Diplomazia Pontificia: le relazioni Irlanda e Santa Sede, la libertà religiosa

Manifestanti per la riapertura dell'ambasciata di Irlanda presso la Santa Sede, durante i tre anni in cui l'Irlanda non ha avuto un ambasciatore residenziale
Foto: PD
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Papa Francesco ha cominciato questa mattina il suo viaggio apostoiico in Irlanda per il Meeting Mondiale delle Famiglie. Ma quali sono le relazioni tra Irlanda e Santa Sede? E come si sono sviluppate? 

Guardare al lavoro svolto in Irlanda è fondamentale per capire il peso del viaggio di oggi. Altri due eventi hanno segnato la settimana diplomatica della Santa Sede: l'incontro in Vaticano tra l'ambasciatore USA per la libertà religiosa Sam Brownback e il Cardinale Pietro Parolin, e la ratifica dell'accordo quadro della Santa Sede con il Benin.  

Le relazioni tra Santa Sede e Irlanda 

Prima il gelo diplomatico, con la chiusura dell’ambasciata presso la Santa Sede e la scelta di un ambasciatore non residente. Poi, il ritorno dell’ambasciatore residente nel 2014, l’invito a visitare l’Irlanda, l’annuncio che la Giornata Mondiale delle Famiglie 2018 avrebbe avuto luogo proprio a Dublino.

La visita di Papa Francesco in Irlanda, la prima di un Papa nella nazione dopo la storica premiere di San Giovanni Paolo II nel 1979, rappresenta anche un momento per fare il punto sulle relazioni diplomatiche tra i due Paesi.

I rapporti sono buoni, nonostante lo scandalo degli abusi abbia pesantemente scosso la Chiesa cattolica. Tanto che fu deciso di mandare come nunzio Charles J. Brown, non proveniente dalla carriera diplomatica, ma dai ranghi della Congregazione della Dottrina della Fede, per gestire la crisi anche da un punto di vista pastorale. E tanto che la Chiesa irlandese è stata sotto una visita apostolica inviata da Benedetto XVI, annunciata in una lettera alla Chiesa di Irlanda che spiegava praticamente tutto della crisi.

Ma oggi, nonostante la tradizione cattolica, l’Irlanda è un Paese secolarizzato, che nel 2015 ha approvato i matrimoni omosessuali in un referendum il cui risultato è stato definito dal Cardinale Pietro Parolin “una sconfitta per l’umanità”, e che nel 2017 ha approvato una legge sull’aborto.

Logico che ci fossero state preoccupazioni sulla visita del Papa. Ma Charlie Flanagan, ministro degli Esteri irlandese, aprendo ufficialmente la nuova residenza dell’ambasciata di Irlanda presso la Santa Sede il 17 marzo 2017, aveva sottolineato che “come vecchi amici, Irlanda e Santa Sede hanno prospettive differenti, e questo è normale nelle relazioni bilaterali”, ma che al Papa sarebbe stato dato tutto il supporto possibile da parte del governo per la sua visita di questi giorni.

“La fine di un periodo doloroso”

L’annuncio della riapertura dell’ambasciata residenziale di Irlanda fu definita “la fine di un periodo doloroso” dagli officiali vaticani. La riapertura dell’ambasciata fu annunciata nel gennaio 2014, come parte di una espansione del network diplomatico irlandese che includeva l’apertura di ambasciate residenziali, oltre che presso la Santa Sede, anche in Tailandia, Indonesia, Croazia e Kenya.

Si tratta comunque di una ambasciata più piccola della precedente, che ha perso la prestigiosa residenza di Villa Spada a vantaggio dell’ambasciata di Irlanda presso l’Italia.

Emma Madigan, ambasciatore di Irlanda presso la Santa Sede, poté presentare le lettere credenziali già l’11 novembre 2014, molto presto rispetto alla sua nomina, se si pensa che David Cooney, il predecessore di Madigan come ambasciatore, attese molto a più a lungo per poter presentare le sue lettere credenziali.

La rottura del 2011

Ma cosa era successo nel 2011? Ufficialmente, erano state le ragioni economiche ad aver portato alla chiusura dell’ambasciata. Il comunicato con cui il ministero degli Esteri irlandese annunciava la decisione sottolineava che “il governo crede che l’interesse dell’Irlanda con la Santa Sede può essere sufficientemente rappresentato da un ambasciatore e la Santa Sede”.

Di certo, se la spiegazione economica era la più plausibile, pesava anche sulla crisi diplomatica la dialettica tra governo e Santa Sede riguardo il modo in cui era stato affrontato lo scandalo della pedofilia. Dalla pubblicazione del rapporto Murphy nel Novembre del 2009, i rapporti tra Santa Sede e Irlanda si erano progressivamente deteriorati. Addirittura, poco prima della chiusura dell’ambasciata, il governo irlandese aveva attaccato il segreto della confessione, e lo stesso Enda Kenny aveva detto che la Santa Sede stava rispondendo alla crisi degli abusi sessuali con “il penetrante occhio di un giurista canonico”, e non lo intendeva come un complimento.

