L'Angelus di Papa Francesco: appello per il dialogo a Gerusalemme

Papa Francesco durante un Angelus
Foto: L'Osservatore Romano / ACI Group
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Papa Francesco, lo sguardo a Gerusalemme. Mentre le tensioni nella capitale non si placano, il Papa, al termine dell’Angelus, sottolinea di “seguire con trepidazione le gravi tensioni e violenze di questi giorni e Gerusalemme” ed esprime “un accorato appello alla moderazione e al dialogo”.

Due giorni fa, due poliziotti israeliani e tre palestinesi sono stati uccisi negli scontri durante le proteste per la decisione del governo israeliano di limitare l’accesso alla Spianata delle Moschee esclusivamente alle persone con più di 50 anni di età. A quegli scontri è seguita una situazione tesa, che continua. Ad oggi, sono cinque le vittime palestinesi delle proteste, ma al bilancio vanno aggiunti anche tre israeliani accoltellati a Neve Tsuf, nei pressi di Ramallah.

Il Papa invita tutti ad unirsi nella preghiera “affinché il Signore ispiri a tutti propositi di riconciliazione e di pace”.

L’appello del Papa arriva al termine dell’Angelus dedicato alla parabola del grano buono e della zizzania, Vangelo del giorno, in un assolato mezzogiorno romano di fine luglio.

Il Papa ripercorre il brano del Vangelo, ricorda che i servi vorrebbero strappare la zizzania, mentre il padrone invita a far crescere insieme grano e zizzania, per poi separarli dopo. Il padrone – dice il Papa – è “preoccupato soprattutto della salvezza del grano”, sa che sradicare la zizzania porterebbe a sradicare anche il grano.

Spiega Papa Francesco che “con questa immagine, Gesù ci dice che in questo mondo il bene e il male sono talmente intrecciati che è impossibile separarli ed estirpare tutto il male: solo Dio può fare questo, e lo farà nel giudizio finale”.

Attualizzando la parabola, il Papa spiega che il campo rappresenta la “libertà dei cristiani”, che sono chiamati a “discernere”, e che per risolvere l’impasse di tratta di congiungere “decisione e pazienza”.

La decisione di “voler essere buon grano”, prendendo le distanze dal maligno; la pazienza è quella di preferire una Chiesa che è “lievito nella pasta, che non teme di sporcarsi le mani lavando i panni dei suoi figli”, e non invece essere una “Chiesa di puri, che pretende di giudicare prima del tempo chi sta nel Regno di Dio e chi no”.

Papa Francesco sottolinea che il Signore ci “aiuta a comprendere che il bene e il male non si possono identificare con territori definiti o determinati gruppi umani”, e che “la linea di confine tra il bene e il male passa nl cuore di ogni persona”, perché “siamo tutti peccatori. A me viene da chiedervi: chi non è peccatore alzi la mano! Nessuno, perché siamo tutti peccatori”.

“Gesù Cristo – dice il Papa – con la sua morte in croce e la sua risurrezione, ci ha liberato dalla schiavitù del peccato e ci dà la grazia di camminare in una vita nuova; ma con il Battesimo ci ha dato anche la Confessione, perché abbiamo sempre bisogno di essere perdonati dai nostri peccati”.

Papa Francesco dunque invita a non guardare “sempre e soltanto il male che sta fuori di noi”, perché questo “significa non voler riconoscere il peccato che c’è anche in noi”.

E poi, siamo chiamati a “imparare i tempi di Dio” e lo sguardo di Dio, perché a volte “grazie all’influsso benefico di una trepidante attesa, ciò che era zizzania o sembrava zizzania, può diventare un prodotto buono: è la prospettiva della speranza!”

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