In Iraq, la fiducia è il bene più prezioso

Duhok, Campo Rifugiati di Sharia, 28 marzo 2015
Foto: Daniel Ibañez / ACI Stampa
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Io, come te.” Le parole vengono fuori in dialetto curdo, ma i gesti sono inequivocabili. La bambina di circa 10 anni che risiede con la famiglia in uno dei campi allestiti dalla Caritas nei dintorni di Erbil indica la croce che porto al collo, e mi fa capire che è anche lei è cristiana. Sembra una banalità, ma qui è importante. Perché i cristiani che sono scappati da Mosul e che si sono riversati nel Kurdistan iracheno in cerca di sicurezza non si fidano più di nessuno che non sia cristiano.

“Siamo stati traditi dai nostri fratelli musulmani,” ripetono, quasi a bassa voce, ma in maniera costante. In fondo, tutti sanno che non è un problema strettamente religioso. Ma di certo non riescono a scacciare dagli occhi il momento in cui le milizie dell’autoproclamato Stato Islamico hanno preso possesso dei loro villaggi, hanno imposto la shari’a, hanno chiesto ai “nazareni” di pagare una tassa o andare via. Il tutto, mentre i loro amici musulmani sopportavano in silenzio, senza difenderli.

Sono i volti della guerra, che è un catalizzatore di paure nascoste. La religione non era un problema, ora lo è. La necessità di chiudersi in comunità omogenee non era un problema, ora lo è.

Quello che più si fa sentire è il senso di precarietà che vivono i profughi. La bambina la incontro in un campo composto da vari container, donati dalla Conferenza Episcopale Polacca e dalla sezione polacca di Aiuto alla Chiesa che Soffre. La visita è parte del programma di una visita organizzata dal Pontificio Consiglio Cor Unum dal 26 al 29 marzo, cui ha partecipato ACI Stampa. Il campo profughi è in una struttura che un tempo era un campo sportivo per i brasiliani che arrivavano ad Erbil con l’illusione degli investimenti portati dal petrolio, e sulle insegne ci sono ancora i volti di Kakà e Ronaldinho.

La città è lontana. Non c’è una fogna, e l’acqua viene fatta scorrere in un rivolo nel centro dei vialetti dei container. Una situazione che anche il Cardinal Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha notato. “I cristiani che ho incontrato – ha detto il Cardinale in una intervista a Radio Vaticana - soprattutto ad Erbil, erano in una situazione abbastanza penosa. Vivono, infatti, in una struttura dove purtroppo i servizi e l’ambiente non sono proprio dei migliori. Abbiamo, però, ricevuto la certezza da parte delle autorità che subito dopo Pasqua saranno tutti trasferiti in un centro, dove vi sono delle roulotte, dei container adibiti a piccole case, dove credo, sotto tutti i punti di vista, la loro dignità, la loro collocazione, il loro ambiente sarà migliore. Certo, in queste strutture ‘rimediate’ e in simili forme di convivenza, le malattie aumentano soprattutto per gli anziani. Le malattie hanno afflitto e affliggono ancora la popolazione.”

Il Cardinale è stato in Iraq tutta la Settimana Santa, dopo un breve passaggio per Amman. Ha celebrato messa in una tenda ad Erbil, che è stata impiantata dalla diocesi proprio per permettere ai rifugiati di partecipare alle celebrazioni: oltre un migliaio hanno partecipato al rito, ed è una partecipazione che raccontano costante.

Prima di lui, c’era la delegazione di Cor Unum. Presto, andrà in visita anche il Cardinal Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. E forse sarà programmato anche un viaggio del Cardinal Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.

Per arrivare al campo profughi allestito al Centro Sportivo Brasiliano, si passa prima dall’Al Amal Hope Center, un edificio non terminato distribuito su tre piani. Lì, con bagni e fornelli comuni, e in case messe a posto in un modo che racconta di una vita dignitosa prima della crisi, vivono 170 famiglie. E proprio sul retro, c’è un albergo a quattro stelle, praticamente di lusso. In una immagine, l’immensa contraddizione del Nord dell’Iraq.

Perché in fondo le famiglie scappate da Mosul sono tutte parte di un ceto medio, che hanno perso tutto, ma non la dignità nel vestire, nel cercare di sistemare una casa nel modo che possono. Una situazione che accomuna anche gli yazidi.

Li incontriamo a Duhok, in un villaggio chiamato Shari’a e poi in un altro, del quale non viene riferito il nome per motivi di sicurezza. Perché lì vive una donna che è stata nelle mani dello Stato Islamico, e che poi è riuscita a scappare.

L’hanno presa il 5 agosto, probabilmente fuggiva dal campo di Mahmur, un campo delle Nazioni Unite che dal 1992 raccoglie profughi curdi. La sua famiglia è rimasta indietro perché non avevano la macchina, e insieme a lei è stato preso il marito e il bimbo, che ora ha 3 anni. Ma la ragazza è madre di un altro bambino, nato a gennaio: era incinta di quattro mesi quando è stata catturata.

“Ho 19 anni, mi sono sposata quando ne avevo 16. Ho fatto una istruzione elementare… mi sarebbe piaciuto studiare di più, ma le donne qui si sposano molto giovani,” racconta, mentre il suo bimbo più grande le gioca intorno, e suo cognato le sta accanto. Del marito, nessuna traccia, dai giorni della cattura.

“Prima ci hanno diviso tra donne e uomini, poi hanno preso le donne sposate e le hanno portate in delle case dell’ISIS, sotto una guardia costante. Il 28 agosto, una delle guardie mi ha detto che se non avessi sposato uno dei militanti, mi avrebbero tolto mio figlio. Allora la notte, approfittando del sonno delle guardie, sono fuggita,” racconta quasi tutto d’un fiato.

Del marito, nessuna traccia da allora. Lei, incinta di quattro mesi, cammina per quattro ore, finché incontra una famiglia. “Erano arabi. Mi hanno aiutato ad arrivare al checkpoint dei peshmerga curdi, e sono stata portata in questo villaggio.”

Nel villaggio ci sono madre e fratello del marito. “Siamo molto grati ai peshmerga – afferma il cognato della donna – ma ci vuole ora una forza internazionale, ci fidiamo solo di una forza internazionale che ci venga a liberare.” Di nuovo, quella sfiducia che in tempo di guerra mangia il cuore e le relazioni, e ti chiude in gruppi omogenei. Lì dove c’era il dialogo, ora c’è una rassicurante divisione in gruppi omogenei. E così, la fiducia nell’altro diventa il bene più prezioso.

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