Giovanni Paolo II e i vescovi del mondo, il Sinodo come collegialità

I "discorsi a tavola" e non solo del Papa polacco in ogni parte del mondo, teologia "a braccio"

Giovanni Paolo II con i vescovi durante la visita a Torino nel 1980
Foto: immagini.servizivocetempo.it
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Di cosa parla un Papa a tavola con i vescovi di un paese che sta visitando? Nonostante lo sviluppo mediatico e la informalità cui ci ha abituati Papa Francesco, non è facile saperlo. Non ci sono registrazioni, appunti, trascrizioni. O almeno non nella maggioranza dei casi.

Solo in un caso, solo per un Pontefice, o meglio per un santo, abbiamo la preziosa possibilità di rileggere e rivivere alcuni di questi momenti. Lo storico e ineguagliabile archivio sonoro della Radio Vaticana infatti, custodisce alcune registrazioni di quei momenti. Brani di discorsi improvvisati da Giovanni Paolo II in ogni parte del mondo dai quali si traggono significative indicazioni su come il Concilio abbia cambiato il senso stesso della comunione tra i vescovi e con il Vicario di Cristo.

Brani che raccontano, fin dall’inizio del pontificato, quale fosse l’ecclesiologia di Giovanni Paolo II anche attraverso dei riferimenti non specificamente dottrinali, ma attraverso le pagine della memorie di un vescovo, Wojtyła appunto, che aveva portato la Chiesa polacca a Roma perché nella Chiesa della sua patria c’era da sempre Roma. Polonia semper fidelis, un motto che molti di noi hanno imparato in quello scorcio di anni ’70 che, per gli italiani in particolare, erano un’epoca buia. Terrorismo, crisi economica, parole che più di trenta anni dopo sono tornati prepotenti nelle pagine di cronaca.

Il sinodo dei vescovi è certamente il luogo per eccellenza dell’esercizio della collegialità. E per questo forse uno dei discorsi più belli di Giovanni Paolo II su questo tema è quello tenuto a braccio al termine del sinodo del 1990.

Il tema era quasi una seconda tappa sulla teologia del Popolo di Dio, dopo i fedeli laici  e prima dei vescovi il sinodo affrontava “La formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali”. E si celebravano anche i 25 anni di vita del sinodo stesso.

Al termine dell’agape fraterna dopo la messa conclusiva, Giovanni Paolo II prende la parola.

Non si può non parlare dei 25 anni perché c’è il giubileo d’argento. 25 anni, il sinodo non è più un bebè, è un giovane abbastanza cresciuto, un giovane adulto, potrebbe sposarsi! Anzi dovrebbe. Se non fosse come tutti noi celibatario. Per la sua scelta carismatica. Io sono uno che ha vissuto tutto il Concilio e vissuto tutto questo periodo post conciliare che è marcato dai diversi sinodi, ho vissuto e partecipato. E mi ricordo un po’ che all’inizio, anche venti anni fa, c’erano grandi speranze intorno al sinodo e queste speranze si sono mostrate fallite. E c’erano dall’altra parte grandi paure a causa di queste speranze. E anche queste paure si sono mostrate non fondate, non dico che sono fallite, ma non fondate. Per spiegare un po’ queste parole enigmatiche voglio ricordare che all’inizio c’erano ambienti che speravano che il sinodo avrebbe potuto opporsi al Papa. Nel modo degno di una comunità democratica che noi non siamo.

 

Ma dall’altra parte c’erano ambienti, forse anche più vicini al centro, che a causa di queste speranze avevano paura del sinodo! Dopo 25 anni possiamo dire che sia le speranze, che si sono manifestate vane, che le paure, appartengono al passato. Oggi viviamo i sinodi uno dopo l’altro con una grande serenità e sempre una maggiore serenità. Se mi ricordo gli ultimi sinodi, anche con tematiche difficili, questo strumento della collegialità dei vescovi è uno strumento efficace. E poi è uno strumento non tanto nelle mani nostre, è uno strumento nelle mani di Dio dello Spirito Santo. E questo andava crescendo se prendiamo il penultimo sinodo con la grande partecipazione dei laici che hanno molto lavorato per convertirci!

E in questo ultimo sinodo appena concluso si vede una crescente serenità e maturità e devo dire che le mie speranze che portavo in me fin dall’inizio, dai tempi del Concilio, le mie speranze non si sono mostrate vane, ma piuttosto si sono verificate. E oggi almeno qui dove mi trovo come vescovo di Roma con la mia responsabilità specifica non solamente della Chiesa di Roma, ma anche di tutte la Chiese, sempre di più cerco questo strumento in diversi contesti. Ci ricordiamo, io mi ricordo bene, quale aiuto ci ha portato il sinodo, così detto Olandese. Ma distinguiamo bene, perchè c’era un altro sinodo così detto “olandese” che poi faceva paura a diversi episcopati. E non solo paura. E poi c’era un altro sinodo olandese sollecitato dal cardinale Willebrands che abbiamo fatto nell’ anno ’80. Naturalmente nelle sue decisioni molto contestato, ma dall’altra parte si vede come sempre fruttuoso. Monsignor Schotte ancora assiste alle riunioni del consiglio di questo sinodo specialissimo olandese, in Olanda o a Roma, un punto di riferimento per la Chiesa in Olanda. E poi negli ultimi tempi si è visto che è maturato il problema del sinodo africano di cui c’erano tante voci tante proposte.

