Il "ministro degli Esteri" vaticano: “La pace non è solo un cessate il fuoco”

L'arcivescovo Gallagher parla al simposio sugli operatori di pace organizzato dalla Cattedra Gaudium et Spes, Pontificia Università Lateranense, 28 febbraio 2019
Foto: AG / ACI Stampa
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“Fare la pace” non è solo arrivare ad un cessate il fuoco, né riguarda solo i problemi dell’uso della forza, ma chiede piuttosto la necessità di prevenire le cause che possono scatenare, divisioni, conflitti e guerre. Lo dice l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, in un intervento al seminario di studio “Formare gli operatori di pace”.

Il seminario è organizzato dalla Cattedra “Gaudium et Spes” del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della famiglia, ed entra nel solco dell’ultima iniziativa della “Università del Papa”, ovvero l’istituzione di un Corso di Laurea in Scienze della Pace. Nel suo intervento, l’arcivescovo Gallagher nota che “la pace si limita a garantire un precario cessate il fuoco o a proteggere la popolazione civile (ed è già un grande risultato), dimenticando che per fare la pace è necessario un apporto complesso e dinamico”, dato che la cultura di pace “non si può limitare solo ai problemi” riguardanti l’uso della forza o il disarmo e la lotta al terrorismo cui gli Stati sono tenuti, ma chiede piuttosto “lo sforzo di prevenire le cause che possono scatenare divisioni, conflitti e guerre”.

Il “ministro degli Esteri” vaticano sottolinea che la vera pace va costruita su “principi etici, condotte morali coerenti e atteggiamenti capaci di riconoscere l’uomo come origine e fine di ogni azione”, ma questi principi vengono espressi solo dopo conflitti dolorosi, mentre “dovrebbero essere fondamenti ben saldi e strutturati della vita dei popoli e tra gli Stati”.

Anche gli strumenti internazionali dovrebbero essere “usati secondo la logica della pace”, e questo si vede – aggiunge l’arcivescovo Gallagher – nell’evoluzione del diritto internazionale che si registra nella attività delle Nazioni Unite, perché “la vigenza del modello ONU ha prodotto molo in termini di regolazione, applicazione e istituzionalizzazione del divieto di usare la forza per risolvere ogni contrasto tra gli Stati o per creare situazioni di fatto”.

Ma è lo stesso modello spesso violato, forse perché gli Stati accettano la normativa, ma non i popoli, i gruppi, le persone, e allora va regolamentato l’uso della forza, un “altro apporto che una cultura di pace può esprimere, magari influenzando l’azione delle istituzioni della Comunità internazionale, che pur essendo costruite su un tale obiettivo non riescono ad imprimerlo nella condotta degli Stati”.

Per questo è necessaria una cultura di pace, che “può favorire che le parti in conflitto si comportino secondo le norme del diritto internazionale vigente”, e che lo facciano anche le forze impegnate in conflitti interni, “astenendosi da crimini o atti che hanno come obiettivo la popolazione civile o i feriti e i prigionieri di guerra”.

Settanta anni dopo la Convenzione di Ginevra sul diritto internazionale umanitario, quello di rispettare il diritto internazionale può “diventare un appello”, dice l’arcivescovo Gallagher, perché la Convenzione e gli strumenti che ne sono seguiti sono percepiti come deboli proprio per il fatto che ci sono conflitti sempre più sanguinosi.

L’arcivescovo Gallagher sottolinea che “la minaccia alla pace, oggi, è rappresentata non solo dai tradizionali conflitti bellici”, ma anche da altre situazioni, specialmente perché gli Stati non hanno volontà “di conferire una concreta capacità di risposta alle istituzioni multilaterali” – non sembra un caso che Papa Francesco abbia celebrato l’anniversario della nascita della Società delle Nazioni nel suo discorso di inizio anno al Corpo Diplomatico.

Il fatto che le istituzioni multilaterali hanno solamente atti di indirizzo, e non danno ordini, fa crescere “un clima di sfiducia e di contrapposizione nella vita internazionale, mentre sarebbe necessario un rinnovato impegno all’azione comune”, perché solo così si potrà rispondere alle minacce alla pace, come l’attività terroristica, le crisi economiche, i pericoli creati dal problema ecologico.

Ma tutto questo si può superare con un cultura di pace, la sola – afferma l’arcivescovo Gallagher – che “potrà garantire ad ogni persona ‘il diritto di godere della pace in modo tale che tutti i diritti umani siano promossi e protetti e lo sviluppo pienamente realizzato», come recita l’art. 1 della Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace adottata dalle Nazioni Unite nel 2016, affidandone l’applicazione alle «istituzioni internazionali e nazionali di educazione alla pace’.”

Nel suo intervento conclusivo, il professor Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia Università Lateranense, si è invece concentrato sulla “pace come bene giuridico”, e ha sottolineato che l’operatore di pace “partecipa alle missioni di pace” che “spesso si identificano solo con le missioni militari”, mentre “l’operatore di pace è colui che all’interno della missione svolge il lavoro di mediazione culturale, guarda alle cause dei conflitti e ai suoi possibili sviluppi, lavora per attivare sistemi di giustizia e transizione alla fine del conflitto”.

Uno dei temi giuridici della pace, ha spiegato ancora il professor Buonomo, riguarda il fatto che “oltre il tema della legittima difesa, dovrebbe agire una struttura internazionale, chiamata Consiglio di Sicurezza, cui gli Stati hanno conferito il compito principale di mantenere la pace e la sicurezza internazionale”, ma questo Consiglio di Sicurezza non ha possibilità di agire non perché non si discutano i temi, ma perché gli Stati spesso nemmeno partecipano alle discussioni.

La Chiesa, dal canto suo – ha continuato il rettore dell’Università del Papa– ha portato avanti un percorso, che ha avuto anche risultati: il discorso di Paolo VI alle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965, con il suo richiamo al rispetto dei patti sul tema del disarmo, ha portato alla Conferenza sul Disarmo, che si riunisce ogni giovedì a Ginevra; Giovanni Paolo II, parlando della guerra nella ex Jugoslavia, sottolineò che “bisogna disarmare l’aggressione”, un tema molto diverso dall’intervento umanitario teorizzato in alcuni casi; nel suo discorso alle Nazioni Unite del 18 aprile 2018, Benedetto XVI parlò del dovere di proteggere; e Papa Francesco ha sottolineato che “il ricorso alla forza non è uno strumento utilizzabile per risolvere i conflitti e poter avere la pace”.

Tutti passaggi che segnalano il percorso che la Chiesa ha fatto nel teorizzare il modo in cui fare la pace. E che sono alla base dell’idea della cattedra di Scienze della Pace istituita a partire dal prossimo anno accademico presso la Pontificia Università Lateranense.

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