Diplomazia Pontificia, la persecuzione gentile contro la religione

Foto di gruppo al Ministeriale USA sulla Libertà Religiosa, tenutosi a Washington, DC dal 24 al 26 luglio. In basso a destra si riconosce l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, "ministro degli Esteri" vaticano e capo delegazione della Santa Sede
Foto: Twitter @TobyCaplon
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La libertà religiosa è la cartina di tornasole di tutti i diritti, e gli Stati la devono proteggere evitando la colonizzazione ideologica, sviluppando un concetto di cittadinanza inclusivo, non limitando il tema della libertà religiosa alla libertà di espressione o a quella di culto.

Sono i temi sviluppati dalla Santa Sede la scorsa settimana, in una serie di interventi (pronunciati o consegnati) al primo Ministeriale sulla libertà religiosa promosso dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

È il maggiore evento della diplomazia pontificia della settimana. Si aspettava anche, lo scorso maggio, un rapporto al Comitato ONU sulla Convenzione per la Tortura, ma questo non è stato consegnato, e la notizia è apparsa in questi giorni. Non si tratta di una mancanza: spesso gli Stati saltano ‘round’ di rapporti, anche perché questi non sono vincolanti. Quando, quattro anni fa, la Santa Sede discusse il suo rapporto, tra l’altro, fu soggetta a varie pressioni di tipo indebito.

Cosa ha detto l’arcivescovo Gallagher al ministeriale USA sulla libertà religiosa

Erano quattro gli interventi preparati dall’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, al primo incontro Ministeriale organizzato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti sulla libertà religiosa nel mondo.

Come ogni capo delegazione, l’arcivescovo Gallagher aveva cinque minuti di intervento. Ha letto buona parte dell’intervento di apertura, e ha consegnato i tre interventi preparati per i tre panel in cui era strutturato l’incontro: identificare il problema, proporre soluzioni innovative, e agire.

Nel suo intervento di apertura, l’arcivescovo Gallagher ha ricordato che il Papa, durante il viaggio negli Stati Uniti del 2015, ha definito la libertà religiosa come una delle grandi conquiste della nazione, notando allo stesso tempo che la libertà religiosa richiede “vigilanza e deve essere difesa”.

La libertà religiosa – ha detto l’arcivescovo – è sia un principio umano fondamentale che una realtà concreta, ed è minacciata in entrambe le sue forme.

Mentre si celebrano i 70 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomoe il 20esimo anniversario dell’approvazione dell’International Religious Freedom Act negli Stati Uniti, mentre si sono moltiplicati gli sforzi per difendere la libertà religiosa, la “sofferenza degli uomini a causa della libertà religiosa è cresciuta drammaticamente”, e sono molti oggi “bersaglio di violente persecuzioni a causa della loro fede, inclusi cristiani, musulmani, yazidi, ebrei, bahai, ahmadiyya, indù e buddisti”.

Cosa fare? L’arcivescovo Gallagher ha segnalato due necessità.

La prima è di ristabilire cosa è la libertà religiosa, perché gli attacchi “sono spesso sulla base della definizione” – il riferimento è al fatto che si confonde la libertà di culto o la libertà di espressione con la libertà religiosa.

Il secondo punto è costruire tolleranza, fraternità e un salutare pluralismo, anche perché “è sempre più provato che la libertà religiosa (e la religione stessa) dà benefici alle popolazioni in molte situazioni della loro vita”.

Per quanto riguarda l’azione, la Santa Sede chiede la garanzia della cittadinanza, un tema che si è sviluppato soprattutto in ambito musulmano, perché nei paesi di religione islamica la cittadinanza è legata alla fede. Nel pannello 3, sulle “azioni da compiere”, l’intervento dell’arcivescovo Gallagher notava che “nessuno cittadino è più o meno cittadino a causa dell’aderenza ad una particolare religione”.

Ma il richiamo della Santa Sede alle Nazioni riguardava più aspetti. Prima di tutto, è stato richiesto di “non solo promuovere la libertà religiosa all’estero, ma anche prendersi cura di evitare quello che Papa Francesco ha chiamato ‘colonizzazione ideologica’.”