Dopo tre anni, non solo l’Irlanda ha riaperto l’ambasciata residente, ma ha inviato il Premier Enda Kenny a Roma con in tasca un invito per il Santo Padre a visitare l’Irlanda. L’anno dopo, alla Giornata Mondiale delle Famiglie di Philadelphia, Papa Francesco annunciò che Dublino era la città prescelta per ospitare l’edizione 2018. Da qui all’annuncio della visita del Papa, il passo è stato breve.

Una serie di rapporti che vanno indietro nel tempo

Irlanda e Santa Sede mantengono rapporti di tipo diplomatico sin dai tempi di San Patrizio, inviato missionario in Irlanda da Papa Celestino I. Da allora, la Santa Sede ha nominato vescovi e inviato legati papali a presiedere sinodi locali, come il Sinodo di Kells nel 1152 o quello di Cashel nel 1172. Il Pontificio Collegio Irlandese fu stabilito nel 1628.

Dal 1850, la Chiesa Irlandese, su ispirazione del Cardinale Cullen, seguì la dottrina “ultramonista” della supremazia papale anche al di fuori di Roma, e divenne una parte conservatore del movimento per l’indipendenza di Irlanda.

Tra il 1919 e il 1921 scoppiò la Guerra di Indipendenza Irlandese, e la Repubblica di Irlanda cercò un riconoscimento dalla Santa Sede, anche con un memorandum inviato a Benedetto XV. Durante la Guerra Civile Irlandese del 1922-1923, il primo ministro irlandese William Cosgrave si lamentò dell’operato di monsignor Luzio, che era stato inviato dal Papa per cercare la pace e che – secondo Cosgrave – si era incontrato “con alcune persone in rivolta armata contro il governo”.

Monsignor Luzio tornò, e si riporta che si lamentò di aver trovato “26 Papi” invece che 26 vescovi, e questo era dovuto al fatto che lo stabilimento di una nunziatura era stato visto da molti presuli come una possibile riduzione della loro autorità.

Il Concordato del 1929

Dopo il Concordato con Stato Italiano del 1929, altri Stati cominciarono a scambiare inviati con la Santa Sede, e tra questi anche lo Stato Libero Irlandese. Sebbene ci fossero resistenze all’apertura di relazioni diplomatiche in Irlanda, dovute al fatto che si considerava la Santa Sede essere diplomaticamente pro Gran Bretagna, il primo nunzio in Irlanda, l’arcivescovo Paschal Robinson, fu nominato nel 1930 ed ebbe grande successo. Il primo ambasciatore di Irlanda presso la Santa Sede fu Joseph Walshe nel 1946. “Lei viene dalla nazione più cattolica del mondo”, gli disse l’allora sostituto della Segreteria di Stato Giovan Battista Montini. E lui rispose che Irlanda e Santa Sede avevano “relazioni di carattere speciale”.

Il Congresso Eucaristico di Dublino del 1932 rafforzò ulteriormente le relazioni. Seguendo una tradizione diplomatica, anche l’Irlanda considerò il nunzio come il “decano del Corpo diplomatico”. Nel 1948, lo Stato Libero Irlandese divenne la Repubblica di Irlanda.

La Santa Sede mantenne presenza e influenza per diverso tempo. Gli sviluppi in Irlanda del Nord degli anni Settanta furono osservati con attenzione dalla Santa Sede, e anche Paolo VI scese personalmente in campo, chiedendo, in una udienza del 19 dicembre 1974 all’ambasciatore presso il Vaticano, della sua speranza di una pacifica soluzione. E tra il 1973 e il 1977 le attività dell’arcivescovo Gaetano Alibrandi, nunzio in Irlanda, furono oggetto di una lettera in Vaticano del governo di Liam Cosgrave, che il nunzio definì “la cosa più vicina ad una dichiarazione di guerra” che ci fosse mai stata tra i due Stati. Ci si voleva persino spingere a dichiarare il nunzio “persona non grata”.

Dagli anni Ottanta

Fu negli anni Ottanta che l’Irlanda cominciò a distaccarsi. Nel settembre 1985, il ministro degli Affari Esteri Peter Barry incontrò il Cardinale Agostino Casaroli, segretario di Stato vaticano, ad un pranzo, e gli disse che la relazione tra Chiesa e Stato in Irlanda urtava i due partiti di maggioranza.

Ed è stato in quelli anni che è cominciato il terreno scosceso verso le relazioni difficili culminate nella chiusura dell’ambasciata nel 2011. Lo scandalo degli abusi, unito ad una forte secolarizzazione, ha influito decisamente non solo sullo spirito cattolico della nazione, ma anche sull’atteggiamento politico.

Tanto che recentemente l’ex presidente Mary McAleese ha detto che il Vaticano voleva persino siglare un concordato con l’Irlanda per tenere segreti gli archivi sugli abusi, additando come responsabile il Cardinale Angelo Sodano, allora Segretario di Stato vaticano. Ma McAleese non ha spiegato in cosa consistesse il Concordato, né quali fossero le richieste, ed è anche da definire di quali archivi si stesse parlando.

