La Croce nel fuoco: l’Ungheria e la difesa dei cristiani perseguitati

Papa Francesco con Tristan Azbej, l'ambasciatore Habsburg Lothringen e i giovani vincitori delle borse di studio del governo ungherese
Foto: Ambasciata di Ungheria presso la Santa Sede
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Una mostra con materiali provenienti dall’Iraq colpito dall’ISIS: croci rimaneggiate, stole rovinate, quaderni di bambini che non andranno mai scuola. Una città che ora si fregia del titolo di “figlia di Ungheria”. E investimenti nella ricostruzione delle città, ma anche in borse di studio (20 quest’anno) a giovani studenti che vengono da zone martoriate e che poi possono tornare a casa, per riportare quelle zone alla prosperità: sono le iniziative dell’Ungheria, che ha fatto della difesa dei cristiani perseguitati la sua politica nazionale.

Lo spiega ad ACI Stampa Tristan Azbej, Segretario di Stato per l’Aiuto ai Cristiani Perseguitati, che è stato a Roma lo scorso 10 ottobre, per presentare il film “Theirs the Kingdom of Heaven”, il viaggio di un europarlamentare ungherese e di due religiosi in Siria. Mentre il 9 ottobre si è presentata “Cross in fire”, la mostra che ha fatto da corollario alla consegna di 20 borse di studio a giovani provenienti da zone in cui i cristiani vengono perseguitati.

Azbej rivendica il fatto che il governo ungherese è stato il primo ad avere avuto un dipartimento dedicato esplicitamente alla difesa dei cristiani perseguitati, e che il conferimento delle borse di studio governative (SCYP) è cominciato due anni fa.

Questa iniziativa è stata presentata a Papa Francesco l’11 ottobre. Accompagnato da Eduard Habsurg Lothringen, ambasciatore di Ungheria presso la Santa Sede, Azbej ha spiegato al Papa che gli obiettivi della Borsa di Studio sono di rendere possibile a dei giovani, scelti direttamente dalle comunità cristiane perseguitate, di compiere i propri studi in Ungheria per poi tornare in patria. Papa Francesco ha ascoltato le testimonianze e ha detto di essere profondamente toccato da questo tipo di iniziativa e che era molto contento che l’Ungheria aiutava in questo modo tali comunità

“Devo dire che fino ad ora, cercando di guidare con l’esempio l’aiuto alle tragiche situazioni perseguitate nel mondo, non abbiamo avuto successo. Ma ora la cooperazione comincia ad avere un peso, abbiamo stretto partnerships con il governo polacco e con gli Stati Uniti”, racconta Azbej,

Non a caso, poco dopo la visita di Azbej in Italia, Mark Green di US Aid è stato in Italia, e ha incontrato anche il Cardinale Rafael Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei. Il Cardinale Sako non aveva mancato di criticare il modo in cui gli Stati Uniti avessero portato gli aiuti e di lodare la politica ungherese, votata ad aiutare le persone a rimanere.

L’Ungheria lavora anche con Jan Figel, l’inviato speciale europeo per la Libertà Religiosa nel mondo, e l’obiettivo – dice Azbej – è “di far crescere consapevolezza e sollecitare misure in Occidente per affrontare il fenomeno della persecuzione dei cristiani”, perché “il fatto che il cristianesimo sia la religione più perseguitata al mondo è un fatto poco conosciuto, eppure avviene in più di 80 nazioni e colpisce più di 250 milioni di credenti”.

Eppure – aggiunge – “le grandi organizzazioni umanitarie, la cultura occidentale, i governi cristiani non sono ancora riusciti ad affrontare questo fenomeno”. Ovviamente, aggiunge, al governo ungherese “importa di tutte le persone che soffrono o hanno bisogno, senza discriminazione religiosa. Le nostre azioni umanitarie cercano di fornire beneficio a tutte le persone che soffrono, senza discriminazione di religione. Ad ogni modo, a causa della grandezza della persecuzione dei cristiani, abbiamo voluto dedicare un programma speciale a loro”.

L’Ungheria è in cerca ora di “alleanze internazionali, è importante convincere i governi ad andare avanti al di là dei progetti”, mentre con a Santa Sede c’è un impegno di “mutua comprensione”, e l’Ungheria sta cercando di co-supportare un programma in Siria.

Intanto, prosegue l’impegno sul campo. Nel 2014, la cittadina di Telsqof è stata distrutta dallo Stato Islamico, e gli aiuti dell’Ungheria, per 14 milioni di euro, hanno permesso una ricostruzione. Per gratitudine, la città è stata rinominata Bint Al-Majar, “Figlia di Ungheria”.

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