Il riferimento è preciso, sebbene sottinteso: sia l’Unione Europea che molti Stati hanno rappresentanti o ambassadors at large sulla libertà religiosa nel mondo, ma non sullo stato di salute della libertà religiosa nei loro confini. E queste stesse nazioni poi, pur non limitando formalmente la libertà religiosa, praticano politiche negli Stati in via di sviluppo che in qualche modo costringono gli stessi Stati in difficoltà a cambiare il loro modo di vivere o di vedere, e persino la legislazione, solo perché bisognosi di aiuto.

Nell’intervento del terzo panel, l’arcivescovo Gallagher sottolineava dunque che “incoraggiare la libertà religiosa a livello internazionale significa promuovere politiche che la facciano fiorire, non cercando di ridefinire le politiche di altre, meno potenti nazioni in un modo che può marginalizzare o diminuire i valori religiosi tenuti per secoli dalle più grandi tradizioni religiose attraverso la promozione di nuovi diritti che effettivamente marginalizzano coloro portati ad altre conclusioni dalla loro fede e ragione”.

È fondamentale, per la Santa Sede, non rendere meno prioritari i principi religiosi, ma piuttosto proteggere i diritti degli individui e delle comunità a credere, e per questo “l’assistenza all’estero non deve essere svolta in modi che possono minare le comunità religiosa e gli individui”. Specialmente quando ci si trova di fronte a situazioni di “persecuzione religiosa e genocidi” - è il richiamo della Santa Sede – “le nazioni che danno aiuti non devono trascurare alcun gruppo”.

Le “soluzioni innovative” proposte nel secondo panel includono il ruolo dei gruppi religiosi, specialmente Ebrei, Cristiani e Musulmani, nel “favorire un dialogo che sia allo stesso tempo interreligioso e interculturale” e sviluppare “una educazione nella comprensione reciproca”.

L’arcivescovo Gallagher ha definito “essenziale” che i leader religiosi chiedano a quanti fanno loro riferimento di rispettare la libertà religiosa degli altri, e afferma che è necessario supportare i leaders religiosi quando quelli condannano chiaramente l’abuso della religione per giustificare la violenza – un tema “delicato”, perché “varia da nazione a nazione”.

Ma la Santa Sede crede anche nella possibilità dei leaders che incoraggiano i loro seguaci ad unirsi con quelli di altre fedi per “lavorare in progetti, come la ricostruzione delle comunità o l’aiuto nell’assistere ai disastri”, perché questo sarebbe “dimostrazione tangibile della fede in azione”.

Il problema però – sottolinea la Santa Sede nell’intervento del panel 1 – riguarda proprio il modo in cui la fede viene considerata, perché spesso si ritiene la religione come irrazionale, ormai fuori dal tempo e persino come una minaccia all’espansione dello Stato.

Si tratta di quella che Papa Francesco ha chiamato “una persecuzione gentile” , e che si applica anche attraverso la politica estera.

La Santa Sede riconosce che l’estremismo religioso porta ad un restringimento della definizione di libertà religiosa, ma anche in questo caso la libertà religiosa è parte di una mancata comprensione della religione, tanto che la libertà viene vista “meramente come un cosiddetto diritto di una forma di religione per opprimere tutte le altre”.

A margine del Ministeriale

Il ministeriale si è tenuto dal 24 al 26 luglio, ed è stato accompagnato anche da molti

“side events”, tra cui uno organizzato dal Religious Freedom Institute della Georgetown University il 24 luglio, cui ha partecipato anche l’arcivescovo Gallagher.

Nell’occasione, il “ministro degli Esteri” vaticano ha spiegato l’unicità della diplomazia della Santa Sede.

“Quello che cerchiamo di fare – ha sottolineato l’arcivescovo Gallagher – è di impegnarci, mostrare le nostre preoccupazioni e allo stesso tempo di lavorare con i nostri network locali”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano ha parlato anche del ruolo della diplomazia pontificia in Nicaragua e Venezuela, ha sottolineato che in quei casi “i vescovi, su invito del governo, hanno preso il ruolo di accompagnare ed essere testimoni del dialogo tra il governo e quei gruppi che sono in opposizione e sono in conflitto. Ora le situazioni sono difficili, ma noi cerchiamo di mantenere l’impegno, di non uscire, di non arrenderci, perché crediamo che le soluzioni sono possibili”.

L’arcivescovo Gallagher ha anche sottolineato che la Santa Sede è “sempre molto consapevole delle sue responsabilità nei confronti delle persone locali, perché ci sono persone che pagano il prezzo delle decisioni”, ed è questo uno degli elementi che differenzia la diplomazia vaticana dalla diplomazia degli Stati.

