Giovanni Paolo II parroco di Roma, racconta le sue sofferenze e le sue speranze

Quelle visite che coinvolgevano il quartiere e il mondo

Giovanni Paolo II nelle parrocchie di Roma
Foto: pd
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Giovanni Paolo II ha visitato quasi tutte le parrocchie di Roma. Una occasione per parlare di tutto. Anche delle sue vicende personali. Scherza, il Papa, sulla sua storia personale, e ne trae forza e insegnamento per sé e per tutta l’umanità.

E ancora una volta non sono i documenti ufficiali a presentare questa umanità di Giovanni Paolo II, ma quelle parole pronunciate all’improvviso, magari per rispondere al saluto di un gruppo di bambini di una parrocchia romana. La prima visita del vescovo di Roma a una parrocchia dopo l’attentato dell’81, inizia così.

Voi sapete bene che dovevamo fare quell’incontro il giorno 24 maggio, 24 maggio, ma non la facevamo. Lo facciamo in ottobre dopo 5 mesi, perché ci voleva un po’ di pioggia. E oggi abbiamo questa pioggia che simboliza, simbolizza la fertilità della terra. E lo si sa, specialmente, nei paesi dove manca la pioggia, per esempio nei paesi africani. Lo si sapeva anche nella Terra Santa, nella Palestina, dove mancava la pioggia molte volte. E per questo incontriamo nei profeti, nella Sacra Scrittura del Vecchio Testamento molte volte la preghiera par la pioggia. La pioggia non solamente simbolizza ma anche realizza. Realizza la fertilità della terra. La stessa pioggia si può capire come un simbolo di una altra fertilità, fertilità del cuore umano, fertilità della vita spirituale, fertilità che proviene dalla Grazia. Ecco, la pioggia simbolizza la Grazia, la grazia di Dio.

E così nella parrocchia di Gesù Divin Lavoratore Giovanni Paolo II racconta il significato del lavoro. Non tanto e non solo quello fisico o quello intellettuale, ma quel lavoro che si compie all’interno di ognuno di noi. E ne parla con i giovani.

Vorrei dirvi che per me quell’incontro è un piacere e una gioia. E’ una gioia, gioa profonda, gioia di vedere i i giovani, di incontrare i giovani, di sentire i giovani, di sentire le vostre voci cantanti, parlanti, ma di sentire ancora, tramite le voci cantanti e parlanti, quello che parla dentro, la vostra fede, la vostra giovane spiritualità, direi opera, nascosta ma molto reale dello Spirito Santo che opera nei vostri cuori. Questa parrocchia porta il nome di Gesù Divino Lavoratore. Io penso che la maggioranza di voi sono gli studenti delle scuole superiori, delle università. Forse alcuni fanno già un lavoro professionale. Certamente quando si studia nella scuola si fa anche un lavoro. Non possiamo qualificare lavoro secondo le professioni, intellettuali o manuali, sono diversi lavori. Ma io nella circostanza di questa visita nella parrochia che porta il nome Divin Lavoratore vorrei attirare la vostra attenzione soprattutto su un lavoro che direi più importante di tutti gli altri.  Se tutti gli altri lavori hanno un oggetto fuori di noi, esiste anche, anzi è necessario, un lavoro che ha per oggetto noi stessi, dove noi siamo i lavoratori del nostro soggetto, del nostro io, della nostra umanità, della nostra personalità umana e cristiana.

Ma Giovanni Paolo II non si rivolge solo a Roma. Si rivolge al mondo intero. Come quando ai giovani nella parrocchia di S. Dorotea in Trastevere spiega cosa vuol dire volere la pace. E’ il 17 febbraio del ‘91. La Guerra del Golfo coinvolge il mondo intero, e le parole del papa sgorgano dal cuore preoccupato del pastore universale.

Tanti vogliono essere strumenti, strumenti della pace. L’uomo non è troppo disposto di essere strumento, lui vorrebbe essere autonomo, sovrano, di essere strumento, ma qui si vede che cantano con entusiasmo che vogliamo essere strumento della tua pace, seguendo una grande tradizione di s. Francesco. Ecco, appunto, sono i francescani. Allora la sua tradizione è qui presente anche nelle sue parole. Strumento della pace. Gesù ha detto diversamente ma nelle parole della sua predica della montagna, otto benedizioni: benedetti gli operatori della pace, operatori della pace. Ma lo stesso Gesù sì, si è fatto strumento, strumento di Dio, strumento della nostra redenzione, della nostra salvezza eterna. Allora, essendo sovrani, essendo autonomi, essendo persone, possiamo essere anche strumento di un bene come di una verità, di un bene che è maggiore di noi, maggiore di noi. Anzi, questo fa la nostra dignità! Quando ci dedichiamo a una finalità, a uno scopo che è maggiore di noi, che è superiore, e che serve agli altri come adesso possiamo dire questo bene è la pace, che può servire al bene dell’umanità. Giusta pace, certamente. Noi non vogliamo, noi non siamo pacifisti, non vogliamo pace ad ogni costo. Pace giusta, pace in giustizia, pace sempre opera della giustizia, opus iustitiae pax. Ma dall’altra parte è anche frutto, frutto della carità, dell’amore, e non si arriva alla pace se non attraverso l’amore.

Ma qual’è la parrocchia del papa? Il mondo, come dice lui stesso nel 1985, nella comunità romana di S. Gregorio Barbarigo.

Il Papa è un po’ parroco di Roma, un po’ parroco della chiesa universale, un po’ così. Allora dobbiamo determinare questa parrocchia, e vi invito, vi invito in anticipo a tutte le parrocchie possibili che si richiamano al Papa.

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