Migranti, giovani, unità politica: la CEI dopo il voto

Il Cardinale Bassetti legge l'intervento conclusivo del Consiglio Permanente di primavera della CEI
Foto: AG / ACI Stampa
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Una “società da pacificare”, un “Paese da ricucire” e una “speranza da ricucire”: questa l’analisi del Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, al termine del Consiglio Permanente di primavera.

È il primo Consiglio Permanente con la nuova formula, senza una prolusione all’inizio, ma con le conclusioni del Cardinale davanti al “parlamentino” dei vescovi, e una conferenza stampa del vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, subito dopo.

Il Cardinale Bassetti fa una disamina della situazione. Parla del tasso di disoccupazione giovanile, della povertà delle famiglie, il senso di abbandono delle periferie, ma anche dell’ “inadeguatezza della politica tradizionale” che crea “disaffezione profonda e diffusa”.

Per far ripartire l’Italia – dice il presidente dei vescovi – c’è bisogno di una “visione ampia, grande, condivisa”, un “progetto Paese che consenta di elevarsi sul piano della cultura solidale”.

La CEI rilancia “l’invito al dialogo sociale, al dirsi le cose in maniera trasparente e costruttiva”, partendo dalla bellezza della “Carta Costituzionale”, i cui principi non sono “astratti”. 

“I partiti oggi hanno non solo il diritto, ma anche il dovere di governare e orientare la società”, e l’auspicio dei vescovi è che il Parlamento esprima “una maggioranza che interpreti non soltanto le ambizioni delle forze politiche, ma i bisogni fondamentali della gente”.

Ma non si è parlato solo di elezioni: si è parlato anche  del Sinodo per i giovani della lettera alle parrocchie per la riflessione sul tema del’immigrazione.

E si è parlato dell’iniziativa per i Paesi del Mediterraneo lanciata dal Cardinale Bassetti allo scorso Consiglio Permanente, annunciata al termine degli incontri bilaterali in occasione dell’anniversario dei Patti Lateranensi, e calendarizzata al 2019 dallo stesso Cardinale alla presentazione del progetto “Ospedali aperti”.

Il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della CEI, ha però preferito guardare più in là, sottolineando che non c’è ancora una data, e che l’iniziativa per i Paesi del Mediterraneo deve arrivare al termine di un percorso ed essere parte di una serie di iniziative concrete. Per questo, anche parlare di “una possibile data” non è opportuno ora, e nemmeno di un luogo, perché si è pensato anche ad un posto diverso dall’Italia, come Beirut, in Libano. 

La lettera alle parrocchie della Commissione Episcopale per le Migrazioni ha invece il senso – dice il vescovo Galantino – di “ringraziare le nostre comunità per la grande generosità con la quale si stanno impegnando nel tema della accoglienza e della integrazione”, a 25 anni dal documento “Ero forestiero e mi avete ospitato”. Prima della pubblicazione, la lettera sarà emendata.

Dal tema migrazioni alla politica il passo è breve. L'analis del segretario generale della CEI parte dal dato di fatto che “i cattolici sono separati come associazionismo organizzato”, e questi sono i frutti di un trend che “esisteva già”, ma non significa che i vescovi hanno perso le elezioni perché “non è il ruolo dei vescovi definire i nomi dei partiti né indicare i simboli”.

I vescovi hanno piuttosto preso atto “di una insufficiente preparazione e sensibilità anche politica nei nostri ambienti”. Ma la Chiesa non è rimasta sconfitta, nemmeno sul tema delle migrazioni, perché l’accoglienza è “scritta nel Vangelo, non nei programmi politici”. E, per fugare ogni dubbio, il vescovo Galantino sottolinea che “l’assistenza delle nostre Caritas è al 60 per cento rivolto a famiglie italiane, al 30 per cento a immigrati e a famiglie miste per una piccola quota”.

Ma il punto non riguarda solo questo tema, dice il segretario generale dei vescovi. “Vogliamo - afferma - soluzioni che vadano a favore del disagio grosso che ha espresso questo voto. Questo è il problema serio. È importante che chiunque sia stato investito in questo mandato governi rispondendo realisticamente ai bisogni dai quali è nato il cosiddetto ‘voto di protesta’.

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