“Siamo – ha detto – probabilmente la più antica organizzazione diplomatica del mondo. Quasi ovunque nel mondo ci sono cattolici, e in alcuni casi i cattolici sono una minoranza, sono vulnerabili. E dobbiamo pensare prima di fare qualunque azione, per evitare di aggravare la loro vulnerabilità”.

L’arcivescovo Gallagher ha anche sottolineato che la Santa Sede è “in contatto con ogni parte del mondo”, ma il Papa ha “una speciale preoccupazione per l’America Latina”, perché “conosce la situazione, ha visto le lotte portate avanti da dittatori militari di destra, ma anche di altre forme di governo”.

Il ministeriale è parte di un impegno preso dal governo degli Stati Uniti. Un percorso che l’ambasciata USA presso la Santa Sede sta supportando con una serie di incontri sul tema – il primo è stato con l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina – e una conferenza che si è tenuta il 27 giugno presso la Pontificia Università della Santa Croce, cui ha partecipato il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano.  

Parlando con EWTN a margine del ministeriale, l’arcivescovo Gallagher ha sottolineato che “abbiamo bisogno di libertà religiosa per avere costruire società sane”.

Mike Pompeo, Segretario di Stato americano, parlando alla vigilia del ministeriale con Vatican News, ha detto che gli Stati Uniti ritengono che “Papa Francesco e la Chiesa Cattolica abbiano un ruolo centrale” nel difendere la libertà religiosa, perché è “importantissimo che non solo i governi - come ad esempio di Dipartimento di Stato degli Stati Uniti -, ma anche i leader religiosi comprendano la necessità di fare pressione per ottenere la libertà religiosa”.

Oltre ai ministri degli Esteri, ai rappresentanti delle principali organizzazioni internazionali e della società civile, sono stati invitati all’evento anche alcuni leader religiosi come Salvatore Martinez, presidente della fondazione vaticana “Centro internazionale Famiglia di Nazareth” anche rappresentante personale della presidenza italiana in esercizio Osce 2018 con delega alla lotta a razzismo, xenofobia, intolleranza e discriminazione dei cristiani e di membri di altre religioni.

La Santa Sede e i Comitati ONU

La Santa Sede non ha dibattuto con i Comitati sulla Convenzione contro la Tortura (CAT) previsto e la Convenzione per i Diritti del Fanciullo (CRC). Era previsto che presentasse, prima entro settembre 2017, e poi entro il 23 maggio 2018, un altro rapporto, dopo quelli del 2014, ma non lo ha fatto. Come non lo fanno moltissimi Stati. Alcuni Stati sono in ritardo nella presentazioni dei rapporti addirittura di 15 anni. E questo perché i pareri dei Comitati non sono vincolanti, e perché in generale non si è obbligati, ma solo invitati a presentare un rapporto. Nessuna volontà di copertura, dunque. Ma anche la necessità di evitare le forzature che sono avvenute alla presentazione degli altri due rapporti, quattro anni fa.

In particolare, il rapporto sulla Convenzione contro la Tortura cercava di estendere il concetto di tortura anche al tema della pedofilia, che però non era parte del trattato, e che inserire il tema avrebbe forzato lo spirito della convenzione. E questo è stato reiterato in tutto il dibattito, sebbene poi la Santa Sede non abbia mancato di portare cifre e dati, mostrando che, negli ultimi anni, c’erano stati quasi 850 preti ridotti allo Stato laicale per la questione pedofilia.

Il rapporto sulla Convenzione sui Diritti del Fanciullo andava persino oltre: chiedeva di cambiare il diritto canonico, attaccava il segreto della confessione (definito un “codice del silenzio”), e si diceva preoccupato riguardo le dichiarazioni fatte in passato della Santa Sede sull’omosessualità, che contribuiscono alla stigmatizzazione sociale e alla violenza contro adolescenti lesbiche, gay, bisessuali e trans gender e bambini cresciuti da coppie dello stesso sesso”.

Anche in questo caso, insomma, si andava “oltre lo spirito della convenzione”, come succede spesso nei negoziati internazionali. Tanto che, anche nelle discussioni sul Global Compact sulle migrazioni, più volte la Santa Sede ha fatto osservazioni per specificare il modo in cui interpretava il termine “gender” e denunciare le pressioni per cambiare lo spirito dei testi.

