Misericordioso e giusto, il volto del Padre nelle riflessioni di un giudice rotale

La copertina del libro
Foto: Tau editrice
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Di commenti più o meno teologici sulla “Misericordia” durante l’Anno Giubilare ne sono stati fatti molti negli ultimi mesi, ma una riflessione per i sacerdoti fatta da un giudice della Rota Romana è qualcosa di molto specifico. Diritto e vita vissuta si intrecciano con la spiritualità. "Misericordioso e giusto. Il vero volto del Padre" edito da Tau nasce dal riflessioni con il clero diocesano nell' Anno della Misericordia.

Monsignor Amenta, la Sua riflessione parte dalla vita vissuta o più dal diritto canonico?

Da ambedue. Come Lei ha ben intuito, nella mia vita la spiritualità sacerdotale si intreccia – direi indissolubilmente – con le mie esperienze di vita dedicata per la maggior parte allo studio ed all’applicazione del diritto ecclesiale nella Curia Romana. Di conseguenza, accettare l’invito a parlare a confratelli, ha significato necessariamente non solo parlare di una attività, ma soprattutto di come una vita dedicata al diritto può compenetrare la vita di un sacerdote, anche se possono sembrare due cose estranee l’una all’altra quasi che un sacerdote, dedicandosi ad una attività come la mia, smetta di fare il prete per fare il magistrato o il professore, spinto da una necessità contingente della Chiesa. Al contrario, si può e si deve fare questa attività senza dimenticare di essere anzitutto sacerdote e pastore, come ci ha molto opportunamente ricordato ultimamente papa Francesco. Ed allora, accettando di parlare ai miei confratelli, ho dovuto fare come un’opera di «archeologia della coscienza», per scovare nel mio intimo come un sacerdote invera nella sua vita ed attività queste due fondamentali virtù cristiane, la misericordia e la giustizia. Rimane naturalmente la mia una esperienza singolare e parziale, molto personale, ma dalla quale penso che anche i confratelli che non condividono la mia missione particolare possano trarre qualche spunto di riflessione.

Giustizia e misericordia sono le due parole che in qualche modo si rincorrono per tutto il testo a cominciare dal titolo. Perché è tanto difficile coniugarle insieme?

Forse perché non sono rettamente intese. Come spiego nel mio testo, il mondo greco e latino, di cui è figlia la nostra cultura, ha indotto un significato antagonistico ai due concetti di misericordia e giustizia, significato invece del tutto estraneo al mondo semitico, e quindi biblico. Se perciò recuperiamo quel senso originario, biblico, capiremo presto che misericordia e giustizia non si contrappongono ma costituiscono due aspetti di un medesimo atteggiamento, l’una potremo dire prodromo dell’altra e l’una perfezionamento dell’altra. D’altronde anche la giustizia intesa come virtù umana, senza alcuna connotazione cristiana, ha sempre cercato il suo stesso superamento in una dimensione superiore, quella dell’equitas, che il giudice può ottenere o raggiungere solo se supera la lettera della legge. I Romani, sommi giuristi, dicevano: summum ius, summa iniuria, insinuando – con questa massima – che la sola lettera della legge, se prescinde dall’umana aspirazione ad una giustizia superiore, può trasformarsi nel suo contrario perché la legge, in quanto strumento umano, porta in sé pur sempre il marchio dell’umana imperfezione. Da qui nasce l’esigenza, potremmo dire, il postulato di una dimensione superiore di giustizia che, nel pensiero cristiano, è data dalla misericordia che non contraddice ma compie la giustizia e la porta alla sua perfezione. E tutto ciò imitando la giustizia e la misericordia del nostro Padre Celeste.

Dalle suore sfrattate al diritto esercitato con misericordia, qual è il vero atteggiamento della Chiesa ?

