Germania, Neumarkt dà voce a 200 milioni di cristiani perseguitati

Un momento della manifestazione
Foto: DP
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I nomi dei trenta paesi dove i cristiani soffrono le peggiori discriminazioni e persecuzioni scorrono su un lungo striscione nero. Iraq, Laos, Cina, Giordania, Nord-Corea, Somalia, Iran: come in una sorta di classifica dell’orrore, vengono nominati al microfono uno ad uno, per puntare su di loro, almeno per pochi secondi, quei riflettori dell’attenzione pubblica che troppo spesso rimangono drammaticamente spenti.

Sono solo trenta dei ben cinquanta paesi che - elencati ogni anno dall’organizzazione evangelica Open Doors in un rapporto annuale - vantano questo diabolico primato. Ma sono oltre un centinaio i paesi dove circa 200 milioni di cristiani non godono di libertà religiosa.

Numeri spaventosi, quanto sconosciuti, su cui il “Comitato ecumenico per la libertà religiosa” di Neumarkt nello Oberpfalz, sabato 28 luglio, sulla piazza del Campidoglio, davanti ad un centinaio di persone, ha voluto dedicare una mattinata di attenzione attraverso una manifestazione contro la persecuzione dei cristiani e in favore della libertà religiosa.

«In Germania si può liberamente decidere se essere musulmano, evangelico o cattolico», ha detto Christiane Murner, dallo scorso marzo decana della Comunità evangelica di Neumarkt. «Tutto ciò – ha proseguito la decana Murner - è garantito dalla dichiarazione dei diritti umani. Ogni uomo ha diritto a libertà di pensiero, coscienza e religione. In molti paesi però la libertà dei cristiani e di altre minoranze viene limitata. La Corea del Nord è il paese maglia nera. Qui decine di migliaia di cristiani sono internati nei campi di lavoro. La Cina non è da meno: in questo paese i cristiani vengono condannati a morte, torturati, discriminati. Altrove i cristiani non possono costruire chiese».

Berthold Pelster, esperto di libertà religiosa per Aiuto alla Chiesa che Soffre di Germania, ha riferito sui diritti religiosi dei cristiani in paesi da codice rosso come Iraq, Nigeria e Indonesia. «L’ascesa dello Stato Islamico in Medio Oriente – ha detto Pelster, autore del recente volume “Cristiani in emergenza. Discriminazione e oppressione. Rapporto 2018” - ha avuto delle conseguenze disastrose per tutte le persone che vivono lì, ma in modo particolare per le minoranze religiose, come per esempio per gli sciiti, gli jesidi e soprattutto per i cristiani. Nell’estate 2014 circa 125.000 cristiani sono stati cacciati via dalle loro case nella Piana di Ninive e dalla metropoli di Mossul. Se se si pensa che oggi i cristiani in Iraq sono circa 300.000 e che 125.000 sono stati costretti a lasciare le loro case, il conto porta ad un terzo dell’intera popolazione irachena. Nel febbraio del 2016 il Parlamento europeo ha condannato aspramente l’azione dello Stato Islamico giudicandola un autentico “genocidio”.

Ora l’Is è stato militarmente sconfitto. Le città e i villaggi della Piana di Ninive sono stati liberati, ma i danni lasciati dai terroristi sono immensi. Molte case sono state distrutte da bombe o granate. Altre sono state saccheggiate e poi date alle fiamme. In alcune case si sono trovate cariche esplosive collegate alla porta, nascoste negli armadi, nei cuscini del divano o perfino in orsacchiotti di peluche. In totale circa 13.000 case sono state danneggiate, distrutte o date alle fiamme. Per riparare i danni servirebbero 250 milioni di dollari. Molto è stato fatto. 3.000 case sono state ristrutturate e il 40% dei rifugiati è tornato nelle loro case. Ora, in un paese dove i cristiani vivono da 2.000 anni, questa comunità si trova davanti al rischio della sua totale cancellazione se noi occidentali non faremo tutto il possibile per evitarlo».