Ma si è andati oltre lo spirito dei testi quando, nell’attaccare la Santa Sede, in realtà non si è guardato al modo in cui le Convenzioni sono implementate nello Stato di Città del Vaticano, ma si sono fatte pressioni per mostrare, in qualche modo, una certa mancanza di controllo della Chiesa sui singoli sacerdoti, considerati alla stregua di dipendenti. Anche attraverso questi dettagli si sviluppa l’attacco alla sovranità della Santa Sede.

E sono anche queste le battaglie che la diplomazia pontificia deve fare alle Nazioni Unite. Tutti gli Stati firmatari delle convenzioni saltano vari turni di presentazione dei loro rapporti. Quando la questione riguarda la Santa Sede, però, c’è una generale colpevolizzazione. Il Comitato sulla CAT aveva anche stilato una lista di 9 raccomandazioni anti-pedofilia. Ma davvero la Santa Sede deve rispondere a richieste che vanno oltre lo spirito della convenzione? E quale è il modo più appropriato di affrontare la questione?

Il tema è particolarmente caldo per quanto riguarda il governo della Chiesa (e non a caso il Cardinale Sean O’Malley ha preso una posizione forte in merito), ma c’è da distinguere tra Chiesa e Santa Sede, tra sacerdoti e vescovi e Stato di Città del Vaticano. Una distinzione necessaria, perché la sovranità della Santa Sede è alla base della sua presenza diplomatica. L’impressione è che proprio questa venga messa sotto attacco.

Come sono i rapporti tra Russia e Santa Sede?

Dimitri Avdeev, ambasciatore della Federazione Russa presso la Santa Sede, ha rilasciato una lunga intervista a Sputnik alla vigilia dell’incontro, che si tiene ogni due anni, tra tutti gli ambasciatori e gli Osservatori russi.

L’ambasciatore Avdeev ha ricordato che la Santa Sede ha sì uno Stato, ma è anche il centro della religione cattolica, e questa “è la parte interessante” perché “occuparsi degli affari intergovernativi non significa tralasciare gli affari religiosi e spirituali”.

L’ambasciatore ha definito le relazioni tra Russia e Santa Sede come buone, perché tra l’altro “si condividono visioni simili sul mondo di oggi”, come ad esempio quella delle minacce al mondo di oggi, che sono “la continua e iniqua divisione del mondo in ricchi e poveri, la corsa alle armi, la violazione del regime di non proliferazione delle armi nucleari, chimiche, batteriologiche e delle tecnologie missilistiche”, nonché la contrapposizione all’estremismo religioso e la preoccupazione della sostituzione della “vera cultura con la cultura di massa”, con “i valori tradizionali della civiltà cristiana che vengono privati del loro significato”.

L’ambasciatore ha lodato una proposta del Papa, che riguarda “il rafforzamento della base morale del diritto internazionale”, e poi ha ricordato la diplomazia della cultura, che ha portato tre anni fa opere d’arte dei Musei Vaticani ad essere esposte a Mosca, e porterà opere d’arte della Galleria Tretjkovskaya ad essere esposti nella pinacoteca vaticana, che sarà inaugurata a dicembre, anche se non ci sono ancora delle date definite.

L’ambasciatore ha anche ricordato l’accordo tra gli archivi federali russi (Rosarkhiv) e l’Archivio Segreto Vaticano, che ha portato alla mostra “I Romanov e la Santa Sede”, e la recente esposizione dedicata alla tragedia della Chiesa Ortodossa Russa durante il periodo staliniano, inaugurata dal Cardinale Gianfranco Ravasi e dal Metropolita Tikhon.

L’ambasciatore ha anche detto che Patriarcato di Mosca e Chiesa Cattolica hanno trovato un modo di lavorare insieme mantenendo la propria identità, e “conservando le proprie visioni e le contrapposizioni a livello teologico, che vengono lasciate da parte in sede di collaborazione”, perché “l'obiettivo ultimo, infatti, è rafforzare la pace, la sicurezza e lottare contro nuove minacce, altrimenti i valori religiosi si perdono”.

