La Santa Sede lancia la sfida umanitaria

La bandiera vaticana
Foto: Andreas Dueren / CNA
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Nel discorso di inizio anno di Papa Francesco agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, c’è un riferimento al Primo Summit Umanitario Mondiale convocato dalle Nazioni Unite. Il Summit si terrà a Istanbul, Turchia, il 23 e 24 maggio, e sarà un momento cruciale anche nello sviluppo del diritto umanitario. Un tema su cui la Santa Sede è particolarmente impegnata.

Oltre ad includere gli Stati coinvolti nel circuito ONU e moltissime organizzazioni non governative, il Summit ha avuto una “pre-riunione”, che si è tenuta a Ginevra dal 14 al 16 ottobre dello scorso anno. Si chiamava “consultazione globale”, e rappresentava la preparazione al Summit. Nel meeting, sono state delineate le cinque aree chiave di azione: dignità, sicurezza, resilienza, collaborazione e finanza. Ovvero, come migliorare la dignità delle persone soggette ad aiuto umanitario; come implementare la loro sicurezza; come creare trend umanitari positivi; come mettere le varie Ong in collaborazione tra loro; e come finanziarle.

Si tratta di un impegno di ampia portata. La battaglia della Santa Sede è quella di preservare la dignità delle persone, evitando però alcune risoluzioni diplomatiche ambigue. All’interno del concetto di “dignità umana” vengono infatti spesso inclusi i cosiddetti nuovi diritti, soprattutto in tema di ideologia gender. La Santa Sede punterà a far crescere un approccio basato sulla natura umana e sul diritto umanitario, mettendo da parte ogni tipo di ideologismo.

È l’approccio che segue da sempre. Tra i primi firmatari della Convenzione sulle munizioni a grappolo firmata a Dublino nel 2008, la Santa Sede fece inserire un diritto speciale, il diritto all’assistenza delle vittime, fino a quel momento non contemplato nei trattati internazionali. Si trattava di una innovazione del diritto umanitario, di forte impatto. In fase di negoziazione, questa innovazione fu emendata con un piccolo paragrafo aggiuntivo che prevedeva il riconoscimento a “fornire assistenza in base all’età e alla sensibilità gender delle vittime di munizioni a grappolo, e di occuparsi dei speciali bisogni dei gruppi vulnerabili”.

Ecco il modo in cui gli ideologismi si inseriscono all’interno del diritto umanitario. Parti di discussione sul tema si sono già avuti nel pre-summit di Ginevra, ed è praticamente scontato che se ne avranno di nuovo.

Ciononostante, si tratta anche di un momento importante per la Santa Sede per dare uno sviluppo al modo in cui funziona il sistema umanitario nel mondo. Di fronte al fallimento delle Nazioni Unite, che difficilmente riescono ad avere un peso nelle regioni di guerra, lo sviluppo del diritto umanitario sembra essere l’unico modo per cercare di rendere la guerra “più umana”, una utopia di cui ha parlato anche il Cardinal Pietro Parolin, segretario di Stato, commemorando l’accordo di Helsinki che diede origine all’OCSE.

Una riforma del modo in cui si presta soccorso umanitario, in un mondo caratterizzato da conflitti sempre più frammentati, sembra necessario. Ma c’è anche un di più. Ovvero la necessità di ragionare sulle conseguenze umanitarie delle guerre.

Anche in questo caso, la Santa Sede è in prima linea, e ha partecipato con interesse ai tavoli di Oslo, Nayarit e Vienna sulle conseguenze umanitarie delle armi nucleari. Il tavolo si è allargato fino ad includere anche nazioni attualmente detentrici di un arsenale nucleare, e la Santa Sede ha potuto far valere, in una articolata proposta, la sua idea di conversione. Una conversione che è conversione dei cuori, ma anche conversione degli armamenti. Non a caso la Santa Sede è tra i membri fondatori dell’Agenzia Internazionale di Energia Atomica, e si propone un approccio equilibrato sul tema nucleare: sì alla tecnologia nucleare, no alle armi nucleari.

C’è anche tutto questo retroterra nella discussione che arriva al Summit Umanitario Mondiale di Istanbul. Grande attenzione sarà data al tema delle migrazioni, come si nota dal corposo pre-rapporto preparato dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, altro organismo di cui la Santa Sede è membro. 

Così, l’apporto della Santa Sede sarà quello di orientare le coscienze degli Stati e degli stakeholders verso il bene comune, tenendo in considerazione che ci sono oggi circa 60 milioni di persone (la metà dei quali bambini), e il costo dell’assistenza è di oltre 300 miliardi.

Al di là del problema “costi-benefici”, la sfida è quella di creare un diritto umanitario che sia scevro da ideologismi e che tenga in considerazione le libertà fondamentali della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Ritornando – fanno sapere dalla diplomazia vaticana – ai diritti di prima generazione, non ai diritti di terza e quarta generazione che sono molto opinabili in discussione.

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