Il Cardinale Koch spiega passato e futuro del dialogo ecumenico

Una conferenza a Chambesy dello scorso 16 dicembre mostra i passi fatti nel cammino ecumenico. E quelli ancora da fare

Il Cardinale Kurt Koch durante la conferenza a Chambesy il 16 dicembre 2019
Foto: christianunity.va
Facebook Twitter Google+ Pinterest Addthis

Da un “simbolo di divisione” a un “simbolo d’amore”: il Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, spiega così lo storico gesto della reciproca revoca delle scomuniche tra Chiesa Cattolica e Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli. Un evento durante il quale “i più alti rappresentanti delle due Chiese hanno sollevato dalla memoria e dall’ambiente della Chiesa gli anatemi reciproci del 1054, perché non fosse un “ostacolo al riavvicinamento della carità”.

Quell’evento avvenne il 7 dicembre 1965, e quest’anno se ne celebrerà il 55esimo anniversario. E quell’evento è la chiave per comprendere in che modo va avanti l’ecumenismo. Il Cardinale Koch ha fatto, della situazione, una ampia disamina storica con uno sguardo al futuro in una conferenza che ha tenuto a Chambesy, nella sede del Patriarcato ecumenico in Svizzera, lo scorso 16 dicembre. È una conferenza importante, perché permette di fare il punto della situazione e guardare al futuro.

Il Cardinale Koch parla dei due scismi che hanno scosso l’unità della Chiesa: la divisione della Chiesa tra Oriente e Occidente nell’XI secolo e poi l’altra divisione interna alla Chiesa di Occidente del XVI secolo. Sono queste le scissioni che hanno “scalfito la tunica inconsutile di Cristo”.

Lo scisma ad Oriente è avvenuto in due fasi. Prima quello del Concilio di Calcedonia del 451, che portò alla separazione tra Chiesa e impero, e che portò alla costituzione delle Chiese Ortodosse di Oriente. Sono le Chiese che non accettano il Concilio di Calcedonia, il quarto concilio ecumenico, e sono per questo chiamate “Chiese dei primi tre concili ecumenici.

Sebbene sia difficile separare le questioni politiche da quelle religiose, il tema teologico fu dato dalla questione della natura. Ovvero che Cristo, vero Dio e vero uomo, è una persona con due nature. Ma le Chiese orientali non compresero la formula “due nature” e credettero che si parlasse di due soggetti di Cristo, presentando dunque una dottrina che identificava due figli.

Ma già nel 1971 – ricorda il Cardinale Koch – alla “prima consultazione del Pro Oriente a Vienna, cui parteciparono anche le Chiese Ortodosse Orientali e in cui si dibatté del grande conflitto suscitato dal Concilio di Calcedonia, si arrivò a un grande consenso sulla fede in Cristo e la constatazione che la terminologia teologica comprendesse delle differenze”.

Da lì, un dialogo fruttuoso, che portò, sempre nel 1971, Paolo VI e il patriarca Ignatius Zakka I Iwas, di Antiochia e di tutto l’Oriente si incontrano e rilasciano una dichiarazione comune in cui si legge che “non c’è fondamento reale a queste divisioni e scismi che si sono prodotti tra le due Chiese per quanto riguarda la dottrina dell’incarnazione”.

Seguirono poi altri incontri e dichiarazioni, e il Cardinale Koch ricorda in particolare quella di Paolo VI con il patriarca copto ortodosso Shehouda III nel 1971; quella di Giovanni Paolo II e il Catholicos armeno Karekin I nel 1996; e quella di Giovanni Paolo II e il Catholicos Aram I di Cilicia nel 1997. Così, “1500 anni dopo il Concilio di Calcedonia, queste dichiarazioni comuni hanno permesso di risolvere le differenze cristologiche tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali”.

Queste hanno anche una commissione teologica mista, che ha cominciato le attività nel 2003 ma che ancora non ha affrontato la questione cristologica.

M gli incontri e i passi avanti dimostrano che “la piena comunione della Chiesa – afferma la guida del dicastero ecumenico – si mostra soprattutto in sei ambiti: lo scambio di lettere e di visite, Sinodi e Concili per risolvere i problemi di dottrina e di disciplina, preghiere e altre pratiche liturgiche, venerazione dei santi e dei martirii comuni, sviluppo del monachesimo in tutte le Chiese e pellegrinaggi ai santuari delle differenti Chiese”.

Al momento, si sta soprattutto affrontando “la questione della teologia dei sacramenti, per poter infine affrontare i problemi ecclesiologici e soprattutto la questione del primato del vescovo di Roma, con obiettivo quello di superare la divisione”.