 

Si proponeva un concilio africano, naturalmente con la finalità di trovare uno strumento per separare, dividere questa Chiesa nascente e che cresce in Africa, da Roma. Ma i nostri fratelli vescovi africani delle diverse nazionalità erano molto severi per questo progetto. Invece hanno accettato facilmente un progetto di sinodo speciale continentale, ma secondo la struttura del sinodo dei vescovi, come partecipazione loro specifica, nella collegialità. E la collegialità è sempre piena quando c’è dentro il Papa. Non dico cum Petro sub Petro, ma dentro il papa! E così adesso cerchiamo di affrontare che è ancora molto più difficile di questo africano dopo 2000 anni naturalmente, quello europeo. Ma siamo ai primi passi, abbiamo qualche speranza. E devo dire che mi vengono in mente molti altri sinodi, ma non posso esagerare.

 

In questo momento non posso non esaltare la pazienza e la resistenza del nostro segretario generale! Con tutti questi progetti di sinodi speciali e continentali non mi ha ancora mai detto: ancora uno? Ma: forse se ne dovrebbe fare ancora un altro. Ma tutto questo è una prova di come il sinodo sia diventato veramente uno strumento provvidenziale per quella che, si potrebbe dire, autorealizzazione della Chiesa. Una realizzazione guidata dallo Spirito Santo. Ma in quanto è una realizzazione realizzata da noi dalle persone umane, dalle comunità umane, è anche un’autoreliazzazione. Con questo riferimento trinitario o almeno pneumatologico.

 

Allora si vede come questo strumento esprime la tradizione apostolica la istituzione di Cristo, questa istituzione meravigliosa. Ci ha lasciato una struttura allo stesso tempo collegiale e primaziale. Primaziale e collegiale. E uno si realizza attraverso l’altro. Il primato si realizza attraverso la collegialità, e la collegialità attraverso il primato. La nostra serenità e la nostra gioia che noi sperimentiamo durante i sinodi sempre di più, questa nostra gioia proviene dalla riscoperta di questa istituzione di Cristo, istituzione apostolica. Istituzione della struttura gerarchica della Chiesa che per essere primaziale deve essere collegiale e per essere collegiale deve essere primaziale. E si vede sempre di più come questa strutture doppia è nello stesso tempo una struttura omogenea. Proveniente dallo stesso Maestro che ci ha istituito, ci ha dato la vita con la sua morte e con la sua resurrezione, con il suo mistero pasquale, ci ha dato il suo spirito.

 

Queste sono le poche parole che volevo dire per la circostanza dei 25 anni della istituzione del sinodo ringraziando lo Spirito Santo, ringraziando la Provvidenza, ringraziando il mio grande predecessore e padre che era Papa Paolo VI. Oggi possiamo ancora più apprezzare la sua lungimiranza. Era in un certo senso una decisione eroica. E costava molto.

Per tornare all’ultimo sinodo, penso che non si debbano moltiplicare le parole, si è detto già tanto in diverse circostanze, vorrei fare solo due piccole osservazioni.

 

In questo sinodo, forse non tutti lo hanno percepito c’erano due errori felici. Come c’è una felix culpa, c’è un felix error. All’inzio c’era un errore felice del cardinale Ratzinger, che secondo me avrebbe dovuto parlare sulla teologia del sinodo. Lui invece ha parlato della teologia del sacerdozio! E Grazie a Dio. E oggi per non restare dietro al cardinale Ratzinger anche io ho fatto un errore simile! Perché non so se avete ricevuto il testo, l’omelia si riferiva ad altre letture bibliche, grazie a Dio che non ci si riferiva troppo. Perché ho preso una parola che sempre si ripete in ogni liturgia eucaristica: gratias agamus...e così mi sono salvato! Così ci possono essere anche gli errori felici che aiutano a portare avanti la verità.

 

Quando si parla a Santa Marta si devono ancora aggiungere alla persone, cui abbiamo fatto i ringraziamenti, le nostre suore di Santa Marta e le loro collaboratrici. Loro portano in se il simbolo di Marta e lo spirito di Maria, ringraziamo per la ospitalità e la accoglienza e questo pranzo conclusivo che nella lingua vetero cristiana, dei primi cristiani si chiama agape, e penso che non è stato molto distante da quello che era un’ agape dei primi cristiani, dopo l’ Eucaristia. Allora arrivederci Santa Marta per un altro sinodo, o ad instar synodi.

 

 

Da :

Il mistero dei Dodici, I vescovi del mondo a tavola con Giovanni Paolo II

Tau Editrice - a cura di Angela Ambrogetti

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