Indubbiamente, un caso pratico da cui traspare che non sempre anche nella Chiesa si riesce a dare senso compiuto alla giustizia nel senso inteso dalla S. Scrittura. Un caso in cui il summum ius si traduceva purtroppo in una iniuria di fatto nei confronti di persone alle quali – da quei provvedimenti ecclesiastici forse formalmente corretti – ne proveniva un danno umano non indifferente. Era quello il momento per fare un salto di qualità e dare a quelle risoluzioni di giustizia il volto più umano e direi divino della misericordia. Sono lieto di poter dire che in seguito questo passo, seppur difficile e contrastato, è stato compiuto grazie alla buona volontà di persone che hanno compreso questa esigenza di superamento delle strette esigenze di giustizia. Mi piace pensare, con un pizzico di compiacenza, che a tale soluzione forse non sono rimaste estranee le espressioni utilizzate dalla Rota Romana nel relativo decreto. E’ questa la tensione permanente che si deve vivere nella Chiesa, a mio modesto avviso: la tensione tra le esigenze di giustizia, che pure vanno salvaguardate, e l’esigenza di mostrare nel concreto il volto della misericordia di Dio verso ogni essere umano, soprattutto per coloro che si trovano in stato di necessità o fragilità. Compito non facile, visto che grazie alla cultura latina ed il senso antagonistico che ha dato ai due concetti, non raramente, nella pratica, ci si appella alla misericordia dimenticando le esigenze della giustizia, che pure vanno compiute e che costituisce una delle virtù cardinali della vita cristiana o, al contrario, ci si appaga di aver compiuto la giustizia, dimenticando che essa non sempre raggiunge il bene dell’individuo e della società in modo perfetto e chiede di essere superata con un supplemento di attenzione verso le situazioni ed i bisogni concreti.

Il tema delle situazioni irregolari è il più “mediatico”, ma per i parroci ci sono davvero delle novità?

Ho proposto, nell’ultimo capitolo del mio volumetto, una ermeneutica della continuità che ho ritrovato con soddisfazione proposta anche da un recente documento reso pubblico da un gruppo di teologi statunitensi. Per «ermeneutica della continuità» intendo dire che il documento papale Amoris laetitia, e non solo quello, va letto non come magistero in rottura con il magistero dei precedenti pontefici, ma in continuità con essi. Di conseguenza, pur non essendo un teologo di professione, non mi pare corretto contrapporre – per esempio – Amoris laetitia di papa Francesco a Familiaris consortio di Giovanni Paolo II. Questa lettura è stata proposta, ma non mi sembra corretta. Quanto alle novità, certo che ci sono, e sono sul versante pastorale e non dottrinale: la cura e l’attenzione che il papa richiama verso la situazione di irregolarità o di difficoltà che vivono i fratelli con una unione coniugale fallita alle spalle, oltre all’attenzione che i pastori devono porre nel prospettare ai giovani la bellezza del vangelo della coniugalità, che non dev’essere vissuta come un peso ma come una gioia, come un mezzo di autorealizzazione nella donazione totale di sé.

Le opere di misericordia spirituale ...queste sconosciute...anche tra i preti ?

Non oso dire che noi preti ignoriamo le opere di misericordia! Il papa le ha riproposte nell’anno santo appena trascorso all’attenzione ed alla riflessione di tutti i fedeli, dunque anche dei sacerdoti. Allora, mi sono chiesto: come può il prete vivere le opere di misericordia? Certo, esse sono un precetto per tutti ma nella vita sacerdotale possono assumere connotazioni diverse e complementari a quelle dei fedeli laici. Ed ho cercato di individuare come il prete vive, in consonanza con la sua particolare missione in seno al popolo di Dio, le opere di misericordia, esaminandone alcune alla luce proprio della missione sacerdotale.

Le riflessioni per i sacerdoti sono quasi una guida pastorale, che tipo di reazione c’è stata durante gli incontri ?

Non pretendo di aver offerto una guida pastorale, compito che compete ai vescovi. Non posso parlare di una vera e propria reazione, dato che gli incontri erano strutturati in modo tale da non prevedere un dibattito. Si trattava piuttosto di giornate di aggiornamento spirituale e pastorale. Tuttavia, non sono mancati interrogativi che hanno dato luogo a qualche chiarimento, mi sembra accolto con disponibilità, soprattutto da parte dei giovani presbiteri. Ultimamente mi sono giunti apprezzamenti da parte di qualcuno, visto che alcuni vescovi hanno deciso di regalare il libretto ai loro presbiteri per il Santo Natale. Ringrazio il Signore se la fatica ha prodotto un qualche beneficio ai confratelli. Penso però che il beneficio maggiore lo abbia ricevuto io stesso, che riflettendo su quei temi proposti dal papa ho compreso meglio e più ampiamente la portata ed il valore di due concetti propri del pensiero cristiano.

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