I Pontefici a Santa Croce a Firenze, un abbraccio alla città e un appello all'Europa

Paolo VI dopo l'alluvione e Giovanni Paolo II in dialogo con i giovani

La messa di Natale del 1966 di Paolo VI a Firenze
Foto: www.meteoweb.eu
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Papa Francesco non potrà recarsi come previsto a Firenze e non celebrerà la messa a Santa Croce, ma negli ultimi decenni la basilica ha ricevuto la visita di due Pontefici.

In epoca moderna nel 1966 alla vigilia di Natale Papa Paolo VI, dal sagrato della basilica che era stata semi sommersa dall’alluvione del 4 novembre precedente.  Una vista da “amico e fratello” accompagnato dal sindaco Piero Bargellini. 

Un saluto commosso, disse il Papa “Lo esprimiamo qui dov’essa ha sofferto di più, dove le sue glorie storiche sono più documentate e più offese dall’immane alluvione, e dove il Popolo fiorentino, questo caro Popolo fiorentino, merita maggiormente il Nostro paterno interesse.(…) Vorremmo, o Fiorentini, potervi tutti singolarmente salutare, tutti consolare, tutti beneficare! Ma siccome ciò non Ci è materialmente consentito, supplisca il Nostro augurio, da Lei, Signor Sindaco, così bene ricordato; l’augurio da cui ogni bene, ogni conforto, ogni speranza Ci possiamo ripromettere, l’augurio che deve far risorgere questa Città più bella, più buona, più unita di prima: buon Natale, Fiorentini, buon Natale! buon Natale!”

Venti anni dopo fu san Giovanni Paolo II, era  il 19 ottobre 1986, ad incontrare a Santa Croce migliaia di giovani per recitare con loro l’Angelus.

Non fu solo un saluto ma un vero dialogo con i giovani che di dialogo tra le generazioni volevano parlare con il Papa. “Dialogare è fatica! - disse il Papa- Lo è già all’interno della famiglia tra voi e i vostri genitori. Per differenza di mentalità, per mancanza di tempo, per personali tensioni irrisolte, i genitori a volte non possono o non sanno ascoltarvi e capirvi, ma forse anche voi non potete fare lo stesso: ascoltare, capire i vostri genitori. l”.

Perfettamente attuale rimane anche il riferimento al dialogo fuori dalla famiglia: “quante incomprensioni nell’ambito della scuola, del lavoro, del quartiere; quante prevenzioni, quanti pregiudizi! Il risultato è non di rado il gelo dell’indifferenza, l’amarezza della solitudine e dell’incomunicabilità. In Occidente come in Oriente il cuore di molti giovani muore di abbandono. Sì, gli abbandoni umani sono una delle ferite più profonde del nostro tempo. Si deve pensare ai giovani ma si deve pensare anche all’abbandono degli anziani, tanti anziani. Forse c’è una possibilità di chiedere una nuova alleanza: anziani-giovani; giovani-anziani. Io ho già assistito ad esperienze simili, molto fruttuose per le due parti”.

 

La “ricetta” che indicava Giovanni Paolo II era l’amore: “il dialogo esige, in via preliminare, l’apertura e l’accoglienza verso l’altra parte nell’ascolto sincero dei suoi problemi e delle sue ragioni. Il dialogo esige inoltre che ciascuno accetti la differenza e la specificità dell’altro, pur senza rinunciare a ciò che sa essere vero e giusto; esige, in particolare, la ricerca di ciò che è e resta comune agli uomini, anche in mezzo a tensioni, opposizioni e conflitti. Dialogo vuol dire, dunque, vedere in ogni essere umano il proprio prossimo e condividere con lui la responsabilità di fronte alla verità e alla giustizia. E allora vediamo che questa parola dialogo non può essere messa in pratica in realtà senza seguire quel centrale comandamento del Vangelo: il comandamento dell’amore per il prossimo”.

Anche in questo caso l’insegnamento del Papa è chiaro: “Ridare forza alla voce della coscienza, questa è la prima e fondamentale esigenza per realizzare una vera crescita umana. E questo è anche il contributo principale che potete e dovete recare al mondo. Ecco allora, dice il Papa, “ se volete veramente contribuire alla soluzione dei problemi di questo mondo diviso, voi dovete imparare da Cristo a orientare la vostra vita secondo la logica del dono. Imparate questa parola, meditatela. Con questa logica e solamente con questa si può “essere più”. L’altra possibilità è quella di “avere di più”. Ma questa è contraria alla logica del dono ed è anche contraria all’essere uomo secondo la misura di Cristo”.

E il rapporto fecondo tra Vangelo e cultura è una delle strade per il cambiamento perché “ il cristianesimo non mortifica i valori autentici di nessuna cultura”. E c’è anche il rapporto con la natura che l’uomo tratta non di rado “in modo egoistico, distruggendone molte ricchezze, deturpandone le attrattive e inquinando l’ambiente naturale in cui è chiamato a vivere. È necessario che l’uomo torni a guardare alla natura come a oggetto di ammirazione e di contemplazione, vedendovi lo specchio dell’amore del Creatore. (…)La natura è un libro. L’uomo deve leggerlo, non imbrattarlo. Nelle sue pagine v’è un messaggio che attende di essere decifrato: è un messaggio d’amore con cui Dio vuol raggiungere il cuore di ciascuno per aprirlo alla speranza”.

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