Letture, torna Chesterton con i suoi "mestieri stravaganti" come cura dell'anima

Un dettaglio della copertina del libro
Foto: Lindau
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La meraviglia è dietro l'angolo, non occorre peregrinare in paesi esotici per provare emozioni forti, per provare che la vita è una sfida continua all'avvio e al banale, purché non le si resista,  purché non si pretenda di incasellarla in schemi e formule. Il paradosso è la vera chiave di lettura di ogni interazione umana, dai sentimenti alle teorie estetiche. Ed è in questa visione che si può rintracciare il volto di Dio che si manifesta in tutto il Suo amore e nella sua più totale misericordia.  

 

Ogni volta che si legge Gilbert Keith Chesterton si fa esperienza di un modo del tutto straordinario di guardare all'ordinario, ogni volta sembra di penetrare in una foresta lussureggiante colma di cose fantastiche, anche se lo scrittore ci ha semplicemente condotto all'interno di un giardino della periferia di Londra.

Per questo davvero i romanzi, i racconti, i saggi di Chesterton sono realmente una cura dell'anima,  una terapia, una boccata di aria pura che respira tra i miasmi di una letteratura contemporanea spesso ridotta a vuoto, chiacchiericcio, ripetitività amorfa. E tutto questo non è ascrivibile solo alla letteratura contemporanea. 

 

L'orizzonte oggi è basso e plumbeo. Non è certo la prima volta, non sarà l'ultima. La cupezza ideologica, la tentazione del pensiero dominante e asfittico,  e quella di ridurre l'uomo a formule, la sua felicità al semplice dominio della tecnica e della scienza erano già ben vive ai tempi del nostro scrittore. Lui le aveva individuate con chiarezza e con mano ferma e felice le colpiva. Per questo oggi ci sembra più attuale che mai. Non solo. Sentiamo, il bisogno di parole non usurati,  bensì segnate da una ragionevole speranza, dal buonumore e dalla serenità.  

 

E per fortuna, dopo decenni di colpevole dimenticanza,  negli ultimi tempi si è tornati a pubblicare la sua opera. Lo fanno molte case editrice. Tra queste, la Lindau, che qualche settimana fa ha riproposto un autentico capolavoro, che Chesterton scrisse poco più che trentenne. Si tratta del "Club dei mestieri stravaganti", sempre in grado di affascinare i lettori con le sue storie concatenate tra di loro, nella cornice di un Club, invenzione tipicamente anglosassone, anche se, in questo caso, davvero non comune. 

 

Nell'opera l'autore porta avanti,  tra le altre cose, due operazioni che hanno una forza uguale ma inversa: da una parte, vi è lo scopo, neppure tanto nascosto, di prendere di mira il gusto che sta dilagando nei primi del Novecento dall'intreccio poliziesco o comunque dell' indagine intorno ad un "mistero", un delitto,  un intrigo, seguendo metodi alla Sherlock  Holmes, il detective per eccellenza creato da Arthur Conan Doyle, tutto intelletto, osservazione, induzione, scientificità.  

 

Nel romanzo, Chesterton "smonta" il metodo, riducendo il mistero finale ad un evento quasi irrilevante, mentre è in tutto il esto che fiorisce la bellezza dell'avventura, la straordinarietà della vicenda: nell'amore, nell'amicizia, nella capacità di sorprendersi, nel rapporto con gli altri. D'altro canto, lo scrittore rivela l'ammirazione e l'influenza per i grandi romanzieri della stessa tradizione anglosassone, in, primi per Robert L. Stevenson e in effetti un'eco luminosa dei racconti delle Nuove notti arabe nel "Club" chestertoniano si sente eccome. Racconti  concatenati tra di loro, come nelle antiche Mille e una notte,  le avventure inusuali di vari, personaggi eccentrici ma in gran parte ambientate nella metropoli londinese.

 

Un modello amato, dunque, ma poi allargato, rimaneggiato, rimodellato,  esteso all'ennesima potenza. Siamo ancora lontani dalla pienezza compiuta di un personaggio come padre Brown, il sacerdote detective quasi suo malgrado,  che combatte il male proponendo a tutti ,  vittime e assassini, una nuova prospettiva di vita, quella vissuta nella fede cattolica. Ma il seme che germogliera' in queste pagine è già stato gettato.

Londra,  si citava. Nel romanzo di Chesterton ci sono descrizioni memorabili della città,  soprattutto delle sue periferie già allora sterminate, della campagna inglobata nei sobborghi, fino a creare quello strano luogo non luogo così caratteristico della modernità,  strade che sembrano terminare da nessuna parte,  edifici torreggianti in mezzo alla sterpaglia,  case che stanno per assumere le sembianze inquietanti dei palazzi a molti piani, anonimi; campi  che sembrano giardini, giardini che sconfinano nei campi: il ritratto della metropoli del ventesimo secolo. 

 

Ma anche in questo paesaggio inurbato a forza, in cui l'uomo sembra sempre sul punto di perdere se stesso,  l'incredibile accade, l'impossibile si manifesta, il miracolo diventa quotidiano. Dio non segue le strade segnate, ricava il frutto dal ramo secco, mentre l'albero carico di frutti può,  da un momento all'altro, diventare legno da ardere, privo di linfa. Chesterton invita ad affidarsi a questo misterioso intrico di vie sconosciute, a seguire i ghirigori mentali di un detective improbabile, un ex giudice vagamente mistico, Basil Grant, insieme al fratello Rupert, parodia evidente del mitico Sherlock.  

 

Le sei storie ruotano attorno a personaggi bizzarri, imprevedibili,  che si sono inventati un mestiere stravagante, appunto, non un hobby, ma proprio un lavoro con cui campare. E tutti si ritrovano in una girandola di avvenimenti inesplicabili,  a prima vista, ma rapidamente resi comprensibili. Vite e storie sullo sfondo  di  una Londra buia e nascosta, che si apre, all'improvviso,  alla felicità.  

 

Gilbert K.Chesterton,  "Il Club dei misteri stravaganti", Lindau editrice, pp.200, euro 17

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