamato ‘Sponsorizzazione comunitaria’, che fornisce ai nuovi arrivati un aiuto finanziario, morale e pratico all'arrivo, è stato sperimentato in Canada e ora viene implementato in quasi 20 Paesi su quattro continenti. Questo seminario, svolto su due pomeriggi, sarà un'opportunità di scambio tra coloro che lavorano alla base e con i governi e le organizzazioni internazionali che aiutano a concretizzare questi sforzi.”

Il seminario si svolgerà in due giornate distinte. Il primo giorno saranno ascoltati cinque differenti gruppi della società civile, quasi tutti di tipo religioso, che condivideranno le loro esperienze da cinque nazioni diverse dove le sponsorizzazioni comunitarie sono attive a differenti livelli di sviluppo e implementazione. Il secondo giorno sarà un dialogo con i rappresentanti del governo, le organizzazioni internazionali e i rifugiati.

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