È un modo facile di dare alla Chiesa delle responsabilità, e riaffermare l’autonomia del governo dalla Santa Sede, o riaffermarsi sopra una influenza che forse la Chiesa cattolica mantiene ancora, nonostante tutto.

Santa Sede e Benin ratificano il loro accordo quadro

Santa Sede e Benin avevano siglato un accordo quadro nel 2016. Il 23 agosto del 2018, le delegazioni di Santa Sede e Benin si sono scambiati a Cotonou, rendendo effettivo l’Accordo.

Costituito da un preambolo e 19 articoli, l’accordo quadro garantisce alla Chiesa lo svolgimento della propria missione in Benin. In particolare, viene riconosciuta la personalità giuridica della Chiesa e delle sue istituzioni, e si stabilisce l’impegno delle due parti, mantenendo la loro autonomia e indipendenza, a collaborare per il benessere morale, spirituale e materiale della persona umana per la promozione del bene comune.

Gli strumenti di ratifica sono stati scambiati presso la sede del Ministero degli Affari Esteri e della cooperazione di Cotonou. La delegazione della Santa Sede, composta anche dal presidente della Conferenza episcopale del Benin, era guidata dall’arcivescovo Brian Udaigwe, nunzio apostolico, mentre la delegazione del Benin era guidata dal ministro degli Esteri Aurelien Agbenonci.

Attualmente, la Santa Sede ha 214 tra concordati e accordi con 74 nazioni diverse. Di questi, 154 accordi sono stati stipulati con 24 nazioni europee. Attualmente, si sta lavorando anche ad un concordato con l’Angola.

L’ambasciatore USA per la libertà religiosa in visita in Vaticano

La libertà religiosa è uno degli argomenti su cui più sta premendo l’amministrazione degli Stati Uniti, ed è occasione di scambio privilegiato con la Santa Sede. Tra le iniziative, una serie di incontri a porte chiuse che sono stati inaugurati il 13 giugno dall’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina Sviatoslav Shevchuk, una conferenza alla Pontificia Università della Santa Croce il 27 giugno che ha visto anche l’intervento del Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, e il primo incontro ministeriale sulla libertà religiosa che si è tenuto a Washington il 24 e il 26 luglio, e che ha avuto tra gli speakers anche l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, e l’arcivescovo Christophe Pierre, nunzio apostolico negli Stati Uniti.

Si inserisce in questa serie di iniziative l’incontro dell’ambasciatore USA per la Libertà Religiosa Sam Brownback con il Cardinale Parolin. L’incontro è avvenuto in Vaticano lo scorso 22 agosto, ed è stato annunciato via twitter dall’Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede. All’incontro è stato presente l’ambasciatore USA presso la Santa Sede Callista Gingrich, e si è discusso appunto di come difendere e promuovere la libertà religiosa nel mondo.

Brownback ha partecipato anche all’incontro annuale dell’International Catholic Legislators Network, che è stato ricevuto in udienza dal Papa mercoledì 22 agosto prima dell’udienza generale. Tra i partecipanti all’incontro, anche il Patriarca dei Maroniti, il Cardinale Bechara Rai, il Patriarca Ephrem della Chiesa Siro Ortodossa e il Cardinale Christoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, dalla cui idea è nata l’iniziativa dell’incontro. L’incontro dei Legislatori cattolici si svolge ogni anno, e la natura dei colloqui è riservata. L’incontro del 2016, sui cristiani perseguitati, portò alla decisione del governo ungherese di stabilire un ufficio del Sottosegretario di Stato dedicato al tema. Anche l’ambasciatore Gingrich ha parlato all’incontro di quest’anno, e ha sottolineato che “insieme dobbiamo affrontare e contrastare quanti praticano, permettono o esportano la persecuzione religiosa e l’estremismo violento”.

I negoziati in Argentina per rinunciare al contributo dello Stato alla Chiesa

La Chiesa Cattolica in Argentina ha cominciato formalmente i negoziati per rinunciare al sostegno economico dello Stato. La rinuncia al contributo avverrà in maniera “graduale” e sarà comunque legata all’entrata in vigore di un nuovo sistema di sostentamento del culto, che è allo studio.

Il clero argentino riceve un sostentamento di 40 mila pesos argentini al mese (circa 1200 euro), come stabilito dall’articolo 2 della Costituzione Argentina e da un decreto del 1979. In tutto, lo Stato eroga alla Chiesa poco più di 130 milioni di pesos annui (poco più di 3 milioni 642 mila euro). Il contributo è stato fortemente contestato durante il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto nel Paese, che ha visto i vescovi fortemente contrari e in campo. La rivelazione della quantità del contributo nell’ambito del dibattito da parte del mondo politico è stata vista come una manovra diversiva del governo, ansioso di gettare discredito sulla Chiesa per far passare la legge.

 

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