In questo cammino di dialogo, c’è anche quello intrapreso con la Chiesa assira d’Oriente, che in realtà accetta solo i primi due Concili Ecumenici. Giovanni Paolo II e il Patriarca Mar Dinkha IV hanno rilasciato una dichiarazione comune nel 1994, in cui si riconosceva che le divisioni che avevano avuto luogo “in buona parte erano basate su fraintendimenti” e si riaffermava l’impegno a superare le divisioni, che ha portato alla pubblicazione, nel 2017, di una “Dichiarazione comune sulla via sacramentale”.

Quindi, c’è la questione dello scisma d’oriente del 1054. E qui il Cardinale Koch fa risalire la ripresa del dialogo al viaggio a Gerusalemme di Paolo VI il 5 e 6 gennaio del 1964, che portò poi alla revoca reciproca delle scomuniche. Era la prima parte del dialogo, il dialogo della carità.

Ma “il dialogo della carità e il dialogo della verità non possono essere semplicemente considerati parte di due tappe successive”, perché – spiega Koch – il “dialogo della verità non può essere intrapreso senza dialogo della carità”.

Certo, i temi si sono moltiplicati, specialmente dopo il crollo del blocco sovietico, che ha riportato alla luce una serie di confessioni rimaste in diaspora o nelle catacombe.

Così, dallo stabilimento del dialogo cattolico ortodosso, aperto nel 1979 da Paolo VI e il Patriarca Dimitrios I, ci sono state larghe convergenze tra il 1980 e il 1990, con un picco nel 1982, quando all’incontro di Monaco si pubblicò il cosiddetto “Testo di monaco”, vale a dire il documento sul “Mistero della Chiesa e dell’Eucarestia alla luce del mistero della Santa Trinità”, che rispondeva alla questione della comprensione teologica della Chiesa.

Però, nota il Cardinale Koch, il dialogo ha avuto poi un a sorta di battuta di arresto tra il 1990 e il 2000, dato anche il nuovo contesto dato dalla caduta del Muro di Berlino, che ha portato Chiese precedentemente nelle catacombe alla luce e ravvivando una polemica con il mondo ortodosso che non si era mai sopita riguardo l’uniatismo.

Il documento di Balamand del 1993, in cui si stabiliva che l’uniatismo è un metodo che non va più applicato nella ricerca della piena comunione, non aveva comunque sopito il problema.

Il dialogo fu ripreso nel 2006, con l’incontro di Belgrado, che ha portato poi all’incontro di Ravenna nel 2007, che chiarì i concetti di “conciliarità”, “sinodalità” e “autorità” e come questi si attualizzano in tre livelli della vita della Chiesa: a livello locale, a livello regionale a livello universale.

Il Cardinale Koch nota che il documento rappresenta un “progresso importante nel dialogo ortodosso cattolico”, perché ha portato anche alla dichiarazione di entrambe le parti che la Chiesa ha bisogno di un protos a tutti i livelli. Ma le conclusioni di Ravenna non sono state accettate dal Patriarcato di Mosca, che, per ragioni intra-ortodosse, ha pubblicato il 26 dicembre 2013 una propria dichiarazione sul primato a livello universale della Chiesa.

Ora, spiega il Cardinale Koch, si sta lavorando sul tema “Verso l’unità della fede”, questioni teologiche e canoniche”, non dimenticando il lavoro in corso su Primato e Sinodalità nel secondo millennio, che fa seguito al documento sul primo millennio firmato a Chieti nel 2016.

Cosa può succedere ora? Il Cardinale Koch ricorda che “la massima richiesta che la Chiesa cattolica può chiedere all’ortodossia sarà di domandare il riconoscimento del primato del vescovo di Roma in tutte le dimensioni che sono state a lui attribuite dal Concilio Vaticano I, e, di conseguenza, di chiedere alle Chiese ortodosse di aderire alla pratica del primato, come è stato nel caso delle Chiese cattoliche orientali unite a Roma”.

A loro volta, le Chiese ortodosse possono al massimo “chiedere ai cattolici di dichiarare che la forma ecclesiologica specifica del Secondo Millennio, che culmina nella dottrina del primato del Concilio Vaticano I, fu un errore, e quindi domandare di rinunciare a tutte le dichiarazioni dottrinali che ne conseguono, a cominciare dal filioque nel Credo fino ai dogmi mariani del XIX e XX secolo”.

Sono estremi, dice il Cardinale Koch, mentre ci sono dei passi intermedi da fare. Per esempio, la Chiesa cattolica deve ammettere che “nella vita delle sue strutture ecclesiali non ha ancora sviluppato il livello di sinodalità che sarebbe teologicamente possibile e necessario”, mentre le Chiese ortodosse sono chiamate a riconoscere grazie al dialogo ecumenico che “un primato non è solamente possibile e teologicamente legittimo a livello universale della Chiesa, ma anche necessario”, dato che le tensioni interne all’ortodossia “lasciano intendere che sarebbe utile riflettere su un mistero di unità a livello universale”.

Ti potrebbe interessare