I domenicani, anticipatori della modernità

Una immagine di domenicani
Foto: domenicani.net
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L’accordo Cina – Santa Sede ha oggi portato alla ribalta l’annosa questione dell’interferenza dei governi sulla nomina dei vescovi, e si sono fatti paralleli con il Concordato con Napoleone del XIX secolo. Ma la verità è che, al tempo di Napoleone, la cosa veniva anche in qualche modo accettata. Tranne che da un domenicano, Henri-Dominique Lacordaire.

Il fatto che fosse un domenicano ad anticipare quello che poi sarebbe divenuto pensiero comune all’interno della Chiesa non deve sorprendere. Furono i domenicani i precursori dei diritti umani, con la Scuola di Salamanca e il geniale Francisco de Vitoria, citato anche da Benedetto XVI nel suo discorso alle Nazioni Unite. E da quella scuola di Salamanca venne anche Tomas de Mercado, che affrontò – nomen omen – il tema del mercato che si era aperto con il nuovo mondo. Ma, a guardare ancora indietro, c’era già Caterina da Siena che si appellava ai governanti con piglio deciso e temi moderni. E c’era Tommaso d’Aquino che, tra le tante cose, ha aperto la strada al concetto delle limitazione del governo.

Un patrimonio tutto da scoprire, che è stato sviscerato in un convegno, “Libertà, Virtù e la Buona Società: il contributo domenicano”, lo scorso 4 dicembre. Organizzato dall’Acton Institute, il convegno è la naturale prosecuzione di un percorso cominciato nel 2017, quando si andò a vedere il contributo dei gesuiti. E mostra come, davvero, al di là di tutti i pregiudizi, le menti della Chiesa cattolica avessero compreso le grandi sfide prima di tutti.

Henri-Dominique Lacordaire è colui che ha ricostituito l’Ordine Domenicano in Francia dopo la Rivoluzione. Ma – ha spiegato Samuel Gregg, direttore dell’Acton Institute – il suo contributo maggiore ha riguardato proprio i rapporti tra Stato e Chiesa. Perché padre Lacordaire non era un gallicano, non voleva una Chiesa francese opposta a quella vaticana. Al contrario.

Così, nel 1830, Lacordaire criticò lo stipendio dato ai sacerdoti francesi dal governo, perché erano “predati dai nostri nemici, da quanti ci trattano come ipocriti o imbecilli, e da quelli che sono persuasi dal fatto che la nostra vita dipenda dai soldi”.

Lacordaire non era sganciato dal tempo in cui viveva. Comprendeva la necessità di una separazione tra Chiesa e Stato, e di una sana laicità. E voleva che questa laicità non si traducesse nel controllo dello Stato sulla Chiesa.

Samuel Gregg nota “un forte parallelo tra il punto di vista di Lacordaire e gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sui vescovi”. Secondo il Concordato del 1801, lo stato francese controllava le nomine dei vescovi cattolici in Francia, e il Papa poteva confermare o rifiutare, ma “Lacordaire sosteneva che si doveva porre fine a questa pratica se la Chiesa voleva essere davvero libera. E, al tempo, era una proposta particolarmente radicale, perché molti cattolici accettavano semplicemente la pratica come normale, e anche molti governi non cattolici suggerivano che avevano un ruolo nella nomina dei vescovi cattolici”.

Un passo indietro nel tempo. Dopo la scoperta delle Americhe, sono due i tipi di problemi che si devono affrontare: come considerare i popoli indigeni? E come gestire il nuovo mercato che nasce con la scoperta di nuovi, e ricchissimi territori?

In entrambi i casi, furono i domenicani ad affrontare i problemi. I diritti umani nacquero nella scuola di Salamanca, dove operava anche un altro geniale domenicano, Tomas de Mercado. E fu quasi forzato dagli eventi ad occuparsi del tema del mercato, ha spiegato il professor Jay Richards, della Scuola di Business dell’Università Cattolica d’America.

De Mercado – ha raccontato Richards – fu portato a parlare di economia dal fatto che oro e argento cominciarono ad entrare nei mercati europei non molto dopo il viaggio di Colombo, e, a partire dal 1535 questo arrivo massiccio dei metalli preziosi arricchì il Regno di Castiglia, fino ad esplodere a creare una inflazione senza precedenti, con i prezzi che raddoppiarono due volte in un secolo, presentando “un nuovo set di questioni economiche e morali per la scolastica spagnola”.

Si era compreso che la domanda faceva crescere il prezzo, ora avevano anche compreso che la presenza di denaro in circolazione colpiva i prezzi. E fu lì che intervenì de Mercado, e lo fece in maniera del tutto originale, partendo dalla legge naturale e dalla filosofia, ma arrivando anche a dare consigli pratici ai mercanti. Era un modo di legare l’economia all’etica non distante da quello della moderna dottrina sociale.

Ancora un passo indietro: Tommaso d’Aquino è stato precursore di moltissime cose, e ha posto le fondamenta della moderna teologia. Ma in pochi hanno visto nella sua filosofia politica una apertura verso l’idea di n governo limitato che – ha spiegato Martin Rhoneimer - “è una idea specificamente moderna”, perché “prevede la convinzione che, per prevedere l’abuso del potere di Stato e di proteggere i diritti dei cittadini, specialmente i loro fondamentali diritti alla libertà, i governi devono essere limitati e controllati da restrizioni legati dello Stato che allo stesso tempo è controllato da un potere giudiziario indipendente, che segue la legge”.

Ora, ovviamente, questo era un tema che Tommaso d’Aquino non toccava direttamente, anche per via del fatto che “Tommaso crede che il nostro bisogno di un governo è in pieno accordo con la natura”, e che ‘idea di legge naturale “contiene l’idea che gli esseri umani hanno un codice morale e diritti che vengono indipendentemente dall’ordine costituito e dal governo”. Eppure, Tommaso d’Aquino “ha posto alcuni mattoni cruciali al moderno costituzionalismo”, inclusa l’idea delle limitazione del potere del governo, che viene proprio da “un determinato accordo costituzionale nella forma di una costituzione che sia un misto di elementi monarchici, aristocratici e democratici”.

Suor Catherine Droste ha invece parlato di Santa Caterina da Siena, la quale ha “combinato il governo, il bene comune, la giustizia alla creazione alla redenzione”, chiedendo ai leaders civili di avere la virtù della giustizia”, che però “è insufficiente da sola, ma deve essere connessa con la più alta virtù della religione”. Ed è un tema cruciale, quasi non considerato oggi. Perché invece la fede è vista come un ostacolo alla giustizia.

 

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