Papa Francesco, no alla colonizzazione ideologica imposta dalle grandi organizzazioni

Papa Francesco nel suo discorso al Corpo Diplomatico
Foto: Vatican Media
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Dai venti di pace nella penisola coreana, al conflitto in Siria che rischia "di vedere solo sconfitti"; dai nuovi accordi e relazioni diplomatiche, alle difficoltà che si incontrano nel dialogo tra Stati; dalla spinta dei nuovi populismi, alla necessità di una globalizzazione attenta alle dimensioni locali: nel tradizionale discorso di inizio anno agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, Papa Francesco fa come di consueto una panoramica di tutta la situazione internazionale, determinando le priorità della diplomazia pontificia nel corso dell’anno.

Priorità che delinea in quattro punti: il primato della giustizia del diritto; la difesa dei più deboli; l’essere ponte tra i popoli e costruttori di pace; il ripensamento del nostro destino comune.

E l'atto di accusa, durissimo, è contro "l’accresciuta preponderanza nelle Organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli". Un discorso che si pone in continuità con quello dello scorso anno, quando Papa Francesco attaccò i nuovi diritti nati con il Sessantotto.  

Ma è negli anniversari che Papa Francesco sceglie di ricordare che si trovano le fondamenta del lavoro diplomatico della Santa Sede. Significativo la segnalazione del novantesimo ddei Patti Lateranensi e della nascita dello Stato di Città del Vaticano, con il quale la Santa Sede – nelle parole di Pio XI – poteva “disporre di quel tanto di territorio materiale indispensabile per l’esercizio di un potere spirituale affidato a uomini in beneficio di uomini”.

Quindi, il Papa ricorda i cento anni della nascita della Società delle Nazioni, le prime “embrionali” Nazioni Unite, che non esistono più, ma che, nelle intenzioni di Papa Francesco, stanno a dimostrare l’importanza del dialogo multilaterale, così in crisi oggi; e  il trentesimo anniversario della Convezione per i Diritti del Fanciullo, a mostrare la sollecitudine per i più piccoli, perché "gli abusi contro i minori costituiscono uno dei crimini più vili e nefasti possibili" e "la Santa Sede e la Chiesa tutta intera si stanno impegnando per combattere e prevenire tali delitti e il loro occultamento, per accertare la verità dei fatti in cui sono coinvolti ecclesiastici e per rendere giustizia ai minori che hanno subìto violenze sessuali, aggravati da abusi di potere e di coscienza".

Il Papa, poi, mostra anche attenzione per le donne con il ricordo del trentennale della lettera apostolica Mulieris Dignitatem di San Giovanni Paolo II. Quindi ricorda i cento anni dalla fondazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, a sottolineare un impegno per le condizioni dei lavoratori. Ma anche i trenta anni dalla caduta del Muro di Berlino, perché “nel contesto attuale, in cui prevalgono nuove spinte centrifughe e la tentazione di erigere nuove cortine, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra”.

Per la prima volta, l’incontro viene iniziato da un decano del Corpo diplomatico non cattolico, il cipriota ortodosso Georgios F. Poulides. Sono 183 gli Stati con cui la Santa Sede intrattiene rapporti diplomatici, ma sono solo una novantina gli ambasciatori residenti (la Santa Sede non accetta ambasciatori accreditati sia in Italia che presso la Santa Sede).

Il discorso di Papa Francesco prende le mosse dai risultati dell’anno: non solo i viaggi, i concordati e gli accordi o l’ammissione del Vaticano all’area unica dei pagamenti in euro, ma anche i passi avanti verso un rappresentante permanente in Vietnam, la difficile situazione in Nicaragua, e l’accordo confidenziale con la Cina sulla nomina dei vescovi, frutto – dice Papa Francesco – “di un lungo e ponderato dialogo istituzionale, mediante il quale si è giunti a fissare alcuni elementi stabili di collaborazione tra la Sede apostolica e le autorità civili”, e che ha portato “per la prima volta dopo tanti anni” ad avere “tutti i vescovi di Cina in piena comunione con il successore di Pietro”.

Il tema del dialogo multilaterale sta particolarmente a Papa Francesco. Il centesimo della costituzione della Società delle Nazioni è, per il Papa, occasione di ricordare l’importanza del lavoro multilaterale, premessa “indispensabile” della quale sono “la buona volontà e la buona fede degli interlocutori” .

Per Papa Francesco, è importante mantenere “un confronto sereno e costruttivo tra gli Stati”, sebbene il sistema multilaterale ha delle difficoltà dovute “all’emergere di tendenze nazionalistiche”, ma anche al fatto che lo stesso sistema multilaterale non riesce a offrire “soluzioni efficaci a diverse situazioni irrisolte, come alcuni conflitti efficaci”.

