Libertà religiosa, la road map in sette punti della Santa Sede

Il simposio "Difendere la libertà religiosa", presso la Pontificia Università della Santa Croce, 25 giugno 2018
Foto: Ambasciata USA presso la Santa Sede
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Una lista di sette punti imprescindibili, sette obiettivi perché la libertà religiosa sia difesa, protetta e promossa. Il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, li ha delineati a conclusione del simposio “Defending international freedom: partnership and action”.

Tenutosi alla Pontificia Università della Santa Croce il 25 giugno e organizzato dalla Ambasciata USA presso la Santa Sede in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre e la Comunità di Sant’Egidio, il simposio non è stato solo un momento di riflessione, ma ha incluso anche le testimonianza di una giovane yazida rapita e rimasta nelle mani del sedicente Stato Islamico per otto mesi e di un rifugiato Rohingya.

Crisi, entrambe, che la Santa Sede ha seguito con attenzione, tanto che Papa Francesco ha ricevuto una comunità yazida risiedente in Germania lo scorso 24 gennaio, mentre l’attenzione per il dramma dei Rohingya è stata ben presente durante il viaggio di Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh.

Nel suo intervento, il Cardinale Parolin ha sottolineato che proteggere la libertà religiosa non rappresenta “una preferenza per l’uno o l’altro gruppo religioso”, ma piuttosto un “riconoscimento dell’eguale dignità di ogni essere umano” il fatto che “la violazione dei suoi diritti fondamentali costituisce un grave abuso”.

E per questo “la Santa Sede non si stanca di intervenire per denunciare queste situazioni, chiedere riconoscimento, protezione e rispetto”, non solo “in favore dei cristiani, ma di tutti i gruppi etnici e religiosi che soffrono discriminazione e persecuzione”.

La road map della Santa Sede per la libertà religiosa delineata dal Cardinale Parolin consiste in sette punti: l’urgenza di superare ogni indifferenza politica; il rispetto dello Stato di diritto e dell’eguaglianza di fronte alla legge basata sul “principio di cittadinanza”, senza considerare religione, razza o gruppo etnico; una collaborazione positiva tra comunità religiose e Stato, sempre nel rispetto della mutua autonomia; il dovere di tutti i capi religiosi di condannare l’abuso del credo religioso per giustificare il terrorismo; un dialogo religioso efficace per “andare oltre la pessimistica visione che i conflitti tra credenti sono inevitabili” ; una buona educazione; e il prosciugamento dei fondi di denaro e di armi destinati a quanti vogliono usarli per attaccare minoranze religiose.

Da parte sua, il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali, ha chiesto una riflessione “su come e in quale misura tale diritto inviolabile della persona umana è realmente garantito e tutelato all’interno dei nostri sistemi sociali e politici”, perché “anche nei nostri Paesi cosiddetti evoluti c’è latente il rischio di impedire l’esercizio della libertà religiosa, o quantomeno limitarlo”.

Il Cardinale Sandri ha individuato nel “principio di cittadinanza” una chiave, che si è sviluppata nel mondo arabo fino alla Conferenza della Pace organizzata da al Azhar , cui Papa Francesco ha partecipato il 28 aprile: si tratta di un percorso tutto interno all’Islam che porta a rovesciare il concetto di dhimmitudine, e di dare cittadinanza non sulla base di religione. L’auspicio del Cardinale Sandri è che questo succeda anche in altri Paesi, perché “i cristiani di Siria, di Iraq, del Libano, dell’Egitto, della Turchia amano il loro Paese, vi sono legati e lo vogliono servire perché in esso non si sentono ospiti o stranieri”.

Il Cardinale Sandri ha poi dato uno sguardo ad ampio raggio del Medio Oriente, sottolineando la necessità di preservare il Libano, perché “se viene destabilizzato il Paese dei Cedri, crollerà a cascata tutto il Medio Oriente, senza più alcuna sicurezza anche per lo Stato di Israele”. Allo stesso tempo, ha messo in luce come in Siria ci si trova di fronte “a un conflitto non concluso”, con “massicci interventi di forze esterne che rendono quella guerra un conflitto in buona parte per procura”, mentre per l’Iraq c’è bisogno di una “distensione stabile e una rinnovata collaborazione tra il governo centrale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan”, altrimenti “a ben poco serviranno” le zone protette per i cristiani per favorirne il ritorno.

Basandosi sui risultati del Rapporto sulla Libertà Religiosa nel mondo che da dieci anni il Dipartimento di Stato USA pubblica, e guardando alla prima conferenza interministeriale sulla libertà religiosa convocata dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo alla fine del prossimo messe, l’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede Callista Gingrich ha sottolineato che nessuna comunità religiosa è immune dalla persecuzione, e ha ricordato i leader della Chiesa cattolica messi sotto attacco in Venezuela per la loro denuncia della drammatica situazione che vive il popolo venezuelano, ma anche gli attacchi terroristici in Africa contro cristiani e musulmani, i pastori e i Baha’i messi in prigione in Iran “per aver esercitato il loro diritto di libertà di culto”, la crescita dell’antisemitismo, le persecuzioni delle minoranze musulmana Ahmadi in Pakistana e Uiguri in Cina, l’impossibilità per i non musulmani di praticare in pubblico in Arabia Saudita, la situazione dei musulmani nel Rakhine in Myanmar, e le atrocità ISIS operate in Iraq contro cristiani, musulmani sciiti e yazidi.

Toccante la testimonianza di Salwa Khalaw Rasho, ragazza yazida di 20 anni, che ha vissuto in Germania per tre anni dopo essere Stata rapita per otto mesi dallo Stato Islamico ed essere stata sottoposta a sevizie fisiche e psicologiche.

Salwa ha raccontato una storia di persecuzione, perché la sua comunità – ha denunciato – ha subito “74 campagne di genocidio”, l’ultima delle quali iniziata il 3 agosto 2014 con l’attacco del sedicente Stato Islamica al Nord dell’Iraq, uccidendo migliaia di uomini yazidi buttati in circa 60 fosse comuni, e rapendo più di 6 mila donne e ragazze, sottoponendo a “tutti i tipi di abusi fisici e sessuali e violenza”, vendendole al mercato degli schiavi, mentre i bambini “subivano il lavaggio del cervello e venivano addestrati per diventare parte del gruppo terrorista”.

Salwa ha chiesto che il territorio yazida sia ricostruito e liberato da mine, che si ritrovino i 3 mila yazidi ancora nelle mani dello Stato islamico, che si proteggano le fosse comuni, che le minoranze siano protette e che ci sia un team investigativo delle Nazioni Unite per indagare sui crimini ISIS in Iraq, e che si aprano le porte dell’Europa per i rifugiati yazidi.

Ziear Khan, attivista della comunità Rohingya, ha chiesto a sua volta rispetto e protezione, mentre monsignor Khaled Akhasheh, del Pontificio Consiglio per il Dialogo Religioso, ha espresso l’auspicio che la libertà religiosa “venga percepita non come una minaccia alla pace e all’armonia della società, ma come una necessaria condizione per un vero benessere, basato sul rispetto effettivo di tutte le persone e di tutti i loro diritti ovunque.

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