Gerusalemme, l’ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede spiega la collaborazione tra il Papa ed Erdogan

In una lunga intervista con Agenzia Nova dello scorso 16 luglio, Mehmet Pacaci, ambasciatore di Turchia presso la Santa Sede, ha sostenuto che Papa Francesco e Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia, “collaborano e si sostengono reciprocamente e hanno la medesima posizione” sulla questione di Gerusalemme.

Più volte Papa Francesco ha chiesto di mantenere lo status quo di Gerusalemme, e il tema è stato più volte reiterato, specialmente a seguito della decisione del presidente USA Donald Trump di spostare l’ambasciata statunitense in Israele nella Città Santa.

Il presidente Erdogan era anche stato in visita da Papa Francesco il 5 febbraio 2018, proprio per discutere della questione dopo che tra i due era intercorsa una telefonata privata a dicembre 2017.

L’ambasciatore Pacaci ha definito l’incontro tra Papa Francesco ed Erdogan come “un grande successo”, e ha sottolineato che il Papa ed Erdogan “collaborano” per preservare l’attuale regime giuridico di Gerusalemme, perché modificarne lo status “accresce il rischio di violenze nella regione”.

Durante l’incontro del 5 febbraio, Papa Francesco e il presidente Erdogan – ha detto l’ambasciatore – hanno parlato anche di migranti e rifugiati. Pacaci ha ricordato che la Turchia accoglie attualmente “circa quattro milioni di profughi”, che provengono soprattutto da Siria, Iraq, Afghanistan e Pakistan.

Fondali marini, la posizione della Santa Sede

In questa settimana, l’arcivescovo Bernardito Auza, Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite di New York, è stato a Kingston, in Giamaica, come capo delegazione della Santa Sede alla 24esima sessione della ISA, l’Autorità Internazionale sui Fondali Marini.

Dopo l’intervento della scorsa settimana, l’arcivescovo Auza ha preso la parola altre due volte in questa ultima settimana. Il 24 luglio, l’Osservatore della Santa Sede ha lodato i progressi svolti dall’ISA nello sviluppare una regolamentazione sul tema dell’estrazione profonda dai fondali marini, e una piano strategico di cinque anni.

L’arcivescovo Auza ha anche enfatizzato tre temi: l’importanza di mantenere le persone al centro delle decisioni e delle azioni, e quella di coinvolgere attivamente quelli che potrebbero essere colpiti direttamente dal tema; la realtà commerciale che sta dietro l’estrazione in profondità nei fondali marini e che va oltre le giurisdizioni nazionali e la necessità di strumenti economici, ambientali e sociali rilevanti; la necessità di identificare, comprendere, minimizzare e anche evitare i rischi associati alle attività nelle profondità degli oceani.

Ogni azione – ha detto la Santa Sede – non deve essere inclusa solo nel contesto dei diritti, ma deve essere delineata in un approccio basato sulla responsabilità, per proteggere l’ambiente e condividere i benefici delle attività con quanti subiscono direttamente l’impatto delle stesse attività.

Il 25 luglio, l’arcivescovo Auza ha parlato proprio nell’ambito della discussione sul Piano Strategico Quinquennale. La Santa Sede considera il piano “vitale”, e ha incoraggiato l’ISA a focalizzarsi sulla protezione e conservazione dei nostri oceani e allo stesso tempo ad assicurare i diritti degli Stati e delle imprese commerciali, questioni che dovranno includere cooperazione sul tema ambientale, trasparenza, condivisione di responsabilità.

Nominato il Nunzio Apostolico in Liberia

Dopo una vacanza di circa un anno, Papa Francesco ha nominato il nuovo nunzio apostolico in Liberia: è il consigliere di nunziatura Dagoberto Campos Salas, costaricense, che prenderà dignità arciepiscopale per il nuovo incarico. Nato il 14 marzo 1966 e sacerdote dal 1994, monsignor Campos Salas è entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede l'1 luglio 1999, e ha prestato servizio nelle nunziature di Sudan, Cile, Svezia, 

Nato il 14 marzo 1966, sacerdote dal 1994, nel serizio diplomatico della Santa Sede dal 1 luglio 1999, ha prestato la sua opera in Sudan, Cile, Svezia, Turchia e Messico. 

Prende il posto dell'arcivescovo Miroslaw Adamczyk, che aveva prestato servizio come nunzio in Liberia dal 22 febbraio 2013 al 12 agosto 2017, quando è stato nominato nunzio apostolico a Panama

 

 

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