Ma il problema nasce anche dal fatto che “le politiche nazionali” sono “sempre più frequentemente determinate dalla ricerca di un consenso immediato e settario, piuttosto che dal perseguimento paziente del bene comune con risposte di lungo periodo”, mentre crescono “organizzazioni internazionali di poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli”.

Papa Francesco chiede una attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista ciò che è locale, e di superare una “globalizzazione sferica” che appiattisce le differenze e che favorisce l’emergere dei nazionalismi, per abbracciare una globalizzazione poliedrica che “favorisce una tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa, secondo il principio che il tutto è superiore alla parte”.

Prendendo le mosse dal Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2019, Papa Francesco chiede alla politica di “essere lungimirante e di non limitarsi a cercare soluzioni di corto respiro”, e poi sottolinea che "premessa indispensabile per ogni convivenza realmente pacifica, e il diritto costituisce lo strumento essenziale per il conseguimento della giustizia sociale e per alimentare vincoli fraterni tra i popoli", e per questo - e lo sottolinea con la voce - il carattere "universale, oggettivo e razionale" dei Diritti dell'Uomo "sarebbe opportuno riscoprire, affinché non prevalgano visioni parziali e soggettive dell’uomo, le quali rischiano di aprire la via a nuove disuguaglianze, ingiustizie, discriminazioni e, in estremo, anche a nuove violenze e soprusi".

Papa Francesco poi parla della necessità di difendere i più deboli, ricorda l’iniziativa “Il Papa per l’Ucraina”, chiede alla comunità internazionale di “dare voce a chi non ha voce”.

Tra le situazioni specifiche, il Papa fa ancora un appello per una risoluzione politica del conflitto in Siria, e si dice grato a Giordania e Libano che “hanno accolto con spirito fraterno e con non pochi sacrifici, numerose schiere di persone, esprimendo in pari tempo l’auspicio che i rifugiati possano fare rientro in patria, in condizioni di vita e di sicurezza adeguate”, nonché ai “Paesi europei che hanno offerto generosamente ospitalità e chi si è trovato in difficoltà e in pericolo”.

I deboli sono i cristiani del Medio Oriente, che vi si trovano da millenni e che è importante “abbiano un posto nel futuro della Regione”. Per questo, Papa Francesco auspica che “le autorità politiche non manchino di garantire loro la necessaria sicurezza e tutti gli altri requisiti che permettano ad essi di continuare a vivere nei Paesi di cui sono cittadini a pieno titolo e contribuire alla loro costruzione”.

Papa Francesco denuncia che Siria e Medio Oriente sono stati “teatro di scontro di molteplici interessi contrapposti”, e ricorda invece la possibile convivenza tra cristiani e musulmani, segnalando i due prossimi viaggi in Marocco ed Emirati Arabi Uniti.

Ma tra i deboli ci sono anche i migranti, e il Papa fa appello ai governi perché aiutino i migranti, chiedendo allo stesso tempo che “ci si adoperi perché le persone non siano costrette ad abbandonare la propria famiglia e nazione, o possano farvi ritorno in sicurezza e nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti umani”.

Papa Francesco si dice grato ai governi che hanno accolto, e in particolare alla Colombia, che ha accolto molti profughi dal Venezuela.

Uno degli obiettivi della diplomazia pontificia è quello di essere ponte tra i popoli. Il Papa guarda ai segni positivi: l’accordo tra Etiopia ed Eritrea, l’intesa sottoscritta dai leader in Sud Sudan – e Papa Francesco ha disposto lo stabilimento di un ufficio di nunziatura nel Paese. Ma ci sono anche scenari da seguire, come quello in Repubblica Democratica del Congo, e i posti in Africa dove c’è violenza fondamentalista, come Mali, Niger e Nigeria, o le tensioni interne nel Camerun.

Ma l’Africa è una speranza, per il Papa, perché ha “un potenziale dinamismo positivo, radicato nella sua antica cultura e tradizionale accoglienza”.

Infine, Papa Francesco chiede di ripensare al destino comune. Due le problematiche discusse: la questione delle armi, perché “non solo il mercato delle armi non sembra subire battute d’arresto, ma anzi vi è una sempre più diffusa tendenza ad armarsi”, sia da parte degli Stati che da parte dei singoli – e un pensiero particolare è al disarmo nucleare, che prima era auspicato, ma che ora “sta lasciando il posto alla ricerca di nuove armi sempre più sofisticate e distruttive”.

“Le relazioni internazionali – dice il Papa – non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici”.

Secondo tema è quello del rapporto con la casa comune: Papa Francesco ha dedicato al tema l’enciclica Laudato Si, ricorda che “la Terra di tutti e le conseguenze del suo sfruttamento ricadono su tutta la popolazione mondiale”, e segnala che questo sarà un tema del prossimo sinodo speciale per la Regione Pan-Amazzonica.

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