Le ricette politiche per risolvere efficacemente il problema sono di difficoltà epocale. «Lo Stato iracheno – ha aggiunto Pelster - deve opporre all’ideologia islamista un’alternativa. Per esempio attraverso un periodo di governo illuminato, con le prediche nelle moschee, con l’educazione per bambini, giovani e adulti, con contributi nella stampa, in radio e tv. Ovunque dovrebbe essere diffuso il messaggio che la violenza di fanatici estremisti non ha nulla a che fare con il culto a Dio, padre di tutti gli uomini. E qui anche i leader spirituali e i teologi musulmani possono fare la loro parte».

Le tendenze della geopolitica internazionale sono tuttavia ben altre. «L’Indonesia fino a qualche tempo fa era nota per un Islam moderato. Nel frattempo in questo paese sono sorti enormi problemi sociali come corruzione e povertà. Molte persone si sentono frustrate e credono che un Islam più radicale porterebbe maggiore onestà nella politica e più giustizia nel paese. Gruppi islamici conservatori riscuotono in Indonesia sempre maggiore successo. L’Arabia Saudita esercita sull’Indonesia una grande influenza finanziando moschee, centri islamici, scuole e istituti di formazione, stampa e diffusione di letteratura religiosa e mezzi di comunicazione. In questo modo gruppi islamisti guadagnano sempre maggiore influenza e potere».

«In Nigeria – ha riferito ancora Pelster - i vescovi lamentano un crescendo di violenza da parte dei pastori Fulani che lasciano pascolare le loro greggi sui campi coltivati dei contadini. Se i contadini protestano questi conflitti crescono fino all’ uso delle armi. I Fulani sono spesso armati per proteggersi dai ladri di bestiame, ma, quando sorgono problemi, le rivolgono anche contro i contadini. Solo nel giugno 2018 sono stati uccisi in questo modo più di cento persone. Secondo i vescovi però queste violenze si connotano sempre di più in senso religioso, i pastori Fulani sono infatti musulmani e i contadini appartengono a minoranze etniche e sono prevalentemente cristiani. Si moltiplicano notizie di Fulani che attaccano villaggi cristiani, incendiano case e uccidono gli abitanti. I vescovi parlano ormai apertamente di pulizia etnica».

Don Dawit Tessega, parroco della Comunità etiope-ortodossa di Norimberga, ha raccontato l’altra faccia della medaglia: profughi che fuggono da Etiopia ed Eritrea e provano a ricostruirsi un futuro in Germania. «La comunità è nata 25 anni fa. Qui, a Norimberga, etiopi ed eritrei hanno trovato una nuova, piccola patria. Si tratta di 230 famiglie registrate. Ma più della metà di queste, che vengono alla messa, non sono registrate. Siamo molto felici che così tanti rifugiati partecipino alle nostre celebrazioni. Dal 2015 a San Benedetto, un grosso centro che possiamo usare per accoglienza e consulenza, arrivano tanti rifugiati che hanno attraversato il deserto e hanno bisogno di assistenza spirituale». Sul tema “persecuzione dei cristiani” don Tessega ha sottolineato come «in Etiopia non si possa parlare di persecuzione di cristiani. Tuttavia, aizzati dal governo, in alcune parti del paese, gruppi musulmani sottomettono minoranze cristiane, non solo per motivi religiosi, ma anche etnici. In Etiopia ci sono oltre 80 ceppi etnici che ora si combattono. Sono vissuti in pace per migliaia di anni. Da anni però i rapporti tra musulmani e cristiani sono peggiorati a causa del governo che ha innescato conflitti tra di loro. Per questo molti rifugiati sono venuti in Europa».

Nel corso della manifestazione sono state raccolte firme per la liberazione del patriarca Antonios III, della chiesa ortodosso-eritrea di Tewahedo, deposto nel 2006 dal dittatore Isaias Afwerki e da allora agli arresti domiciliari; e dell’attivista saudita Raif Badawi, condannato nel maggio 2014 a dieci anni di carcere per “offese all’Islam” e a mille frustate. «Oltre alla preghiera – spiega infine il pastore evangelico Ernst Herbert, coordinatore del “Comitato ecumenico per la libertà religiosa” – proviamo a promuovere, in nome del reciproco aiuto tra cristiani, anche azioni concrete come questa manifestazione e la raccolta di firme e di collette. Perché il nostro motto è: se soffre una delle membra, soffre tutto il corpo. Così sono i cristiani».

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